Mafia e borghesia mafiosa: un legame sempre vivo

Alessandra Ziniti intervista Umberto Santino

In merito all’arresto dell’architetto Giuseppe Liga il procurare aggiunto Ingroia sostiene che Cosa nostra è tornata nei salotti buoni della città, della Regione. Cosa vuol dire, secondo lei, “tornata”?

In realtà la mafia non ha mai cessato di intessere legami con la borghesia, sia con la partecipazione diretta all’organizzazione attraverso l’affiliazione formale sia con l’inserimento di professionisti, imprenditori, rappresentanti della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni nel sistema di rapporti, costitutivo del fenomeno mafioso e senza di cui i mafiosi non potrebbero esercitare il ruolo che hanno avuto e hanno nel contesto sociale. Molte dichiarazioni risentono di una certa dose di smemoratezza, per cui si presentano come novità aspetti che sono vecchi come la mafia stessa o rimontano a quelli che ho chiamato “fenomeni premafiosi”. La presenza di soggetti sociologicamente classificabili come borghesi è una costante del fenomeno mafioso, interclassista nel suo blocco sociale che comprende anche strati popolari, più decisamente marcato da un punto di vista di classe nel suo organismo di comando, formato dai capimafia, a prescindere dalle loro origini, e da altri soggetti definibili come “borghesia mafiosa”. Un’analisi che svolgo da quarant’anni, per molto tempo isolata perché considerata veteromarxista ma che negli ultimi anni è riemersa come l’unica in grado di comprendere la complessità del fenomeno mafioso.


Che cosa può voler dire, per l’organizzazione, affidare i compiti più delicati, come l’arruolamento degli uomini e la gestione del controllo del territorio, a personaggi che non hanno un pedigree specificamente mafioso ma sono bene introdotti nelle stanze del potere?

Il controllo del territorio si configura come vera e propria “signoria territoriale”, un dominio tendenzialmente o effettualmente assoluto sui rapporti sociali e anche su quelli interpersonali che avvengono in un determinato territorio. Questa signoria si esercita in vari modi e richiede il coinvolgimento tanto degli affiliati quanto degli altri soggetti che condividono con i mafiosi interessi e codici culturali, considerano l’illegalità una risorsa e l’impunità uno status symbol.
Il rapporto con i centri di potere può essere più convenientemente esercitato attraverso personaggi “insospettabili”, con cui si hanno rapporti variabili, che vanno dal coinvolgimento stabile a quello episodico, ma con una netta prevalenza del primo. Le leve su cui gioca possono essere diverse, dalla amicizia-parentela alla spartizione degli affari. Il collante culturale ha un suo ruolo ma lo zoccolo duro sono gli interessi, non soltanto economici. Per un politico, o aspirante tale, la possibilità di fare carriera, con l’ampliamento delle relazioni.


E d’altra parte che cosa, proprio oggi quando i tanti colpi inferti da forze dell’ordine e magistratura hanno seriamente compromesso la forza e l’impermeabilità di Cosa nostra, può spingere un colletto bianco come Liga a frequentare Palazzo d’Orleans e nello stesso tempo ad andare personalmente ad esigere il pizzo da commercianti e imprenditori?

I colpi a Cosa nostra sono cominciati dopo i delitti-boomerang degli anni ”80, con la legge antimafia del 1982, dieci giorni dopo il delitto Dalla Chiesa, con il maxiprocesso, con leggi, arresti, processi e condanne dopo le stragi del ’92 in cui sono morti Falcone, Morvillo, Borsellino e dieci agenti di scorta. Si può dire che senza i grandi delitti e le stragi questa reazione di alcuni rappresentanti delle istituzioni non ci sarebbe stata. Ha dominato la logica dell’emergenza, cioè di risposta all’escalation della violenza mafiosa. Negli ultimi anni la repressione è proseguita grazie all’impegno di magistrati e uomini delle forze dell’ordine, nonostante la scarsità dei mezzi e gli ostacoli frapposti da un governo che attacca la magistratura, nega o lesina i mezzi necessari ma vanta come suoi successi i risultati ottenuti da altri. Ora si vuole fortemente limitare uno strumento indispensabile, all’origine di tanti successi, come le intercettazioni.
Liga più che un “uomo nuovo” è il classico esemplare di una borghesia, mafiosa per scelta o per tradizione, che opera in base a una comparazione tra costi e benefici. Evidentemente avrà trovato la sua convenienza a giocare questo ruolo che collega universi apparentemente lontani e diversi ma in realtà contigui. A spingerlo possono essere state ragioni diverse, dalla tentazione del potere alla impossibilità, una volta mossi i primi passi, di sottrarsi ai compiti assegnatili.


E’ d’accordo con l’analisi di Ingroia che questo è il momento in cui l’organizzazione mafiosa sta cercando nuovamente di cambiare pelle? E se sì in che direzione?

Parlo di mafia finanziaria a partire dagli anni ’80, quando dominava la tesi di una “mafia imprenditrice” che in Sicilia era nata già negli anni ”60 e negli Stati Uniti trent’anni prima, con il proibizionismo degli alcolici. Questa è la strada obbligata imposta dai processi di globalizzazione e dalla competizione tra le varie mafie. Ciò non toglie che pratiche vecchie e antiche non vengano mantenute e opportunamente riciclate. La mafia, come tutti i fenomeni di durata, intreccia continuità e trasformazione, rigidità formali ed elasticità di fatto.


Ritiene che l’epoca dei corleonesi o comunque della mafia militare sia definitivamente tramontata?

Penso che i mafiosi si siano resi conto che una linea basata solo o soprattutto sul sangue, in nome di una sorta di onnipotenza criminale, portava necessariamente alla sconfitta. Negli ultimi anni si è scelta la linea della sommersione, che signigìfica controllo della violenza, soprattutto di quella rivolta verso l’alto, che innesca la reazione. I corleonesi avevano imposto una forma di monarchia assoluta che implicava l’eliminazione fisica dei concorrenti. Ora pare che si sia tornati alla repubblica confederale, forma classica della mafia siciliana.


E la zona grigia è sempre così estesa? Davvero la società sana in tutto questo tempo non ha maturato alcun anticorpo per espellere gli esponenti della borghesia mafiosa disposti a diventare capi?

I mafiosi in tutto sono alcune migliaia, 6 o 7 mila, il blocco sociale può comprendere alcune centinaia di migliaia di persone, la borghesia mafiosa alcune decine di migliaia. Contro quest’ultima è difficile lottare con i mezzi attuali. Il concorso esterno è una elaborazione giurisprudenziale, sarebbe necessario regolarlo per legge, ma con i tempi che viviamo penso che sia difficile. Berlusconi è il primo a dire che è un’invenzione delle “toghe rosse”. La situazione attuale è contraddittoria: da una parte si danno dei colpi alla mafia militare e anche qualcuno al sistema di rapporti, ma il modello mafioso di accumulazione e di potere, fondato sull’illegalità come cultura diffusa, è vincente e in via di ulteriore diffusione. La lotta contro la mafia può essere efficace solo se è parte di una lotta più generale per la democrazia. Gli anticorpi che si sono sperimentati in questi anni, con il lavoro nelle scuole, l’antiracket e l’uso sociale dei beni confiscati, coinvolgono minoranze. Le lotte contadine, una forma di lotta di liberazione, coinvolgevano centinaia di migliaia di persone. I tempi sono cambiati e i movimenti sociali attuali possono diventare “movimenti di massa” se riescono a coniugare lotte sociali, contro la disoccupazione, la precarietà, per l’uso razionale delle risorse, a cominciare dallo scongiurare l’enorme spreco che sarebbe il ponte di Messina in una terra mangiata dalle frane, e modelli culturali, decisamente antitetici rispetto a quelli in voga, basati sul successo a ogni costo e con tutti i mezzi.

Pubblicata su “Repubblica Palermo”, 24 marzo 2010.