Umberto Santino

Modello mafioso e globalizzazione

Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo. Quando c’è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento, e diventa vivace; il cinquanta per cento, e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l’uno e le altre. Prova: contrabbando e tratta degli schiavi (T.J. Dunning in K. Marx 1964, p. 823).

Dove il mercato è abbandonato alla sua auto-normatività esso conosce soltanto una dignità della cosa e non della persona, non doveri di fratellanza e di pietà, non relazioni umane originarie di cui le comunità personali siano portatrici (Max Weber 1980, p. 314).


Mafia: il paradigma della complessità

Per affrontare il tema della diffusione del modello mafioso nel contesto della globalizzazione sono necessarie alcune puntualizzazioni preliminari. Per modello mafioso intendo un insieme di caratteristiche riscontrabili nel fenomeno mafioso così come si è sviluppato in Sicilia e come le ho ricostruite e sistematizzate nel mio “paradigma della complessità” (crimine, accumulazione, potere, codice culturale, consenso sociale), e che si possono così sintetizzare:
1) l’esistenza di una struttura organizzativa capace di adeguarsi ai mutamenti del contesto;
2) una serie di attività illegali e legali, storiche e nuove;
3) la loro finalizzazione all’arricchimento e all’acquisizione di posizioni di potere;
4) la vigenza di un codice culturale, insieme radicato ed elastico;
5) il consenso di buona parte del corpo sociale;
6) l’interazione dei gruppi criminali con il contesto sociale (Santino 1995).
Stando alle ricostruzioni operate nelle sedi investigative e giudiziarie, sulla scorta delle dichiarazioni di mafiosi collaboratori di giustizia, l’organizzazione mafiosa più nota, Cosa nostra, avrebbe una struttura diffusa sul territorio, verticistica e piramidale, con alla base le famiglie e al vertice una commissione interprovinciale presieduta da un capo dei capi. Famiglia di sangue e famiglia mafiosa non coincidono: l’organizzazione mafiosa ha una base familistico-parentale ma è aperta anche ad estranei e gli associati, provengano o meno dalla cerchia familiare, sono selezionati in base al possesso di doti necessarie per l’esercizio delle attività mafiose, illegali e legali.
Ci troviamo di fronte a una struttura formalmente rigida e immodificabile, con tratti di sacralità (il rito iniziatorio con il giuramento, la qualità di “uomo d’onore” che una volta acquisita dura tutta la vita), ma in realtà elastica e flessibile, anche se può riscontrarsi una sostanziale continuità: qualcosa di molto simile alla struttura organizzativa degli ultimi decenni la ritroviamo nei rapporti del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi della fine del XIX secolo.
L’organizzazione è il frutto di adattamenti succedutisi nel tempo, che in alcuni periodi hanno portato anche allo scioglimento e alla formazione di strutture di comando provvisorie, e recentemente è stata riconsiderata per rispondere alle reazioni causate dalla lievitazione della violenza degli anni ’80 e ’90. Negli ultimi anni si è parlato di “mafia invisibile”, di sommersione e clandestinizzazione, cioè di strategie di occultamento con significativi risvolti che riguardano l’affiliazione (non solo il rito ma anche i soggetti), i rapporti tra i membri ecc.
Un aspetto fondamentale di questo approccio è il rapporto tra mafia e contesto sociale. I gruppi criminali formalmente strutturati agiscono all’interno di un sistema relazionale informale, che si configura come un blocco sociale transclassista, egemonizzato da soggetti illegali (i capimafia) e legali (professionisti, imprenditori, amministratori, politici) legati dalla comunanza di interessi e dalla condivisione di codici culturali, definibili come “borghesia mafiosa”.
Secondo questa visione, la mafia è soggetto politico, in duplice senso: esercita un potere in proprio, che si configura come signoria territoriale, imponendosi come un’organizzazione di tipo statuale, non riconoscendo il monopolio statale della forza e praticando l’estorsione come una forma di tassazione, e interagisce con le istituzioni, per cui si può parlare di doppia mafia, insieme fuori e dentro lo Stato, in doppio Stato, dato che il monopolio formale della forza convive con quella forma di legittimazione della violenza mafiosa costituita dall’impunità (Santino 1994).
Contrariamente allo stereotipo che vede un continuo succedersi a una mafia vecchia di una mafia nuova, erigendo un ovvio dato generazionale a paradigma interpretativo di mutamenti che presentano dinamiche più complesse, l’evoluzione del fenomeno mafioso è vista come un intreccio di continuità e trasformazione: aspetti persistenti, come la signoria territoriale, convivono con aspetti innovativi, come le proiezioni internazionali, in un rapporto di apparente contradditorietà ma in realtà di reciproca funzionalizzazione. Esempio: il dominio esercitato su una determinata porzione di territorio è stato una delle precondizioni per l’inserimento di mafiosi siciliani nel traffico internazionale di eroina, attraverso l’installazione di laboratori di produzione nelle aree sotto controllo, come pure l’aeroporto di Palermo, che ricade in una zona a tradizionale dominio mafioso, è stato l’infrastruttura indispensabile per l’invio della droga sul mercato americano.
Un altro concetto che va richiamato è quello di “società mafiogena”, intendendo per tale una società che presenta le seguenti caratteristiche: l’accettazione della violenza e dell’illegalità da buona parte della popolazione, che le considera mezzi di sopravvivenza e canali di mobilità sociale; l’esiguità dell’economia legale, la scarsità di opportunità e la possibilità di accaparramento delle risorse attraverso le maglie di un sistema clientelare; la considerazione dello Stato e delle istituzioni come mondi lontani e inaccessibili, se non attraverso la mediazione dei mafiosi e dei loro amici, fortemente collusi; la cancellazione della memoria delle lotte precedenti, anche per effetto dell’emigrazione, e la convinzione sedimentata dell’ineluttabilità della sconfitta; la fragilità e la precarietà del tessuto di società civile e delle forme di partecipazione; la diffusione di una cultura della sfiducia e del fatalismo; la solidarietà nell’illegalità e l’aggressività nei comportamenti quotidiani. L’interazione di questi vari aspetti genera un contesto adatto per l’inserimento dei gruppi criminali e la ramificazione del loro sistema relazionale (Santino 1998, pp. 45 sg.).
Per quanto riguarda l’eziologia del fenomeno mafioso, rispetto alla spiegazione dominante per molti anni, secondo cui la mafia è prodotto dell’arretratezza e del sottosviluppo, della “deprivazione relativa” e di un deficit, si propone una visione che lega insieme in un processo di causazione complesso le opportunità offerte sia dal sottosviluppo che dallo sviluppo, a partire da un dato di fatto: mafia e altre forme di crimine organizzato ad essa assimilabili nascono e si sviluppano tanto nelle periferie che nei centri e la loro azione si articola con un ventaglio tanto ampio da comprendere attività tradizionali (per esempio le estorsioni) e modernissime (come l’uso di tecnologie sofisticate per il riciclaggio del denaro sporco).
Un interrogativo preliminare doveroso: questo modello può applicarsi a realtà sviluppatesi in altri contesti, a livello nazionale e internazionale? È possibile formulare una teoria generale del crimine organizzato e transnazionale, per di più a partire da un modello storico locale? Posso dire fin d’ora che nello studio delle varie forme di crimine organizzato va evitata la tentazione a cui indulgono i media di vedere tutto sub specie Siciliae e che la rilevazione di uniformità e specificità deve essere condotta attraverso uno studio rigoroso senza fare di ogni erba un fascio. L’applicazione del modello mafioso non può essere il frutto di una forzatura e non può indurre a semplificazioni che rischiano di riproporre banalità e stereotipi.


Globalizzazione: ideologia e realtà

La letteratura sulla globalizzazione si accresce ogni giorno di nuovi titoli per cui diventa sempre più difficile orientarsi. Ma non si pone soltanto un problema quantitativo. La difficoltà principale deriva dal fatto che le cose che si dicono e si scrivono, e la stessa terminologia impiegata, sono segnate dalla indistinzione-sovrapposizione tra processi reali e rappresentazione1.
Secondo la definizione che ne dà l’Undp (United Nations Development Programme)

la globalizzazione non è un fatto nuovo, ma la presente era ha caratteristiche particolari. Lo spazio che si restringe, il tempo che si contrae e i confini che scompaiono stanno legando gli individui in maniera più profonda, più intensa e più immediata di quanto sia mai successo prima. Sui mercati valutari vengono ora scambiati, ogni giorno, più di 1500 miliardi di dollari, mentre quasi un quinto dei beni e servizi prodotti ogni anno viene scambiato. Ad ogni modo, la globalizzazione è molto di più del flusso di moneta e merci: consiste nella crescente interdipendenza della popolazione mondiale. E la globalizzazione è un processo che integra non solo l’economia, ma anche la cultura, la tecnologia e la governance (Undp 1999, p. 17).

La definizione rappresenta una mediazione tra visioni che tendono a presentare la globalizzazione come un fatto radicalmente nuovo o totalmente o in larga parte inscritto in processi da tempo avviati, o la riducono alla dimensione economica, considerandola unicamente come un prodotto dell’evoluzione del libero mercato.
Si è detto, non senza fondamento, che l’economia-mondo c’è almeno da quattro secoli e si sono richiamati gli studi di Arrighi e di Wallerstein che hanno analizzato il capitalismo come sistema unico mondiale a partire da quello che Braudel chiamava “il lungo XVI secolo”. La formazione di un sistema a prevalente modo di produzione capitalistico è il frutto dell’ incrociarsi di due processi che portano a una nuova divisione internazionale del lavoro e alla creazione di organismi statuali “forti” (Wallerstein 1978).
L’accumulazione del capitale si presenta come un ciclo: all’inizio abbiamo un’espansione delle risorse finanziarie destinate all’investimento, poi c’è un’espansione della produzione, quindi il ritorno alla finanziarizzazione. Sul piano del potere la storia degli ultimi secoli vede il succedersi di egemonie politiche territoriali e internazionali. Secondo questa prospettiva oggi ci troveremmo “alla fine del “lungo XX secolo”, segnato dal ciclo di accumulazione e dal sistema di egemonia politica degli Stati Uniti, che ha preso il posto di quello dominato dalla Gran Bretagna nel “lungo XIX secolo”” (Arrighi, 1996; Pianta 2001).
Gli studi sull’economia-mondo hanno il merito di disegnare un quadro unitario in cui si integrano economia e politica e di avvertirci che la tentazione di gridare ad ogni piè sospinto alla novità va governata con una buona dose di memoria storica. Questo non significa che dobbiamo incorrere in un altro rischio: quello di pensare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole e che la storia non sia altro che la ripetizione del già vissuto, il replicarsi di un ciclo.
Negli ultimi anni c’è stata un’enorme accentuazione delle interdipendenze, dovuta non solo alla rivoluzione del sistema di comunicazione: possiamo dire che oggi non c’è angolo del mondo, gruppo di popolazione che si sottragga all’influenza del mercato mondiale. Produzione e commercio sono coordinati su scala globale, le fasi di lavorazione dei vari prodotti sono distribuite in paesi diversi, i mercati finanziari sono globali: tutto questo significa che il capitale circola a livello planetario senza barriere, alla ricerca della forza lavoro al più basso costo o di sbocchi speculativi. Va da sé che questo non è nato di colpo, è il frutto di processi maturati nel tempo e bisogna tener conto di varie dimensioni, a cominciare dall’intreccio tra economia e politica.
Una delle tesi più diffuse vuole che la globalizzazione sia un fenomeno irreversibile, cioè sia determinato da fattori come le tecnologie e i sistemi di trasporto il cui sviluppo ha unificato il mondo, e offra opportunità a tutti i suoi abitanti. In ogni caso non resta che prenderne atto, come se si trattasse di un fenomeno naturale.
In realtà la globalizzazione non è il frutto del progresso tecnologico, della fatalità economica, delle leggi inesorabili del mercato, ma di una determinata configurazione delle centrali del potere e di una politica consapevole e deliberata (Amin 1998, Altvater 2000, Bourdieu 2001) a profitto di alcuni e a danno di altri.
Se non ci fosse stata l’implosione del cosiddetto “socialismo reale”, oggi non si parlerebbe di globalizzazione allo stesso modo che ci capita di ascoltare ad ogni ora del giorno. La globalizzazione non è solo Internet, è la materializzazione della vittoria del capitalismo che si è sbarazzato di quello che per due secoli è stato il suo nemico storico e impone una sua forma di dittatura imperiale, cercando di cancellare tutto ciò che si richiamava a una prospettiva di mutamento radicale o riformista inscritta nella visione socialista e proclamandosi come l’unico sistema possibile, senza alternativa.
Il neoliberismo economico più che sposarsi al liberalismo politico implica una forte carica di decisionismo autoritario e marcia sui binari di quello che è stato definito il “pensiero unico”, cioè una summa di codici culturali ispirati al dogma del profitto, alla sudditanza del lavoro al capitale, alla competitività e al consumismo come filosofia di vita. A sentire i “maestri cantori” del neoliberismo, il mercato sarebbe una gara a cui tutti possono partecipare, tutti possono vincere e arricchirsi, tutti giocano in borsa o si ripromettono di farlo, tutti sanno tutto del Dow Jones e del Nasdaq, tutti si affrettano a correre nei supermercati a comprare i prodotti, ben che vada inutili spesso dannosi, reclamizzati ossessivamente dai media. In realtà il mondo attuale è un casinò e un supermercato per pochi. La globalizzazione si presenta come un sistema di esclusioni, di vera e propria apartheid mondiale che riguarda poco più di un quinto dell’umanità. Tutti gli altri sono “fuori mercato”, cioè non hanno diritto di cittadinanza, anzi sono visti come un pericolo e una minaccia (Amoroso 1999, p. 49).
Ritorniamo al discorso su rappresentazione ideologica e realtà a cui accennavamo prima. Si dice che la globalizzazione favorisca la crescita economica, riduca la disoccupazione, aumenti la produttività, ma i dati contraddicono queste affermazioni. Riguardo alla crescita del prodotto interno lordo, i paesi Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) hanno avuto una crescita più lenta dopo il 1980 di quella che hanno avuto negli anni ’50 e ’60: allora crescevano a un tasso di circa il 5 per cento annuo, mentre negli anni ’80 il tasso di crescita è sceso al 3,2 per cento e negli anni ’90 non ha superato l’1,5 per cento (Gallino 2000, p. 100).
Per ciò che riguarda la disoccupazione si registra il ritorno alla disoccupazione di massa nell’Europa occidentale. Nel 1999, nei 15 paesi dell’Unione Europea, 15,4 milioni di persone erano in cerca di lavoro (Gallino 2000, p.101; Brecher-Costello 1996, p. 39). Nei 24 paesi industrializzati dell’Ocse il tasso ufficiale di disoccupazione è dell’8,5 per cento, con un esercito di riserva di 35 milioni di persone. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) su una forza lavoro di circa 3 miliardi di persone, più di 1 miliardo è disoccupato o sotto-occupato (Gallino 2000, p. 103).
Negli ultimi vent’anni la produttività ha avuto un significativo declino rispetto agli anni ’50 e ’60. Tra il 1980 e il 1995 il Pil dei paesi sviluppati è cresciuto di poco più del 2 per cento l’anno, mentre tra il 1950 e il 1973 l’incremento annuo era quasi del 4 per cento. Anche negli Stati Uniti, che guidano la marcia trionfale del capitale globalizzato il tasso di incremento della produttività si è dimezzato dopo il 1973, passando dal 2 all’1 per cento (ivi, p. 101).
Secondo il rapporto dell’Undp del 1999 sullo sviluppo mondiale, nel ’97 il 20 per cento più ricco della popolazione mondiale, quasi tutto nei paesi Ocse, aveva l’86 per cento del Pil del mondo. Il 20 per cento più povero aveva solo l’1 per cento. Negli anni ’60 il rapporto tra il quinto più ricco della popolazione mondiale e il quinto più povero era 30 : 1; nel ’90, 60 : 1 (Undp 1999, p. 19).
I paesi indebitati del Sud del mondo dal 1982 al 1990 hanno pagato ai paesi creditori del Nord sei miliardi e mezzo di dollari di interessi e altri sei miliardi di dollari di pagamenti principali ogni mese, ma il debito di questi paesi è cresciuto del 60 per cento (Brecher-Costello 1996, p. 41).
Sempre secondo l’Undp, 2,8 miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno, 1,2 miliardi con meno di un dollaro, mentre 7 milioni di persone hanno una disponibilità finanziaria di almeno un milione di dollari e 358 miliardari da soli posseggono quanto 2 miliardi e 300 milioni di persone, cioè il 45 per cento della popolazione mondiale.
A sostegno della tesi che la globalizzazione offre opportunità a tutti, a condizione che ci si sappia inserire nelle dinamiche del mercato internazionale, si richiama l’esempio dell’Asia (senza la Cina, l’India e il Giappone) che tra il 1973 e il 1998 ha fatto registrare una crescita del 138 per cento, superiore a quella dei paesi più industrializzati, cresciuti tra il 48 e il 78 per cento, ma questi dati andrebbero analizzati alla luce di parametri che non riguardano solo l’incremento del Pil e non possono oscurare un dato di fatto e cioè l’ulteriore impoverimento di gran parte della popolazione mondiale. E questo è il frutto delle politiche della Banca mondiale (Bm) e del Fondo monetario internazionale (Fmi) i cui programmi di “aggiustamento strutturale” per il rientro dal debito impongono lo smantellamento dell’intervento statale non solo in economia ma in settori come la sanità e l’istruzione, la liquidazione delle economie non competitive, l’offerta di convenienze agli investitori esteri, cioè alle grandi multinazionali, che consistono soprattutto nel bassissimo costo delle materie prime e della forza lavoro. L’Omc (Organizzazione mondiale per il commercio) ha imposto una dittatura delle grandi multinazionali, con l’esaltazione dei diritti di proprietà privata che cancellano i diritti elementari delle popolazioni più svantaggiate2.
Non si tratta di politiche sbagliate, di effetti perversi rimediabili con un po’ di buona volontà, con qualche elargizione suggerita dalla cosiddetta “globalizzazione compassionevole”. La logica della polarizzazione è insita nel sistema stesso (Amin 1997, p. 31); la povertà non è la conseguenza di “scarsità” di risorse umane e materiali, “è piuttosto il risultato dell’eccessiva offerta globale basata sulla disoccupazione e la minimizzazione del costo del lavoro in tutto il mondo” (Chossudovsky 1998, p. 21). Un enorme esercito di riserva consente di spostare e sminuzzare i processi produttivi dove la forza lavoro ha costi irrisori e dove non bisogna fare i conti con i diritti dei lavoratori, conquistati a duro prezzo e ora soggetti a drastici decurtamenti se non alla cancellazione. Cioè: l’impoverimento e l’emarginazione di grandi masse della popolazione mondiale è una condizione indispensabile per tenere in piedi un sistema che poggia le ragioni del profitto sulla imposizione di flessibilità vessatorie. Il libero mercato ha come colonna sonora le salmodie della concorrenza e del fair play ma si fonda su una strategia di ricatti.
La globalizzazione si presenta come la prova provata del trionfo del capitalismo, come il nuovo ordine mondiale, ma in realtà è un modo per affrontare i problemi posti dalla sua crisi. Alla crisi economica iniziata negli anni ’70, con un forte declino dei tassi di resa del capitale, le grandi imprese hanno reagito ridefinendo i rapporti capitale-lavoro con strategie volte a rilanciare i profitti con il taglio dei salari e degli altri costi di produzione. La mobilità del capitale alla ricerca della forza-lavoro al più basso costo era una strada già avviata ma il crollo del socialismo e la crisi dei movimenti ad esso ispirati l’ha spianata decisamente, azzerando o riducendo notevolmente i condizionamenti. Lo sviluppo dei mercati finanziari globali ha accelerato ulteriormente la mobilità del capitale. La superproduzione spinge sempre di più grandi masse di capitale verso la speculazione finanziaria che più che una patologia passeggera si presenta come un dato strutturale.
Dalla seconda guerra mondiale era nato un mondo diviso in tre blocchi: il blocco occidentale, quello socialista, il Terzo mondo. Oggi il blocco occidentale esercita un dominio imperiale su tutto il pianeta. Ed è un dominio che alimenta disparità e discriminazioni: per un verso abbiamo l’eliminazione delle distanze, una straordinaria rapidità dei mezzi di comunicazione e la libertà di circolazione dei capitali e delle merci, per un altro si ergono e si moltiplicano gli ostacoli alla libera circolazione degli uomini. Il massimo del progresso tecnologico convive con la mercificazione degli esseri umani e le nuove schiavitù. La dittatura del profitto si esprime nel comando di istituzioni globali incontrollate, a servizio degli interessi delle multinazionali, e la religione della proprietà privata celebra i suoi riti con la privatizzazione di risorse come l’acqua, i brevetti sui semi e sui farmaci.
Sotto il profilo politico assistiamo a processi che sono stati definiti di “decostruzione della politica” (Bauman 2000, pp. 78 sgg.), cioè della formazione di poteri separati dalla politica. I poteri si concentrano nelle mani di istituzioni internazionali sottratte a qualsiasi forma di controllo democratico. L’istituzione dell’Omc è stata definita un “colpo di stato globale” (Brecher-Costello 1996, p. 79) e si è parlato di un “governo mondiale invisibile” (Bourdieu 2001, p. 45) con riferimento a decisioni adottate in segreto, ma gran parte di questo governo è ben visibile anche se ignora le regole elementari della democrazia: l’elettività dei soggetti che lo esercitano e la possibilità di controllare il loro operato. Il caso più eclatante di vera e propria usurpazione del potere è il G7 (o G8, ma la Russia in realtà recita la parte di parente povero): i rappresentanti dei paesi più industrializzati, che hanno unicamente il mandato di governare i loro paesi, si sono proclamati leaders del pianeta in base all’equazione ricchezza uguale potere, esautorando l’Onu e vanificando ogni tentativo di una sua riforma democratica.
In questo quadro gli Stati nazionali vedono sminuiti i loro poteri, anche se continuano ad avere un ruolo, mentre partiti e sindacati che agiscono dentro orizzonti nazionali, una volta crollate le prospettive dell’internazionalismo socialista, sono spiazzati rispetto ai compiti suscitati dalla nuova realtà.
Nel contesto della formazione di poteri che si impongono al di fuori di ogni regola democratica, sul piano militare lo scioglimento del Patto di Varsavia non è stato bilanciato dallo scioglimento della Nato, che anzi si è rafforzata e ha rivolto le sue attenzioni verso i nuovi “nemici”: i paesi arabi e gli altri paesi detentori di risorse energetiche che il blocco occidentale intende sfruttare a suo vantaggio. Al fondamentalismo occidentale rispondono altri fondamentalismi e insieme compongono un quadro di tensione permanente che sollecita un’ulteriore corsa agli armamenti, con grandi profitti per le imprese produttrici che si preparano a gestire il progetto di scudo spaziale, voluto fermamente dal nuovo presidente degli Stati Uniti, in violazione di accordi sul disarmo nucleare, contrastato dai paesi dell’Unione europea ma servilmente appoggiato dal governo Berlusconi.
Per l’insieme di sperequazioni, usurpazioni, vere e proprie barbarie che la globalizzazione incorpora, l’espressione “impero del caos” (Amin 1991) non è né esagerata né fuori luogo. Nessuna sorpresa quindi se invece della “fine della storia” abbiamo sotto gli occhi una vicenda quotidiana fatta di manifestazioni di protesta, iniziative a vari livelli che si pongono come forme di delegittimazione dell’assetto attuale e si proiettano, tra incertezze e contraddizioni, verso la costruzione di alternative possibili.


Le mafie: forme organizzative e attività

Abbiamo finora tratteggiato a grandi linee il quadro teorico e storico-mondiale entro cui ci muoviamo. Ora bisognerà cominciare a porci il problema del proliferare di organizzazioni criminali sul piano nazionale e internazionale e vedere come esso si inserisca nel contesto della globalizzazione.
Cosa hanno in comune, oltre la generica etichetta di “mafie”, organizzazioni criminali storiche e nuove come la mafia siciliana (Cosa nostra e le altre), la ‘ndrangheta calabrese, la camorra campana, la Sacra corona unita pugliese, la mafia del Brenta e sul piano internazionale le triadi cinesi, la yakusa giapponese, i cartelli latino-americani, la mafia turca, russa, albanese, nigeriana ecc.?
Per l’Italia la legge antimafia del 1982 ha definito l’associazione mafiosa operando un’estensione del modello siciliano nelle sue linee generali: “l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza d’intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.
Quindi, per potersi parlare di mafia, occorre un’organizzazione caratterizzata da alcune peculiarità: la forza d’intimidazione con i suoi effetti sugli associati (ma pure sugli esterni), finalizzata allo svolgimento di attività economiche, in collegamento anche con l’uso del denaro pubblico. Dentro questo schema astratto possono ritrovarsi peculiarità connesse con la storia delle singole associazioni e con il territorio entro cui esse agiscono. Non possiamo in questa sede approfondire adeguatamente questo tema, basterà qualche accenno.
Per quanto riguarda la Sicilia l’attenzione si è concentrata su Cosa nostra e sulla sua struttura organizzativa piramidale e verticistica, ma in realtà in Sicilia ci sono altri gruppi definibili di tipo mafioso, come la Stidda delle province di Agrigento e Caltanissetta, la cui struttura organizzativa è meno rigida. La ‘ndrangheta ha un’organizzazione maggiormente ancorata alla famiglia di sangue, mentre la camorra ha una struttura pulviscolare, con formazioni precarie, ma ha pure conosciuto momenti organizzativi più rigidi e duraturi. La Sacra corona unita è stata definita una organizzazione gangsteristico-mafiosa ma in realtà presenta molti dei caratteri tipici della mafia storica: una struttura gerarchica, un organo di coordinamento, un codice culturale. Più vicina a una banda criminale è la mafia del Brenta ma le sue attività hanno avuto la complessità a cui fa riferimento la legge antimafia.
A livello internazionale le triadi, la cui presenza come setta segreta è documentata fin dal XVII secolo, hanno struttura verticistica; le yakusa, considerate fino al 1992 associazioni solidaristiche, sono una serie di gruppi con organizzazione verticistica all’interno, tradizionalmente senza collegamento tra loro ma da qualche tempo con legami di tipo federativo.
I cartelli colombiani sono di recente formazione, non sono molto strutturati e non hanno regole rigide. Si possono considerare delle “imprese individuali che si spartiscono i compiti tra loro e con un gran numero di bande minori” (Santino-La Fiura 1993, p. 183). I legami sono informali e legati alle esigenze quotidiane. I clan turchi sono strutturati su base parentale, la mafiya russa ha un’articolazione complessa, che va da microbande criminali a organizzazioni più ampie, strutturate gerarchicamente, tra cui quella storica dei cosiddetti “ladri nella legge”, i cui capi possono essere anche funzionari pubblici e uomini d’affari. I gruppi criminali di etnia albanese non hanno struttura verticistica anche se negli ultimi tempi alcuni gruppi sono emersi sugli altri e si sono avviati collegamenti tra i vari gruppi operanti in Italia. I gruppi nigeriani sono strutturati in cellule collegate tra di loro ma senza un assetto gerarchico.
Come si vede, anche da un rapido sguardo, ci troviamo di fronte a un panorama variegato, in cui però possiamo individuare motivi ricorrenti: la forma organizzativa può essere rigida o flessibile, in ogni caso è il frutto di un adattamento alle attività che vengono svolte e ai contesti in cui si agisce.
Lo studio dei gruppi criminali deve tener conto dei comportamenti nei paesi d’origine e nei nuovi insediamenti, dell’articolazione delle attività, criminali e legali. Alcuni di questi gruppi erano presenti già da tempo in vari paesi e agivano da organizzazioni transnazionali. Le attività dei gruppi antichi e recenti si sviluppano secondo una gamma già ampia e suscettibile di ulteriore ampliamento. Sul piano criminale abbiamo: estorsioni, usura, contraffazione di merci, contrabbando di tabacchi, traffico di droghe, di armi, di materie prime per fabbricazione di armi, di beni artistici, immigrazione clandestina e tratta degli schiavi, prostituzione, traffico di organi, smaltimento di rifiuti tossici e pericolosi. Sul piano legale: imprese di costruzioni, appalti di opere pubbliche, esercizi commerciali, attività turistico-alberghiere, speculative e finanziarie. I processi di omologazione, innescati dal fatto che le varie organizzazioni svolgono le stesse attività e debbono affrontare gli stessi problemi, come il riciclaggio del denaro sporco, vanno a braccetto con le specificità etniche, storiche e culturali.
Ho guardato e continuo a guardare con diffidenza a una caricatura di “teoria generale delle mafie” frutto di forzature e di illazioni, sulla base di una visione che ripropone stereotipi vecchi e nuovi. Negli ultimi anni si è parlato di una cupola mondiale del crimine, di una sorta di Onu del delitto, che ricalca l’immagine della piovra universale che imperversa sui teleschermi. Ritengo invece che alcuni elementi del “paradigma della complessità” possano essere utilmente impiegati per capire quello che sta accadendo sulla scena mondiale, a patto che si abbia l’onestà intellettuale di non piegare la realtà a schemi preconfezionati. Anche per altri gruppi di criminalità organizzata di tipo complesso possiamo chiederci come il crimine sia funzionale ai processi di accumulazione e di acquisizione del potere, come operano i codici culturali, come si configurano i rapporti tra legale e illegale, tra gruppi criminali e soggetti sociali e istituzionali. I concetti di signoria territoriale, di borghesia mafiosa, di società mafiogena possono valere ben oltre l’orizzonte siciliano. E sul piano eziologico il cosiddetto “crimine transnazionale” ripropone problemi che sono stati affrontati, spesso in modo inadeguato, dagli studiosi di fenomeni locali.


Globalizzazione e criminogenesi

Per anni gli studi sui processi di causazione del crimine sono stati dominati dal paradigma del deficit. La mafia siciliana e le forme di crimine organizzato venivano spiegate come il prodotto di una carenza: del vuoto dello Stato (Lombroso), della carenza di controllo (Durkheim) o di opportunità per le classi inferiori (Merton), della disorganizzazione sociale (scuola di Chicago) e come espressioni di subcultura. Solo negli ultimi anni si è fatta strada una visione che lega la nascita e lo sviluppo delle varie forme di crimine organizzato alle opportunità che esso offre e che le società offrono ai professionisti del crimine. A mio avviso non c’è un’alternativa deficit o ipertrofia delle opportunità, nel senso che possono operare entrambi: “le opportunità per i criminali organizzati nascono tanto sul terreno delle economie periferiche, in crisi e destinate a ulteriore sottosviluppo, che su quello delle aree centrali pienamente sviluppate” (Santino 1995, p. 132).
L’eziologia del deficit è stata riproposta dalle Nazioni Unite nel corso della conferenza ministeriale mondiale svoltasi a Napoli nel novembre del 1994. In quell’occasione l’allora segretario dell’Onu avanzò una spiegazione che si può così sintetizzare: i paesi capitalistici si reggono su due pilastri: il mercato e il diritto. Oggi, con la mondializzazione dell’economia capitalistica, in molti paesi si è formato un mercato senza Stato e senza regole, un capitalismo primitivo, sregolato, dominato dall’accumulazione illegale, una sorta di giungla. Quindi alla base del crimine ci sono Stati deboli e mercati senza regole (Santino 1999, pp. 168 sg.).
Risposte diverse arrivano dagli studiosi che cercano di ricostruire i contesti criminogeni guardando al modo di produzione e utilizzando le categorie analitiche del “fordismo” e del “postfordismo”, inteso come

quel processo di globalizzazione e profonda ristrutturazione dell’economia che ha posto profondamente in questione l’ordine socioeconomico che era emerso all’indomani della seconda guerra mondiale. Il trasferimento del centro strategico della produzione da quello industriale a quello dei servizi, la perdita della centralità della vecchia produzione “di fabbrica” a favore del tipo di produzione basato sull’informazione elettronica, assai più leggero, decentrato e flessibile, si sono accompagnati alla progressiva marginalizzazione di una classe operaia di fabbrica maschia e sindacalizzata a favore dell’emergere di una nuova classe operaia profondamente divisa, più giovane, povera e femminile. La conseguente “disorganizzazione morale” della “vecchia” classe operaia è andata di pari passo con l’emergere di strati sociali di ricchezza crescente, avidi di consumo sia lecito che illecito. La campagna ideologica, e le opportunità pratiche, per una nuova imprenditoria hanno quindi ridiretto l’impegno di molti, tra cui molti immigrati, verso la fornitura di sostanze e servizi legati al mercato informale e anche di natura illecita. È facile quindi avanzare l’ipotesi che le principali figure di devianza legate all’immigrazione – il traffico di droga, la prostituzione, i vari mercati dell’economia informale – abbiano trovato le loro radici all’interno della situazione sopra descritta, in cui sia la domanda di tali servizi sia l’opportunità di offrirli sono ampiamente aumentati (Melossi 1999, pp. 45 sg.).

La globalizzazione si presenta come una regolazione criminale:

L’attuale rapporto di forze conduce al tentativo di eliminare i modi di regolazione imposti dai rapporti sociali ormai superati, per sostituirli non con la deregulation, la competizione, la concorrenza sui mercati, con tutto il repertorio insomma del discorso liberista, ma piuttosto con la regolazione segreta, clandestina, degli oligopoli, delle multinazionali, del capitale dominante, una regolazione criminale, dotata di trasparenza analoga a quella del Politburo della Corea del Nord o delle riunioni della mafia, un progetto utopistico, capace solo di generare il caos (Amin 1998, p. 10).

L’economia della globalizzazione sarebbe di per sé criminale, poiché si regge sui cinque crimini maggiori contro l’umanità: 1) le transazioni finanziarie, alla cui base c’è il riciclo di tutte le altre forme di criminalità; 2) il commercio di armi e di materiali nocivi; 3) il commercio di organi umani, viventi e sezionati; 4) il commercio della droga; 5) il saccheggio della natura (Amoroso 1999, p. 50).
Si ripropone il problema del rapporto tra capitalismo e mafia e più in generale il crimine organizzato. In altra sede mi sono posto questo problema pervenendo alla seguente conclusione. Sarebbe scorretto identificare capitalismo e mafia, dato che fenomeni di tipo mafioso non si sono registrati dovunque si è imposto il modo di produzione capitalistico. La mafia nei suoi primi sviluppi è assimilabile alle forme dell’accumulazione primitiva, ma non tutte le forme di accumulazione originaria hanno prodotto mafie. Decisiva a mio avviso è stata l’affermazione della forma Stato come monopolista della forza. In Inghilterra è documentata fino agli inizi del XIX secolo la presenza dei Volunteer, squadre a cavallo a servizio dei proprietari terrieri, che operavano in maniera molto simile a quella degli antenati dei mafiosi siciliani. Solo che dei Volunteer in seguito non si trova traccia mentre i mafiosi siciliani avranno un avvenire assicurato. Non mi pare che ci sia nessun mistero: in Inghilterra la violenza necessaria per portare avanti i processi di espropriazione viene assunta direttamente dallo Stato, mentre in Sicilia vige un oligopolio della violenza che offre ampio spazio all’azione violenta privata (Santino 2000a, pp. 86 sgg.).
Nell’evoluzione del rapporto tra capitalismo e mafia-mafie possiamo distinguere tre fasi: 1) nella transizione dal feudalesimo al capitalismo si formano organizzazioni criminali di tipo mafioso dove non si afferma il monopolio statale della forza (mafia in Sicilia, triadi in Cina, yakusa in Giappone); 2) nei paesi a capitalismo maturo troviamo organizzazioni di tipo mafioso in presenza di determinate condizioni: immigrazione, che non significa che tutti gli immigrati sono criminali, ma che tra gli ultimi arrivati ci sono soggetti che usano il crimine come accumulazione primitiva; mercati neri originati dai proibizionismi, dall’immigrazione clandestina al proibizionismo degli alcolici prima e delle droghe dopo; 3) nel capitalismo globalizzato la diffusione di organizzazioni criminali di tipo mafioso si spiega con le grandi opportunità offerte da un sistema in cui operano come fattori criminogeni dati strutturali come l’aggravamento degli squilibri territoriali e dei divari sociali e i processi di finanziarizzazione (Santino 1999, pp. 172 sg.). Oggi più che mai deficit e ipertrofia delle opportunità invece che scontrarsi si danno la mano. Siamo passati da società mafiogene locali e circoscritte a un villaggio globale mafiogeno, esteso dai centri alle periferie.
Abbiamo già detto che la globalizzazione più che un sistema di omologazione e di inclusione è un sistema di esclusione che acuisce squilibri e divari, con il risultato che per molte aree del pianeta (l’Africa, l’America latina, gran parte dell’Asia, gli ex paesi socialisti) l’accumulazione illegale è l’unica economia possibile. Su questo fronte possiamo dire che il paradigma del deficit possa essere utilmente impiegato, ma il crimine non si sviluppa solo nelle periferie emarginate ma pure nei centri del capitale finanziario (e qui le opportunità per il crimine organizzato sono decisamente ipertrofiche).
La crescita dell’economia finanziaria non viene considerata solo come un effetto della globalizzazione ma si identifica con essa (Gallino 2000, p. 112). Basterà qualche dato: nel 1998 c’è stato un movimento giornaliero di capitali di 2.000 miliardi di dollari, di cui una frazione minima (tra un cinquantesimo e un centesimo della cifra totale) riguarda l’economia reale, produttrice di beni e servizi. Negli ultimi trent’anni gli scambi finanziari hanno avuto un aumento vertiginoso: nel 1970 erano 10-20 miliardi di dollari, nel 1980 sono passati a 80 miliardi, nel 1990 sono arrivati a 500 miliardi.
Il sistema bancario-finanziario è diventato un vero e proprio casinò, per cui si è parlato di “finanza barbara” (Millman 1996) o di “denaro impazzito” (Strange 1999). Sono ulteriormente proliferate le innovazioni finanziariee sono comparsi nuovi operatori. Il mercato dei derivati ha avuto un incremento spettacolare: si calcola che il valore complessivo dei contratti relativi a derivati in circolazione in ventisei paesi nel 1995 equivaleva al doppio della produzione economica mondiale, cioè a circa 47,5 trilioni di dollari (Strange 1999, p. 45).
Accanto agli intermediari finanziari (brokers) agiscono gli operatori valutari, professionisti delle speculazioni più ardite e più rovinose per le economie più deboli (va sotto il nome di ramping la speculazione che consiste nel concentrare somme rilevanti in mercati di valute poco trattate, manovrandone l’ascesa o il crollo a seconda delle convenienze).
Per quanto riguarda i paradisi fiscali, i paesi e i territori che offrono particolari facilitazioni per attirare i capitali, sarebbero tra 60 e 90. Una lista nera pubblicata dall’Ocse nel giugno 2001 comprende 35 paesi. Da un recente studio del “Financial Times” limitato a 37 Stati risulta che la loro attività negli ultimi anni è cresciuta. Nel 1997 nelle isole Vergini britanniche sono state costituite 50 mila nuove società (nelle isole operano più di 260 mila società), nelle isole Cayman ne sono state costituite più di 42 mila, a Cipro più di 34 mila. I depositi in denaro hanno raggiunto 241 miliardi di dollari nelle Bahamas e oltre 500 miliardi di dollari nelle isole Cayman, con un incremento del 27,4% nelle isole Vergini britanniche (Santino 2000b). Anche se ubicati in isole offshore i paradisi fiscali si raggruppano nelle vicinanze dell’Europa e degli Stati Uniti, cioè delle grandi centrali finanziarie e obbediscono alle esigenze di frazioni crescenti del capitale di sfuggire ai controlli e cercare sbocchi speculativi più remunerativi degli investimenti produttivi. Non tutto il capitale finanziario è di provenienza illegale ma, data l’opacità del sistema finanziario, è difficile se non impossibile distinguere i vari flussi di capitale.
In questo contesto si sviluppano le varie attività criminali, dai traffici di droghe, di armi e di materiali nucleari al saccheggio del territorio, con le deforestazioni, l’abusivismo edilizio, lo smaltimento di rifiuti tossici e nocivi, all’immigrazione clandestina e alla mercificazione degli esseri umani, che va dallo sfruttamento del lavoro in forme schiavistiche alla prostituzione di donne e di minori, al commercio di organi. Spesso queste attività sono condotte senza soluzione di continuo con attività legali e i soggetti criminali operano in perfetta sintonia con imprenditori e istituzioni. Si formano così gruppi dominanti che ricordano da vicino la borghesia mafiosa siciliana e si sviluppano collegamenti di soggetti criminali con rappresentanti di organizzazioni internazionali. Al processo di internazionalizzazione dei colletti bianchi si affianca l’internazionalizzazione delle attività dei gruppi criminali interessati a sfruttare le opportunità offerte dalle ingenti risorse in dotazione delle varie istituzioni: il crimine transnazionale spesso è il frutto di queste interazioni, a cominciare dalle frodi comunitarie nell’ambito dell’Unione europea e dagli appalti di opere pubbliche.
Sulla base della difficoltà se non impossibilità di distinguere legale e illegale (Isenburg 2000), si parla di una nuova fase nella storia del crimine organizzato: esso sarebbe stato dapprima predatorio, poi parassitario e ora simbiotico (Ruggiero 1992). Le attività criminali, dai traffici di droghe, di armi, di esseri umani, ai reati ambientali, sono segmenti di percorsi condivisi con altri soggetti, imprenditoriali e istituzionali, ognuno dei quali ha la sua convenienza e percepisce la sua quota di proventi. In realtà non si tratta soltanto di casi di collusione, gravi ma tutto sommato circoscritti, ma di qualcosa che rimanda alla struttura stessa dell’economia e del mercato, già prima della fase di globalizzazione: studiando l’impresa mafiosa ho proposto di utilizzare l’ipotesi teorica dell'”economia polimorfa” e del “mercato multidimensionale”, in cui economia legale, sommersa e illegale si configurano come scomparti di un unico mercato, dando vita a scenari complessi, che vanno dall’intreccio e complicità alla convivenza e al conflitto (Santino-La Fiura 1990, pp. 93 sg.).
La simbiosi è alimentata anche dalla condivisione di un codice culturale. All’interno di quello che è stato definito il “pensiero unico”, il dogma della competitività accomuna soggetti illegali e legali. Del resto che il crimine sia una forma di competitività lo sapevamo già (rituale il riferimento a Merton) e che il capitale non esiti a cogliere tutte le occasioni, comprese quelle criminali, di massimizzazione del profitto lo ricordava già nel XIX secolo Dunning, a cui fa riferimento Marx nel primo libro del Capitale. E l’auto-normatività del mercato reca ancora più marcati i segni già inventariati da Weber: tutto viene ridotto a cosa e a merce e l’etica del profitto ricrea comportamenti e relazioni a sua immagine e somiglianza.
Al vertice di questa scalata criminale si potrebbero collocare quelli che sono stati definiti gli “Stati-mafia”. L’espressione è stata impiegata negli ultimi anni per designare alcuni Stati direttamente impegnati in attività criminali. Si tratta in particolare di Stati balcanici, come la Serbia e l’Albania, nati dopo la dissoluzione dei regimi socialisti. In questi paesi le organizzazioni mafiose locali, dedite al traffico di droghe e di armi e con un ruolo di primo piano nelle guerre che hanno insanguinato l’area balcanica, si sono annidate ai vertici delle istituzioni, dando vita a regimi criminocratici (“Quaderni speciali di Limes” 2000).
Situazioni sostanzialmente omologhe si sono registrate in altri paesi ex socialisti, a cominciare dalla Russia, dove le organizzazioni criminali si sono sviluppate dal seno stesso del Kgb e del Pcus e le borghesie in ascesa sono espressione di gruppi criminali, mentre pratiche illegali e corruzione allignano ai vertici del potere, come nel caso della famiglia Eltsin, coinvolta in operazioni di riciclaggio di capitali attraverso banche di vari paesi.
L’espressione è nuova ma il fenomeno non lo è e non si può dire che sia limitato ai paesi ex socialisti. Di criminocrazia, più esattamente di narcocrazia, si è parlato per vari paesi, i cui governanti sono risultati direttamente coinvolti nel traffico di droghe, e tra i casi più eclatanti si citano la dittatura del generale García Meza in Bolivia, il regime di Noriega in Panama, il regime militare in Birmania.
Nella storia della mafia siciliana il rapporto con le istituzioni si può considerare un dato costitutivo e si inscrive all’interno dei processi di formazione delle classi dominanti e della concreta configurazione della forma Stato. Il discorso non va limitato alla mafia. All’interno dello Stato italiano si sono verificati processi di criminalizzazione del potere e si sono formate delle vere e proprie istituzioni criminali. Tali possono essere considerati i cosiddetti “poteri occulti” (come i servizi segreti “deviati”, i cui dirigenti erano iscritti alla loggia massonica P2) che hanno avuto un ruolo nelle stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, in collaborazione con gruppi neofascisti e altri soggetti impegnati a respingere con ogni mezzo l’avanzata di partiti e movimenti che mettevano in forse l’assetto di potere. Anche in paesi come gli Stati Uniti ci sono stati fenomeni di criminalità del potere, come nel caso dell’assassinio del Presidente Kennedy, volutamente non chiarito in sede giudiziaria.
Gli Stati-mafia, pertanto, non sono soltanto nei Balcani o in paesi dittatoriali (dalla Grecia dei colonnelli all’America latina) ma l’espressione può essere usata per rappresentare un duplice fenomeno: le connessioni tra organizzazioni criminali e istituzioni, spesso rappresentate da personaggi incriminati per corruzione o per mafia, come in Turchia, dove sono al governo uomini della banda politico-criminale dei Lupi grigi, o nell’Italia berlusconiana, dove sono stati candidati ed eletti uomini condannati o sotto processo, e l’uso, continuativo o anche episodico, di pratiche criminali da parte delle istituzioni stesse.
Tirando le somme, possiamo parlare di “crimini della globalizzazione” dando all’espressione questo significato: i gruppi criminali proliferano e le attività criminali si sviluppano in un contesto che è criminogeno per i suoi caratteri strutturali e che da più parti viene definito criminale per le modalità dell’accumulazione e della regolazione.


Le risposte istituzionali

È possibile governare la globalizzazione? L’Onu ha tentato di porsi il problema e nel corso degli anni ’90 si è formata una Commission on Global Governance, formata da 28 membri di 26 paesi. La global governance dovrebbe configurarsi come un insieme di regole, introdotte attraverso accordi bilaterali e multilaterali, per controllare i flussi economici mondiali (Gallino 2000, p. 106). I soggetti dovrebbero essere i governi, le istituzioni intergovernative, le Ong, i movimenti di cittadini, le corporazioni transnazionali, le università, i mass media. La Commissione ha proposto l’istituzione di un Consiglio per la sicurezza economica che dovrebbe avere i seguenti compiti: monitorare lo stato dell’economia mondiale, elaborare politiche strategiche al fine di promuovere uno sviluppo stabile, equilibrato, sostenibile; assicurare la coerenza nell’azione delle organizzazioni internazionali, assicurare una leadership politica. Il progetto è rimasto sulla carta per l’incapacità dell’Onu di avere una qualche influenza sul Fmi, sulla Bm, sull’Omc e di contrastare l’affermazione del G8, che si presentano come i detentori del superpotere globale.
Sul piano delle politiche anticrimine le Nazioni Unite hanno cercato di avere un loro ruolo, cominciando a porsi il problema degli sviluppi internazionali della criminalità organizzata fin dal 1975, gettando le basi per la preparazione di una convenzione internazionale con una serie di iniziative, fino ad arrivare alla conferenza di Palermo del dicembre 2000 per la firma della convenzione sul crimine transnazionale.
Per la Convenzione un reato è di natura transnazionale se è commesso in più di uno Stato; se è commesso in un solo Stato ma la sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo ha luogo in un altro Stato; se è commesso in un solo Stato ma coinvolge un gruppo criminale che svolge attività criminali in più di uno Stato, o è commesso in uno Stato ma ha effetti sostanziali in un altro Stato (art. 3).
La Convenzione mira a introdurre negli ordinamenti dei paesi firmatari una figura di reato che richiama l’associazione a delinquere di tipo mafioso della legislazione italiana (art. 5), norme contro il riciclaggio (artt. 6-7), contro la corruzione (artt. 8-9), per la confisca dei beni derivanti da attività illecita (artt. 12-14), disponendo che gli Stati non possono opporre il segreto bancario (art. 12), per l’assistenza giudiziaria reciproca (art. 18) e per l’assistenza alle vittime (art. 25). Non c’è nessun accenno ai crimini ambientali.
Due protocolli aggiuntivi riguardano la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, e il traffico di migranti. La firma di un terzo protocollo contro la produzione illecita e il traffico di armi da fuoco è stata rimandata.
La Convenzione rappresenta il tentativo di creare un diritto penale internazionale a partire dal tema dell’internazionalizzazione del crimine organizzato, ma, a parte l’affidabilità di vari Stati firmatari direttamente o indirettamente coinvolti in attività criminali, non può affrontare il problema della eziologia del crimine. L’art. 30 prevede misure imprecisate tendenti all’attuazione ottimale della Convenzione per mezzo della cooperazione internazionale e parla di “sforzi concreti” degli Stati-parte “per accrescere la loro cooperazione a vari livelli con i paesi in via di sviluppo, in modo da rafforzare la capacità di questi ultimi di prevenire e di combattere la criminalità organizzata transnazionale”, disponendo che gli Stati versino dei contributi volontari. Ma, ammesso che problemi di così vasta portata possano affrontarsi in questo modo, bisognerà vedere se queste indicazioni troveranno applicazioni.
Per quanto riguarda le norme sul riciclaggio, la produzione legislativa ha assunto ormai una certa consistenza. Oltre alle norme adottate da vari paesi ci sono le direttive europee e la Convenzione interviene su un terreno già arato, ma il sistema finanziario ha come regole fondamentali l’efficienza, la sicurezza e la riservatezza e la competizione si gioca nell’intreccio di questi tre termini, il che significa che il segreto bancario continua ad essere in vigore e lo sviluppo della new economy via rete telematica invece di rendere il mercato più trasparente incoraggia l’anonimato delle transazioni, con le convenienze prevedibili per gli operatori illegali.
La proposta del premio Nobel per l’economia Tobin di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, avanzata nel 1972, finora non è stata introdotta per la refrattarietà del capitale finanziario a qualsiasi forma di controllo.
ÊIn Italia, dove con la legge 197 del 1991 è stata introdotta la legislazione antiriciclaggio, le segnalazioni di transazioni anomale sono molto poche. Nel periodo 1991-1996 a fronte di 2 miliardi e 100 milioni di transazioni bancarie, le banche hanno segnalato 7134 operazioni anomale, di cui solo 13 hanno portato ad identificare operazioni di riciclaggio (Masciandaro -Pansa 2000, p. 185).
Assieme alla innovazione tecnologica dell’informazione (Internet) e alla globalizzazione dei mercati finanziari senza un’armonizzazione degli ordinamenti, per cui proliferano i paradisi fiscali, l’integrazione monetaria europea con l’introduzione dell’euro può offrire opportunità al riciclaggio del denaro sporco innescando un meccanismo di riduzione dei costi di transazione, e questo vale sia per l’economia legale che per quella illegale.


Risposte alternative: dall’happening al progetto

Contrariamente a quel che si leggeva sulla pagina dedicata a Palermo nel sito internet dell’Onu durante la conferenza sul crimine transnazionale del dicembre scorso, la lotta alla mafia in Sicilia non è nata negli ultimi anni. La lettura del testo, che riporto in appendice, è davvero illuminante (tra l’altro si riporta in esergo una frase di Giovanni Falcone con la data 2 dicembre 1992: anche i più disinformati sanno che Falcone è stato ucciso il 23 maggio dello stesso anno) e, assieme alle affermazioni che ci è toccato di ascoltare durante la conferenza, secondo cui la mafia ormai è alle corde e la Convenzione sarebbe il cappio al collo di un morente, ci dà un’idea del clima culturale in cui si sono svolti i lavori.
Non ci vuol molto a capire che la mafia siciliana, pur avendo ricevuto dei colpi, in reazione alla escalation di violenza degli anni ’80 e ’90, non è a pezzi, ma bisogna operare uno sforzo di memoria decisamente controcorrente per recuperare una storia che si è fatto di tutto per dimenticare, seppellendola sotto palate di ignoranza e di stereotipi.
La lotta contro la mafia in Sicilia ha avuto le caratteristiche di un grande movimento di massa finché è stata l’aspetto specifico della lotta di classe e del conflitto sociale: centinaia di migliaia di contadini hanno dato vita a una lotta lunga e durissima per il miglioramento delle condizioni di vita e per il diritto di cittadinanza democratica che per la reazione violenta della mafia e delle classi conservatrici, con la copertura delle istituzioni, ha assunto i caratteri di una vera e propria guerra di liberazione (Santino 2000c). Alla sconfitta di queste lotte ha fatto seguito un imponente flusso migratorio che ha dissanguato la Sicilia inchiodandola alla sudditanza verso classi dominanti che hanno gestito il potere secondo un modello mafioso-clientelare.
Negli ultimi decenni, in risposta all’esplosione della violenza mafiosa, settori delle istituzioni e della società civile si sono attivati ma tanto la reazione istituzionale che la mobilitazione della società civile hanno avuto il limite dell’emergenzialismo e quando sono finiti i grandi delitti e le stragi c’è stato un ritorno indietro. Negli ultimi anni si è registrata l’attenuazione della legislazione d’emergenza e l’affermazione di forze politiche che hanno tra le loro fila personaggi inquisiti o sotto processo, candidati alle elezioni ed eletti con gran numero di voti, ha tutto il sapore di una rivincita. Attualmente siamo nel pieno di una stagione in cui la mafia viene data per vinta, i nemici sembrano essere i magistrati che hanno cercato di portare nelle aule giudiziarie i politici incriminati per i loro rapporti con i mafiosi e l’illegalità e l’impunità vengono sventolate come bandiere di trionfo.
Se vogliamo invertire la tendenza abbiamo bisogno di un quadro d’analisi adeguato e soprattutto di superare i limiti del’antimafia così come si è sviluppata negli ultimi anni. Più volte abbiamo detto che bisogna passare dall’emozione al progetto, dalla testimonianza al coinvolgimento di ampi strati della popolazione, coniugare valori e interessi ecc. ecc. Ma tradurre tutto questo in programma concreto e credibile non è facile, soprattutto ora che le emozioni sono sfiorite e la memoria di fatti tragici si allontana.
Spesso si dice che bisogna imparare a pensare globalmente e ad agire localmente, ma forse sarebbe più corretto dire che globale e locale debbono andare di pari passo, sul piano dell’analisi e su quello dell’operatività. E questa è l’indicazione più significativa del movimento che è comparso sulla scena a Seattle e si è dato un progetto di sviluppo autonomo a Porto Alegre. Un movimento antimafia oggi deve porsi dentro una prospettiva transnazionale e fare parte organicamente di un progetto di alternativa globale. I crimini della globalizzazione, nel senso che abbiamo cercato di delineare, debbono figurare a pieno titolo nell’agenda del movimento contro la globalizzazione capitalistica.
Riprendendo i punti essenziali del paradigma della complessità, possiamo indicare, a grandi linee, i terreni su cui si dovrebbe sviluppare il nostro lavoro.
Mafie e crimine transnazionale sono figli legittimi del contesto mondiale ma questo non significa che dobbiamo attendere la palingenesi universale. La dimensione penalistica è ineliminabile e bisognerà attrezzare convenientemente la legislazione e gli apparati repressivi, ma bisogna sapere che questo non basta se non si affrontano i problemi di fondo che stanno alla base della riproduzione del crimine e della sua simbiosi con il quadro sociale. Per quanto riguarda l’accumulazione, non si può agire solo sui patrimoni già formati, con la confisca dei beni, e sul riciclaggio, con l’abolizione del segreto bancario e dei paradisi fiscali e con il controllo sui processi di finanziarizzazione, ma pure sulle fonti, dal proibizionismo delle droghe all’immigrazione, dal lavoro nero alla prostituzione, dallo smaltimento dei rifiuti alle opere pubbliche.
I rapporti tra mafie e politica sono stati e rimangono la chiave di volta della legittimazione dei gruppi criminali e si pone il problema di andare in controtendenza rispetto ai processi in atto di concentrazione dei poteri: occorre più democrazia non meno democrazia e la partecipazione democratica deve svilupparsi attraverso forme diffuse di protagonismo e di controllo.
Sul piano culturale, l’etica della globalizzazione (la competitività, il successo ad ogni costo) è quanto di più ospitale ci possa essere per la cultura mafiosa e le attività di “educazione alla legalità” troppo spesso somigliano a un appello al rispetto di regole quotidianamente calpestate e a un impegno unanimistico che pialla le responsabilità e cade nel vuoto. Ci occorre invece un’etica della radicalità e del conflitto, della coerenza tra dichiarazioni e comportamenti. Il consenso ha una consistente base materiale e se vogliamo suscitare movimenti di massa, riprendendo una linea che fu del movimento contadino, bisognerà operare su questa base, sviluppando l’economia legale e la partecipazione dal basso. Solo così si potranno strappare gli strati popolari all’egemonia mafiosa. Bisognerà insomma agire su tutti quei terreni che rendono una società mafiogena, sviluppando un’azione integrata che miri soprattutto alla prevenzione.
Come si vede si tratta di problemi di fondo ma non partiamo da zero: negli ultimi anni abbiamo accumulato un patrimonio di analisi e di esperienze che ci consente di muovere passi significativi su questo cammino. La “globalizzazione dal basso” ha cominciato a prendere corpo non solo nelle manifestazioni di protesta ma soprattutto attraverso un faticoso lavoro quotidiano a cui ciascuno di noi è chiamato a dare il suo contributo. E il contributo dalla Sicilia recherà il segno di un impegno che si è sviluppato nel tempo, con un alto costo di sangue. Memoria e progetto sono le gambe su cui cammina un movimento che non si limiti a inseguire le scadenze degli altri e voglia andare oltre i riti e gli stereotipi.


Note

1 Qualcuno ha proposto l’uso di termini diversi per distinguere i processi in corso e le rappresentazioni che di essi si danno. Per esempio, il sociologo tedesco Ulrich Beck distingue globalizzazione da globalità e da globalismo, intendendo per globalizzazione un processo in seguito al quale gli Stati nazionali e la loro sovranità vengono condizionati e connessi trasversalmente da attori transnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro orientamenti, identità, reti; globalità invece significa: che viviamo da tempo in una società mondiale… nessun paese, nessun gruppo si può isolare dall’altro; mentre il termine globalismo indica il punto di vista secondo cui il mercato mondiale rimuove o sostituisce l’azione politica, vale a dire l’ideologia del mercato mondiale, l’ideologia del neoliberismo (Beck 1999, pp. 22 sgg.).
2 Esemplare la vicenda dei farmaci per l’Aids in Sudafrica: solo la mobilitazione delle autorità e della popolazione di quel paese è riuscita a piegare la volontà delle case produttrici che mantenevano alti i prezzi, infischiandosene delle condizioni di povertà degli ammalati. Non meno significative le valutazioni delle multinazionali del tabacco sui morti per tabagismo: la mortalità comporta un risparmio notevole delle spese sanitarie e sociali, quindi bisogna lasciare alle case produttrici la libertà di intossicare e di uccidere. Ragionamento che da un punto di vista meramente economico non fa una grinza.
3 Agli strumenti utilizzati in passato (fondi comuni d’investimento, titoli atipici, società fiduciarie ecc.) si sono aggiunti nuovi strumenti: swaps (accordi con cui le parti si impegnano a scambiarsi flussi di pagamento in un determinato periodo di tempo), futures (contratti a termine con cui le parti si impegnano a vendere o ad acquistare beni, titoli o valute a una data prefissata), derivati (contratto o titoli il cui valore è legato al valore di altri titoli o merci), opzioni (diritti di comprare o vendere qualcosa a un prezzo determinato, o di dare inizio o porre fine ad un accordo finanziario a data determinata), hedge funds (un tipo di fondo comune d’investimento che opera in maniera spregiudicata con capitali di investitori privati).


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Santino Umberto, La mafia come soggetto politico, Centro Impastato, Palermo 1994; La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; Oltre la legalità. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro Impastato, Palermo 1998; Crimine transnazionale e capitalismo globale, in Vaccaro Salvo (a cura di), Il pianeta unico, cit., 1999, pp.163-183; La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000a; Dalla mafia al crimine transnazionale, in “Nuove Effemeridi”, anno XIII, n. 50, 2000b, pp. 92-101; Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000c.
Santino Umberto – La Fiura Giovanni, L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1990; Dietro la droga, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993.
Strange Susan, Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro, Edizioni di Comunità, Torino 1999.
Wallerstein Immanuel, 1978, Il sistema mondiale dell’economia moderna, il Mulino, Bologna 1978.
Undp (United Nations Development Programme), Rapporto 1999 su lo sviluppo umano. La globalizzazione, Rosemberg & Sellier, Torino 1999.
Weber Max, Economia e società, vol. II, Edizioni di Comunità, Milano 1980.

Relazione al seminario internazionale “I crimini della globalizzazione” svoltosi a Palermo dal 13 al 15 dicembre 2000.

 


Appendice

Dal sito delle Nazioni Unite: htpp//www.odccp.org./palermo

“The most revolutionary thing you could do in Sicily, is simply to apply the law and punish the guilty.”
Judge Giovanni Falcone, 2 December 1992

The city of Palermo has a rich and diverse history. First founded in the 8th century B.C. by the Phoenicians, Palermo has come under the influence of the Moors, the Normans, the Spanish, the Austrians and the Houses of Savoy and Bourbon. Palermo’s art, architecture and style reflects its unique past.

However, Palermo and Siciliy’s wealth of culture has been overshadowed by the region’s history with organized crime. Media and entertainment (most notably in Mario Puzo’s novel, “The Godfather” later adapted in an Academy Award winning film) turned Sicily into a worldwide metaphor for violence and organized crime.

Even among Sicilians and Palermitani, the Mafia was perceived as an invincible and thought to be part of the culture until the middle of the 1980’s. Criminal violence, political corruption, intimidation and fear dominated everyday life. Mafia killings in Palermo were commonplace.

There was a moment between 1979 and 1982, when the ferocious Corleone mafiosi killed all the top authorities in Sicily: the President of the regional parliament, the prefect, the chief prosecutor, the top investigative judge and the head of the opposition party.

At the same time a movement began. Led by a small group of citizens from all walks of life. It was quiet at first. However, they believed that the situation could be reversed.

By the second half of the 1980’s, the mentality of Sicilians began to change. There were the maxi-trials of 1986-1987 that for the first time convicted the entire leadership of the Sicilian Cosa Nostra.

At the beginning of the 1990’s, Mani Pulite (“Clean Hands”) magistrates in the North, and anti-mafia prosecutors in the South, succeeded in changing the Italian political system. They dealt substantial blows to the most powerful criminal networks. Pentiti — or turncoats — provided prosecutors with valuable information that turned the tables on the Mafia. Top bosses — like Toto Riina — were jailed.

These efforts did not come without a price. It cost the lives of courageous magistrates — like Judge Giovanni Falcone and Judge Paolo Borsellino — and the lives of many other public officials.

Instead of provoking fear, their killing provoked a greater outcry for justice and a restructuring of Sicilian society. Bed sheets with anti-Mafia slogans were hung from windows throughout Palermo. Housewives and shopkeepers joined youth groups and religious congregations in the street. Journalists exposed corrupt politicians. Community leaders demanded accountability and transparency from government.

Today the Sicilian mafia is in pieces. While there is still an underworld in Italy and they continue to use intimidation as a means to power, the Mafia is no longer the national emergency it once was.

Happily, Sicily is in a much better condition today. Tourists from around the world are flocking to the island in record numbers. Palermo is in the midst of a renaissance. The BBC recently described it as “exciting and safe.” The downtown has been reborn. You can walk in the historical centre at night, enjoy a pizza, and there is music, open-air restaurants and thousands of people.

csd centro siciliano di documentazione giuseppe impastato
palermo 01. 12. 2000

 

 

Qualche informazione su Palermo per gli illustri partecipanti alla conferenza dell’ONU sul crimine transnazionale…

In vista della conferenza delle Nazioni Unite sul crimine transnazionale, che si svolgerà a Palermo dal 12 al 15 dicembre, per le strade della città sono comparsi cartelloni con le seguenti scritte:
“Il mondo ha un sogno: imitare Palermo” e “Stiamo costruendo nuovo lavoro: per questo Palermo è un cantiere”.
Sul sito delle Nazioni Unite (htpp//www.odccp.org./palermo) si possono trovare alcune informazioni sulla città in cui si legge che nonostante la grande storia di Palermo, riassunta in cinque righe, la città e la Sicilia sono note in tutto il mondo per la criminalità organizzata e vengono citati il romanzo di Puzo “Il Padrino” e il film che ne è stato tratto (fonti di grande rilevanza scientifica!). Con un gigantesco salto storico, ignorando totalmente le lotte contro la mafia che ci sono state a cominciare dall’ultimo decennio del XIX secolo, si passa agli anni ’80, si ricordano i crimini della mafia e si afferma che in quegli anni i siciliani hanno cambiato mentalità ed è cominciato il “rinascimento” di Palermo. Conclusione: oggi la mafia è in pezzi e non è più un'”emergenza nazionale”.
I partecipanti alla conferenza possono stare tranquilli: passeggino per il centro storico (non si dice che ci sono ancora migliaia di rovine), siedano nei ristoranti all’aperto, mangino la pizza e ascoltino i concertini.
Il Centro Impastato offre agli illustri partecipanti alla conferenza delle Nazioni Unite e a tutti coloro che vogliono saperne di più questa breve “Guida alternativa alla conoscenza di Palermo, della mafia e dell’antimafia”.
Ovviamente non è nostra intenzione disturbare i lavori della conferenza suscitando memorie scomode e dando un’immagine della realtà un po’ diversa da quella ufficiale. Palermo nei giorni della conferenza sarà una città sicurissima, sbarrata ai comuni mortali e presidiata da un imponente schieramento di forze dell’ordine. E non c’è da preoccuparsi se sparute minoranze hanno pensato a qualche manifestazione e a un seminario dal titolo evidentemente provocatorio: “I crimini della globalizzazione”. I soliti estremisti.
Buon lavoro, Illustri Ospiti. E buona pizza. Ormai la Connection c’è solo nelle pagine di qualche libro e in qualche vecchio film.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato

P.S. Una piccola distrazione. Il testo su Palermo delle Nazioni Unite comincia con la citazione di una frase del giudice Falcone (“La cosa più rivoluzionaria che si potrebbe fare in Sicilia è semplicemente applicare la legge e punire i colpevoli”) che sarebbe stata pronunciata il 2 dicembre 1992. Anche i più distratti dovrebbero ricordare che Giovanni Falcone è morto nella strage di Capaci del 23 maggio 1992.

 

 

Guida alternativa alla conoscenza di Palermo, della mafia e dell’antimafia

Palermo ha un sogno: liberare il mondo dalle mafie e dagli smemorati. Oppure: Il mondo ha un sogno: liberare Palermo dalla mafia e dagli smemorati.

Palermo ha alle spalle una storia millenaria: fondata dai Fenici nell’VIII secolo a.C., fu in seguito municipio romano, borgo bizantino, capitale araba, splendido centro internazionale normanno, capitale del Sacro romano impero con Federico II, città ribelle alla dominazione angioina (Vespri siciliani del 1282), prosperò sotto gli Aragonesi, decadde sotto il dominio spagnolo, a cui si ribellò con la sommossa popolare del 1646, conobbe in seguito la dominazione borbonica, diede vita alle rivoluzioni del 1820 e del 1848 e il 27 maggio del 1860 vide l’arrivo di Garibaldi con i suoi Mille e lo stesso anno votò l’annessione al regno d’Italia, divenendo una delle principali città italiane. Durante l’ultima guerra mondiale subì numerosi bombardamenti che distrussero gran parte del suo centro storico. Dal 1946 è capitale della Regione siciliana.
La mafia, organizzazione criminale con forti legami con il contesto sociale e con le istituzioni, si è sviluppata prima nelle campagne, con la funzione precipua di sfruttamento e controllo violento dei contadini (ma anche allora era presente nella città), poi ha dominato sempre di più sulla scena urbana, ed è stata uno dei protagonisti della speculazione edilizia che ha stravolto la città (sacco di Palermo) e cementificato la pianura circostante (Conca d’oro).
La sua evoluzione storica è un intreccio di continuità e trasformazione. Dagli anni ’70, la mafia siciliana ha avuto un ruolo di primo piano nel traffico internazionale di droga e la lievitazione dell’accumulazione illegale ha spinto i cosiddetti “corleonesi” ad accentuare la violenza interna ed esterna, per assicurarsi il dominio nell’organizzazione criminale e ottenere maggiori spazi di potere e maggiori occasioni di investimento.
Il movimento antimafia si è sviluppato coevamente al fenomeno mafioso e ha avuto nel movimento contadino, dai Fasci siciliani (1891-94) alle lotte del secondo dopoguerra, il protagonista più significativo. Moltissimi sindacalisti, dirigenti politici e militanti socialisti e comunisti, da Bernardino Verro a Giovanni Orcel, da Accursio Miraglia ai caduti della strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, a Placido Rizzotto e a Salvatore Carnevale, sono stati uccisi. Tutti questi delitti sono rimasti impuniti, poiché la violenza mafiosa era funzionale al mantenimento del potere dei grandi agrari. Le sconfitte del movimento contadino hanno portato all’emigrazione di milioni di persone, in tal modo la Sicilia si è dissanguata e il dominio mafioso si è fatto sempre più forte.
Mentre negli anni ’60 e ’70 la lotta contro la mafia vede impegnate piccole minoranze (particolarmente significativa è l’esperienza di Peppino Impastato, che ha cominciato la lotta contro la mafia a partire dalla sua famiglia in cui figuravano noti capimafia), alla fine degli anni ’70 e negli anni ’80 e ’90 l’escalation della violenza mafiosa, che ha colpito dirigenti politici come il segretario regionale comunista Pio La Torre, operatori sociali come Mauro Rostagno, giornalisti come Mario francese, Pippo Fava e Beppe Alfano, imprenditori come Libero Grassi e uomini delle istituzioni (magistrati come Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, poliziotti come Boris Giuliano, Beppe Montana e Ninni Cassarà, il presidente della regione Piersanti Mattarella) e ha il suo culmine nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio del ’92, in cui sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini di scorta, e di Firenze e Milano del ’93, in cui sono morte dieci persone, ha suscitato la reazione delle istituzioni (con la legge antimafia del 1982, il maxiprocesso e le condanne di capimafia e gregari) e della società civile, con grandi manifestazioni e la formazione di comitati e associazioni. Anche la Chiesa cattolica, che ha gravi responsabilità nel sostegno al potere democristiano che si avvaleva dell’appoggio della mafia, ha avuto un ruolo e ha pagato il suo tributo di sangue, con l’assassinio di don Pino Puglisi. La reazione delle istituzioni e della società civile ha avuto un grosso limite: è stata una risposta all’accentuazione della violenza mafiosa, in una logica d’emergenza, per cui una volta che la mafia ha cessato di uccidere personaggi importanti, c’è stato un ripiegamento.
La mafia negli ultimi anni ha ricevuto dei colpi ma è ben lontana dall’essere a pezzi. I mafiosi hanno capito che bisogna controllare la violenza, essere poco visibili, in modo da poter rinnovare i rapporti con le istituzioni e la società, hanno rilanciato attività storiche come l’estorsione e l’usura e si candidano alla gestione degli appalti di opere pubbliche, in vista dei cospicui fondi europei in arrivo. Le attività antimafia continuano, in particolare nelle scuole, ma manca un progetto adeguato e coerente che coinvolga soggetti istituzionali e della società civile e affronti i problemi dello sviluppo, della partecipazione democratica e dell’uso razionale delle risorse pubbliche.
Palermo oggi conta circa 700.000 abitanti, ha una popolazione attiva (persone occupate, disoccupate alla ricerca di nuova occupazione o di prima occupazione) di 262.336 persone e un tasso di disoccupazione (rapporto percentuale tra persone in cerca di prima occupazione o disoccupati in cerca di nuova occupazione e totale popolazione attiva) altissimo: compresi maschi e femmine del 34,8% (maschi 33%, femmine 38%). La disoccupazione giovanile è oltre il 50% e ha un peso rilevante il lavoro nero o sommerso. La “cultura della legalità” di cui Palermo sarebbe capitale mondiale, per le tante iniziative che si svolgono, spesso episodiche e quasi sempre inadeguate, va a braccetto con l’illegalità diffusa.
Le attività economiche vedono la prevalenza del settore terziario (soprattutto pubblico impiego e commercio al dettaglio, settore in profonda crisi) e nella composizione sociale sono prevalenti i ceti medi e gli strati marginali. Il risanamento del centro storico è stato appena avviato, scarseggia l’acqua, la città è tra le più sporche d’Italia, la rete di servizi è carente, tanto che la città figura all’ultimo posto nelle graduatorie annuali del “Sole 24 ore”.
Tra gli eventi culturali si segnala il festino di Santa Rosalia, con cui ogni anno la città celebra la sua santa patrona, un’eremita del XII secolo, le cui reliquie furono ritrovate in una grotta del Monte Pellegrino nel 1624, quando infieriva la peste. Secondo la tradizione la santa, spodestando le sante patrone, effigiate nelle nicchie dei Quattro Canti, avrebbe fatto cessare la peste. In realtà la peste cessò quasi due anni dopo il rinvenimento delle reliquie e su di esse, come ha scritto un autorevole prelato, mons. Paolo Collura, non è mai stato fatto nessun controllo scientifico.
Tornando ai nostri giorni, per la conferenza dell’ONU si sono spesi, in gran fretta (un altro sintomo di come si opera in Italia), 90 miliardi di lire per opere in larga parte effimere o di “facciata”: restauro, appunto, di facciate, l’installazione di un capannone da festa della birra davanti al Palazzo di giustizia, l’illuminazione del pavimento di Piazza Politeama (nella migliore tradizione dello spreco panormita), la villa a mare dopo 50 anni d’attesa (una delle poche cose apprezzabili), ma è difficile considerare che con queste opere si stia creando “nuovo lavoro”.
Ce n’è abbastanza per dire che chi ha inventato lo slogan: “Il mondo ha un sogno: imitare Palermo”, e chi ha redatto la scheda su Palermo da distribuire ai partecipanti alla conferenza, che ignora tutta la storia dell’antimafia facendola nascere negli anni ’80, è un esempio da manuale di mitomania e smemoratezza. Ma per una città con una storia trimillenaria né l’una né l’altra sono novità… u.s.

Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” – Via Villa Sperlinga 15 – 90144 Palermo
tel. 0916259789 – e-mail: csdgi@tin.it – sito internet: www.centroimpastato.com