Umberto Santino

Processo Dell’Utri e dintorni

Non so se il Pubblico Ministero del processo d’appello a Dell’Utri si sia reso conto che è stato un errore, si spera non irrimediabile, aver chiamato a deporre, a processo quasi concluso, il “pentito” Gaspare Spatuzza e i fratelli Graviano, mafiosi per niente pentiti.
Il Procuratore nazionale Piero Grasso l’aveva detto che si trattava di un procedimento “inusuale” e ora, a latte versato, D’Avanzo su “Repubblica” nazionale e l’ex magistrato notoriamente ipergarantista Di Lello sul “manifesto”, parlano di autogoal.
Le dichiarazioni di Spatuzza debbono essere ancora riscontrate e non ci voleva molto a prevedere che i Graviano si sarebbero comportati a quel modo. Ora bisogna vedere se l’impalcatura probatoria su cui si basava la sentenza di condanna di primo grado regga all’appello.
Quando ancora nell’antimafia c’era qualche dibattito (ora mi pare che il terreno sia quasi completamente occupato da chierichetti e suorine più o meno noti) ho sostenuto la necessità che il concorso esterno in associazione mafiosa venisse regolato per legge. Qualche magistrato che partecipava al dibattito mi rispondeva che era preferibile che restasse una fattispecie aperta, a fisarmonica. Non ero e non sono d’accordo. Falcone quando elaborava quella fattispecie per via giurisprudenziale non aveva altri strumenti per colpire quello che chiamo “sistema di rapporti”, vera forza del fenomeno mafioso, ma nel frattempo si sarebbe dovuto fare una legge che recepisse le condotte che – uso le sue parole – si risolvono “in un contributo causale alla realizzazione degli scopi di Cosa nostra” e devono essere consapevolmente volte “a favorirne – dall’esterno – le attività”.
I governi di centrosinistra, che rischiano di passare alla storia come i più inconcludenti dell’Italia repubblicana, ma forse dall’Unità nazionale, hanno perso molte occasioni. Ne indico alcune tra le più rilevanti, decisive per la vita del Paese. La prima: non aver regolato il conflitto d’interesse, per arrestare sul nascere la resistibilissima ascesa di Berlusconi. Ora è troppo tardi e il peggio deve ancora arrivare. Ma Bersani si chiede cos’abbia in testa Berlusconi. Ancora non l’ha capito. Con le sue lucidissime mattane Berlusconi ha in testa di abrogare la repubblica parlamentare e instaurare una repubblica presidenziale, come forma di una monarchia autoritaria.
La seconda: non aver fatto una legge elettorale decente, archiviando la “porcata” di Calderoli. La terza: non aver avviato o realizzato una seria riforma della giustizia. Adesso, con i tentativi in corso di sfuggire in ogni modo e con tutti i mezzi ai processi, Berlusconi e i suoi “tecnici” vogliono la rapida applicazione del processo breve e altre misure come il lodo sul legittimo impedimento.
Giustamente i magistrati parlano di anticostituzionalità, di mancanza di mezzi, di intollerabili vuoti di organico. Ma una riforma della giustizia non ci sarà se non si porrà mano al processo penale, limitandolo a un solo grado, riducendo il ricorso all’appello a casi eccezionali in presenza di reali novità e prescrivendo che la Cassazione non si occupi mai di merito e non possa annullare un processo per ridicoli vizi di forma, come si è permesso a un certo Carnevale, inopinatamente risuscitato.
Ma una riforma del genere si può affidare a un governo come questo e a una maggioranza come l’attuale?
In attesa di tempi meno bui, che non so se e quando verranno, un consiglio. Per le inaugurazioni degli anni giudiziari dell’anno prossimo si evitino le parate con toghe cordonate di ermellino, vero o falso. Sembrerebbe un travestimento da leone con criniera cotonata di una tartaruga semiparalizzata.
Confesso di detestare i paramenti di qualsiasi tipo. A cominciare da quelli di cui si abbigliano vescovi, cardinali e papi, che amano indossare curiosi copricapi, ereditati da riti sciamanici e antiche liturgie orientali. Li diano ai musei. Se non altro, per buon gusto. O per autentico decoro ed elementare decenza.

Post scriptum. Giunge la notizia dell’attentato a Berlusconi ad opera di uno psicolabile. Un gesto deprecabile, che favorisce la destra. Infatti è cominciata subito la caccia ai “mandanti morali”, responsabili della “campagna di odio” contro Berlusconi. Sono stati individuati nella “Repubblica” , nel “Fatto quotidiano”, in “Anno zero”, in Di Pietro, Bindi, Travaglio e i magistrati che si occupano di mafia e politica. A dire il vero gli strateghi della politica di contrapposizione frontale sono Berlusconi e i leghisti (il florilegio dei loro insulti, delle esternazioni irresponsabili, delle volgarità di gesto e di parola riempirebbe enciclopedie), Brunetta (la “sinistra di merda” deve “morirammazzata”), “Il Giornale”, “Libero”, “La Padania”. E, com’era prevedibile, i ripetuti inviti del Presidente della Repubblica al “confronto democratico” sono caduti nel vuoto.