Umberto Santino

Sullo sgombero del Laboratorio Zeta

Tanto tuonò che piovve. Lo sgombero del Laboratorio Zeta era già stato annunciato parecchie volte e quel che è accaduto il 19 scorso non è frutto del caso. L’intervento massiccio delle forze dell’ordine, che faceva pensare alla ricerca di un mafioso latitante del calibro di un Messina Denaro, è il frutto di un gioco combinato e non di un colpo di testa imprevisto e imprevedibile. I conduttori di questo gioco sono: un Comune incapace di darsi una politica culturale che non sia la pioggia di contributi ad associazioni, enti, comitati di feste rionali con pizzo incorporato, appositamente costituiti al fine di incettare pubblico denaro, e che non ha mai dato una risposta dignitosa agli esuli africani che hanno il diritto di ottenere l’asilo politico; uno IACP che scopre di avere beni al sole quando sono occupati dai protagonisti di cultura e politica alternative come i giovani del Laboratorio; un’associazione come “Aspasia” che ha voluto con grande determinazione prendere possesso dei locali per impiantarci un asilo privato, esempio non nuovo di uso privato di locali pubblici.
Questo coacervo di incapacità, di clientelismo mai sfiorito, di associazionismo interessato, in nome di una legalità tanto predicata quanto trasgredita, ha prodotto la violenta defenestrazione degli operatori del Laboratorio e dei rifugiati, che non erano solo ospiti ma stavano conducendo un’esperienza purtroppo rara di partecipazione democratica.
Ma né via Boito né Rosarno sono fatti locali, anche se le specificità locali ci sono e non possono non esserci. Con un governo che è il peggiore dell’Italia repubblicana, che teorizza e pratica la legalizzazione dell’illegalità, questi non sono fatti isolati, ma esprimono una linea e una “cultura” (in senso antropologico). I “negri”, come vengono chiamati nei titoli di scatola del “Giornale” della famiglia Berlusconi, vanno bene se si fanno sfruttare, se non hanno nessun diritto, se lavorano in nero, non vanno più bene se alzano la testa e chiedono diritti quotidianamente calpestati. I giovani vanno bene se bighellonano nelle discoteche, se incretiniscono davanti agli schermi televisivi, se fanno da claque ai tirapiedi di Berlusconi, di Lombardo e di Cammarata, non vanno più bene se si propongono come attori culturali, fanno di spazi abbandonati, che non interessano a nessuno, luoghi vivi di resistenza e di aggregazione. Esprimendo e vivendo una contraddizione con un sistema che li vuole precari e disoccupati, questuanti e remissivi.
Per nove anni il Laboratorio Zeta ha svolto un’attività quotidiana, fatta di concerti, proiezioni, seminari, incontri, corsi gratuiti di italiano per stranieri, ha approfondito tematiche come la città metropolitana, ha sostento le lotte dei senzacasa, è stato un punto d’incontro per centinaia se non migliaia di persone, non solo giovani, che vogliono vivere con occhi aperti e non si rassegnano a una quotidianità intessuta di lamentazioni e impotenza. L’incontro con gli asilanti non è stato un caso ma il prosieguo di un percorso, l’attuazione di un progetto. Tutto questo in una città sfigurata, rassegnata a replicare consenso a personaggi interessati solo a perpetuare un potere servile, non poteva non essere considerato un corpo estraneo, da eliminare alla prima occasione.
Di contro l’associazione “Aspasia” (una denominazione aulica che richiama la coltissima seconda moglie di Pericle, ricordata nei dialoghi platonici) ha tutte le caratteristiche per aspirare degnamente a prendere possesso dei locali di via Boito. Ha già ricevuto contributi notevoli (si parla di qualche milione di euro), assicura assistenza a pagamento a vecchi e bambini, non pone problemi, anzi si inserisce perfettamente nei modelli antropologici indigeni.
È sintomatico che a fare le spese dello sgombero forzoso, assieme agli immigrati e agli organizzatori e ai fruitori delle attività del Laboratorio, ci siano degli apostoli della nonviolenza come Andrea Cozzo, che ha riportato ferite con una prognosi di 25 giorni, e Gandolfo Sausa, già assolto. Il tentativo di criminalizzare i manifestanti non pare che debba riuscire, come non dovrebbe riuscire quello operato lo scorso 23 maggio, quando si è voluto sottrarre agli occhi della signorina Gelmini, inopinatamente scomodata per ricordare Falcone, il vecchio striscione dei Cobas con la scritta: “La mafia ringrazia lo Stato per la morte della scuola pubblica”. Le incriminazioni per “violazione della Costituzione” (udite udite!), “resistenza e oltraggio alla forza pubblica”, sembrano destinate a cadere. Ma purtroppo è pure sintomatico che lo stesso giorno dell’azione di forza messa in atto da forze dell’ordine in assetto di guerra, un mascalzone abbia ucciso il ventitreenne ghanese Habib Djibril in bicicletta, investendolo con la sua auto e non prestando soccorso. Dimostrando che la vita di un ragazzo di colore vale meno di uno straccio.
Ora si pone il problema di offrire una sistemazione decorosa agli asilanti assieme a una prospettiva di continuità delle attività del Laboratorio. Le iniziative in programma vogliono allargare il cerchio, costruire una rete di rapporti che vada oltre solidarietà generiche. Se ancora c’è a Palermo qualcosa che somigli a una sinistra, al di là di sigle obsolete e personaggi più o meno interessati ad esibirsi, dia un segno di vita.

Pubblicato su “la Repubblica Palermo” del 22 gennaio 2010, con il titolo: “I peccati della politica e lo sgombero dello Zeta Lab”.