Umberto Santino

Proibizionismo: proibito discuterne?

La sentenza della Corte costituzionale sull’incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, che equiparava droghe “leggere” e droghe “pesanti”, può essere un’occasione utile per riprendere il discorso sul proibizionismo delle sostanze stupefacenti, ma temo che servirà soprattutto a rinverdire i toni da crociata. Si sono sentiti già i primi botti.
Recentemente, a conclusione di una conferenza stampa in seguito agli arresti di alcuni narcotrafficanti, la procuratrice aggiunta (perché non usare il femminile, rompendo il monopolio maschile della lingua, soprattutto quando si parla di cariche pubbliche?) Teresa Principato ha dichiarato di essere favorevole alla liberalizzazione delle “droghe leggere”. E ha subito precisato, per evitare prevedibili polemiche: “È una mia opinione personale”.
Se si comincia a far data dall’Harrison Act del 1914, che avviò negli Stati Uniti la crociata contro l’oppio, e contro i cinesi d’America, quest’anno siamo arrivati al secolo per il proibizionismo delle droghe, introdotto ufficialmente a livello internazionale con le Convenzioni di Ginevra degli anni ’30, con la Convenzione unica degli stupefacenti del 1961 e con la Convezione di Vienna del 1988. Com’è noto, dal 1920 al 1933 negli Stati Uniti c’è stato il proibizionismo degli alcolici, che non vide la flessione del consumo, come si pronosticava, ma il salto di qualità dei gruppi criminali che aggiunsero alle attività tradizionali nel contesto metropolitano (sfruttamento della prostituzione, scommesse clandestine, gioco d’azzardo) le attività imprenditoriali, molto più redditizie, legate alla produzione e commercializzazione delle bevande proibite, con un incremento esponenziale dell’accumulazione illegale e l’assunzione del ruolo di oligopolisti della produzione di un “bene economico” a consumo di massa. Il “nobile esperimento” si chiuse per il suo pieno fallimento, ma al suo postosi affermò sempre di più il proibizionismo delle sostanze stupefacenti.
Le stime dei proventi delle organizzazioni criminali, che ormai si designano genericamente con il nome di “mafie”, sono incerte e di affidabilità relativa, ma comunque danno un’idea di com’è formato il “paniere” del capitale illegale a livello mondiale. Tutte le stime danno al primo posto il traffico di droghe, con valutazioni che vanno dai 300 ai 1000 miliardi di dollari l’anno, al secondo posto il traffico d’armi con 290 miliardi, al terzo il traffico di esseri umani con 31 miliardi, al quarto quello di rifiuti tossici, da 10 a 12 miliardi. Sia il traffico di droghe che quello di esseri umani sono il frutto di proibizionismi, il primo delle “sostanze psicoattive” considerate illegali, il secondo configurato dalle varie forme di impedimento alla libera circolazione delle persone.
Da anni si è avviata una strategia di impoverimento delle mafie con le confische dei beni, e su questa strada bisogna proseguire, incrementando le confische, estendendole sempre di più dai beni patrimoniali ai capitali, accorciando i tempi delle assegnazioni. Ma con le confische si interviene sull’accumulazione già realizzata non sui processi di accumulazione. Porsi, seriamente e senza dilettantismi o slogan allarmistici (“finiremmo tutti drogati”, “lo Stato diverrebbe un narcotrafficante”) , il problema dei proibizionismi significa progettare una strategia che agisca sui processi di arricchimento illegale e dia il colpo più consistente alle fonti di accumulazione delle mafie. Questo non significa che le mafie scomparirebbero, poiché le loro attività sono molteplici, ma certamente si diroccherebbero i muri portanti della ricchezza mafiosa.
Per fare questo non basterebbe legalizzare le “droghe leggere” ma è necessario avviare forme di distribuzione controllata delle sostanze attualmente illegali, in un’ottica di riduzione del danno. Le droghe, cioè le sostanze psicoattive, tutte, legali e illegali, dall’alcool al tabacco, dalla cannabis all’eroina e alla cocaina, alle droghe sintetiche, hanno effetti dannosi, più o meno gravi, e l’abolizione del proibizionismo dovrebbe essere accompagnata da campagne di informazione sulla nocività delle varie sostanze. Qualcosa del genere , a livello embrionale, hanno tentato di fare il Centro Impastato e il CISS (Cooperazione Internazionale Sud-Sud) negli anni ’90, con la pubblicazione del volume Dietro la droga, in quattro lingue, e con altri strumenti.
Un’altra ragione che milita per l’abolizione della proibizione è che in regime di illegalità, cioè di mercato diffuso a ogni angolo di strada, e per tutte le ore del giorno e della notte, i consumatori sono soggetti a rischi spesso mortali, per le condizioni in cui avviene il consumo e per i tagli alle sostanze, e con la legalizzazione sarebbero sottratti a mercanti senza scrupoli che badano solo alla lievitazione dei proventi. Anche per il traffico di esseri umani, nelle mani di moderni negrieri, l’abolizione delle varie forme di proibizione della libera circolazione delle persone toglierebbe ai mafiosi ingenti capitali e sottrarrebbe i migranti a rischi di morte, frequentemente verificatisi sulle nostre coste.
Un’ultima nota: nei primi di febbraio si è trasformato in legge il decreto “svuota carceri”, ma è un provvedimento parziale e discutibile. Il sovraffollamento delle carceri dipende soprattutto dal gran numero di detenuti per violazione della legislazione antidroga e sugli immigrati “clandestini” (leggi Fini-Giovanardi e Bossi-Fini) e bisogna decidersi a cancellare uno dei lasciti peggiori dei governi berlusconiani.

Pubblicato su “Repubblica Palermo” del 19 febbraio 2014, con il titolo: I proibizionismi favoriscono gli affari delle mafie.