Umberto Santino

Scarantino e il gioco con il morto

Qualche settimana fa, in una puntata di “Servizio pubblico”, Vincenzo Scarantino, dietro una maschera da carnevale di Venezia, ha replicato le sue verità, che ormai dovrebbero essere “passate in giudicato”. Gli hanno fatto recitare la parte del mafioso pentito, lui che era soltanto un ragazzo della Guadagna con qualche precedente penale, e raccontare una storia inventata dagli investigatori e avallata dai magistrati. Ma pare che si sia ripreso un gioco che mira a fregiarsi del made in Italy. Il gioco con il morto. Le responsabilità sono sempre e soltanto, o soprattutto, dei morti. In questo caso sono del superpoliziotto Arnaldo La Barbera, dominus dell’inchiesta, e per quanto riguarda prodromi e contorni della “trattativa” Stato-mafia, soprattutto con l’alleggerimento o la revoca del 41 bis per ammansire i mafiosi stragisti, del magistrato Francesco Di Maggio, paracaduto al DAP, e del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, anche loro da tempo non più tra noi. Ci sono personaggi ancora in vita imputati in processi in corso, ma chiamare in causa i morti non mi sembra un buon segnale. È come giocare sul sicuro, certi di non correre il rischio di essere smentiti.
Com’è possibile che le dichiarazioni di quel giovanotto sono state assunte come prove fondamentali dei processi per la strage di via D’Amelio, fino alle sentenze definitive? Il gruppo di “sceneggiatori” ha fatto un ottimo lavoro, tanto da convincere i magistrati di Caltanissetta e della Cassazione, oppure ha agito un’altra logica: fare in fretta, dare una risposta in tempi il più rapidi possibile, trovare colpevoli e complici, veri o falsi non importa, portarli in giudizio e farli condannare? Ma se gli investigatori hanno dato quella piega alle indagini, i magistrati avevano gli occhi chiusi o condividevano la preoccupazione e la fretta di La Barbera e dei suoi collaboratori? Come si poteva credere che Scarantino raccontasse la verità, quando il collaboratore Salvatore Cancemi, che faceva parte della cupola di Cosa nostra, diceva che lui quel giovanotto non l’aveva mai visto e che il suo racconto era una sequela di menzogne?
Poliziotti e magistrati condividevano la strategia del “mostro in prima pagina” o c’è dell’altro? E l'”altro” potrebbe essere ancora più inquietante: scegliere di volare basso, limitarsi a incriminare manovali del crimine e mafiosi notori, per coprire responsabilità più in alto? Un depistaggio di Stato. Non sarebbe la prima volta. Anche per Peppino Impastato i depistatori, come risulta inequivocabilmente dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia, erano all’interno della magistratura e delle forze dell’ordine. Falcone scriveva che Buscetta aveva spalancato le porte di Cosa nostra, ne aveva svelato la lingua, ma Falcone e i colleghi del pool antimafia sapevano leggere lo spartito, con grande maestria e altrettanta sobrietà. Sapendo distinguere le dichiarazioni riscontrabili e quelle che non lo erano. Forse, anche per l’affollarsi dei “pentiti”, maestria e sobrietà si sono affievolite o venute meno e, con un Paese occupato dalle mafie e un’illegalità diffusa, altri poteri inerti o collusi, la supplenza esercitata da chi ha il controllo della legalità può aver convinto taluno a ritenersi un depositario della verità e un salvatore della patria. Con il risultato, prevedibile, di dar fiato a chi, avendo fatto dell’illegalità una professione e un’arte, ha tutto l’interesse a delegittimare la magistratura.
L’ex ragazzo della Guadagna ha raccontato, a suo modo, come sono andate le cose. Per completare il quadro dovrebbero intervenire coloro che, a differenza del Pm Ilda Boccassini che ha fiutato subito l’imbroglio, l’imbroglio l’hanno avallato, ma ancora si attende che dall’interno delle istituzioni si alzino voci che almeno riconoscano di aver sbagliato. Dürrennmatt in un romanzo del 1985, in cui parlava di un assassino assolto e di un innocente morto, scriveva: “…voglio sondare scrupolosamente le probabilità che forse restano alla giustizia”. Tra queste “probabilità” ce n’è certamente una: sapersi assumere le responsabilità. Ammettere l’errore e la fallibilità, se solo di errore si è trattato, come mi auguro. È un passaggio necessario per rendere giustizia alla giustizia.

Pubblicato su “Repubblica Palermo” dell’8 febbraio 2014, con il titolo: Stato e mafia solo i morti finiscono sotto accusa.