Saviano e Impastato

Abbiamo espresso la nostra solidarietà a Roberto Saviano per le minacce ricevute, la rinnoviamo sapendo le condizioni in cui in seguito ad esse è costretto a vivere, ma ancor prima del grande successo di Gomorra avevamo rilevato che il libro è una sorta di romanzo di grande leggibilità ma molto meno utile per la conoscenza della camorra di altri testi più documentati e puntuali.
Dopo il successo si è creato il mito dello scopritore della camorra e dei mali del mondo, chiamato a dare i suoi responsi su tutto e su tutti, un maestro di vita al cui esempio fare riferimento.
Il nostro lavoro rifugge dalla ricerca e dal culto di miti, più o meno credibili, o dall’iscrizione a uno dei tanti clan mediatici.
La scorsa estate Saviano è stato a Cinisi per presentare il libro di Giovanni Impastato Resistere a Mafiopoli e in quell’occasione ha affermato che il processo contro gli assassini di Peppino Impastato si era riaperto grazie al film “I cento passi”. Un’affermazione gratuita, che ignora dati di fatto, e cioè che i processi contro i mandanti dell’assassinio di Peppino erano già in corso e che i lavori della Commissione parlamentare antimafia che indagava sul depistaggio erano già prossimi alla conclusione, ben prima dell’uscita del film.
Poco prima dell’incontro di Cinisi era uscito il secondo libro di Saviano in cui, tra le altre cose, si parlava di una telefonata fattagli da Felicia, la madre di Peppino. Abbiamo saputo che quella telefonata non è mai avvenuta.
Qualche giorno fa il quotidiano “la Repubblica” ha pubblicato un’anticipazione del nuovo libro di Saviano, in cui si afferma di nuovo che il film ha fatto riaprire il processo per gli assassini di Impastato.
Abbiamo scritto una lettera a Repubblica.
Ecco il testo della lettera:
Gentile Corrado Augias, spettabile Redazione,

su La Republica del 25 marzo Roberto Saviano ha scritto che il film “I cento passi” ha fatto riaprire il processo contro i responsabili dell’assassinio di Peppino Impastato. Ad onor del vero, dopo la sentenza istruttoria del maggio 1984, preparata da Rocco Chinnici e completata da Antonino Caponnetto, l’inchiesta è stata riaperta nel gennaio del 1988, in seguito alla pubblicazione nel 1986 del volume La mafia in casa mia, e successivamente nel giugno del 1996, grazie all’impegno del Centro Impastato di Palermo, della madre, del fratello e della cognata di Peppino e di alcuni compagni di militanza. E nell’ottobre del 1998, su richiesta dei commissari di Rifondazione comunista, la Commissione parlamentare antimafia ha costituito un Comitato di lavoro sul “Caso Impastato”. Con la collaborazione del Centro, dei familiari e dei compagni, la Commissione ha redatto una relazione approvata nel dicembre del 2000, in cui sono state confermate le nostre denunce sul ruolo di rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura nel depistaggio delle indagini. Abbiamo fatto pubblicare la Relazione nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006. Contro i mandanti del delitto ci sono stati due processi: il primo con rito abbreviato contro Vito Palazzolo è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent’anni; quello contro Gaetano Badalamenti in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo. Il film è stato presentato a Venezia il 31 agosto del 2000 ed è andato nelle sale nei mesi successivi, quando i due processi erano già in corso e i lavori della Commissione antimafia vicini alla conclusione. Grazie dell’attenzione e un cordiale saluto.
Umberto Santino
Presidente del Centro Impastato
csdgi@tin.it
www.centroimpastato.it
Giovanni Impastato
giovannimpastato@gmail.com

La lettera è stata pubblicata il 3 aprile, con un drastico taglio e per giunta mal fatto (in grassetto la parte tagliata).

Una considerazione finale: finché l’antimafia sarà una vetrina per pochissimi, un rituale per la santificazione di qualcuno, con o senza tonaca, non andremo molto lontano.
Una considerazione che non ci impedisce di continuare a lavorare, nonostante la disattenzione dei media, anche di quelli più “impegnati”, ma che certo non ci aiuta a sperare in un cambiamento possibile.