Umberto Santino

Studiare la mafia in Sicilia

Per chi nasce in Sicilia e in particolare per chi sceglie una forma di militanza per la trasformazione della realtà, l’incontro-scontro con il fenomeno mafioso si può dire che sia “naturale”. Sono nato nell’interno della Sicilia, in provincia di Palermo, ma del paese in cui ho vissuto i primi anni non ricordo episodi particolari. Mio padre mi indicava come mafiosi alcuni personaggi, reduci dal confino fascista, ma non sembravano molto attivi. La mafia più potente e sanguinaria era nei paesi vicini: ad Alia, dove nel 1946 sono stati uccisi due contadini con una bomba lanciata nella casa del segretario della Camera del lavoro in cui si riunivano i protagonisti delle lotte di quegli anni; a Caccamo, dove il capomafia aveva una poltrona a lui riservata nella sala consiliare, accanto al sindaco (ma l’ho saputo dopo); a Sciara, dove nel 1955 è stato assassinato il sindacalista Salvatore Carnevale. Di mafia comunque si parlava poco o non si parlava. Con il trasferimento in città per proseguire gli studi, c’è stata la scoperta di Palermo. La città mostrava le sue rovine di guerra e si preparava alla grande speculazione che l’avrebbe stravolta. Nei primi anni ’60 ci sarà la mattanza legata in gran parte al “sacco edilizio”. L’interesse per lo studio della mafia e della lotte contro di essa si è precisato sempre di più nel corso della mia militanza nei gruppi di Nuova sinistra nati alla fine degli anni ’60. La figura più significativa di quel periodo era Mario Mineo, economista, impegnato politicamente da giovanissimo, prima nell’antifascismo clandestino, poi nel Partito socialista e nel Partito Comunista. Eletto nella lista del Blocco del popolo alle prime elezioni regionali del 20 aprile 1947, la prima e ultima vittoria delle sinistre in Sicilia (dieci giorni dopo ci sarà la strage di Portella della Ginestra), presentò una bozza di statuto regionale, che prevedeva l’abolizione delle province e la pianificazione. Staccatosi dal Pci aveva continuato l’attività con gruppi extraparlamentari. L’incontro con lui avviene alla fine degli anni ’60. Il Circolo Lenin, di cui ero uno dei dirigenti, nel 1970 ha aderito al Manifesto e in un documento Mineo parlava di mafia come “borghesia capitalistico-mafiosa” estesa a tutta la Sicilia (in Mineo 1995). Da lì, e con il recupero di Franchetti, si svilupperanno le mie analisi sul sistema di rapporti e sulla borghesia mafiosa (Santino 1994a).
Quell’analisi non trovò ascolto all’interno del Manifesto nazionale e fu contestata pure dai militanti siciliani. Alcuni sostenevano che ormai la mafia era scomparsa; altri che nella Sicilia orientale si era imposta una borghesia capitalistica che non aveva nulla da spartire con la mafia. Successivamente lanciammo una campagna per una legge regionale di iniziativa popolare per l’espropriazione della proprietà mafiosa, più di dieci anni prima della legge antimafia, che non ebbe seguito.
Nel 1977 ho lasciato l’attività politica e con pochi altri, tra cui Anna Puglisi, conosciuta durante la militanza politica (operavamo insieme allo Zen, quartiere di edilizia popolare occupato dai senzatetto dopo il terremoto del gennaio 1968) e nel 1972 diventata mia moglie, ho fondato il Centro siciliano di documentazione. La prima iniziativa è stata l’organizzazione del convegno nazionale “Portella della Ginestra. una strage per il centrismo”, nel trentennale della strage. Un’iniziativa “eretica” in tempi di compromesso storico tra Pci e Democrazia cristiana. Il 9 maggio 1978 c’è stato l’assassinio di Peppino Impastato, militante della Nuova sinistra proveniente da una famiglia mafiosa. Un evento decisivo nella nostra vita e nella vita del Centro. Avevo nove anni in più di Peppino, militavamo in gruppi diversi in concorrenza tra loro, e con lui da vivo non avevo avuto rapporti. Tutto comincia dopo la sua morte. Appena appresa la notizia ci siamo precipitati a Cinisi; si parlava di attentato terroristico, di suicidio, ma abbiamo subito capito che era stato ucciso dalla mafia per la sue decennale attività di denuncia e controinfomazione. Abbiamo affisso a Palermo un manifesto che diceva: “Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia” e sottoscritto un esposto alla Procura. Il giorno dopo abbiamo partecipato ai funerali e abbiamo saputo che di Cinisi c’erano poche persone; l’11 mattina abbiamo organizzato un’assemblea all’Università e di pomeriggio siamo andati a Cinisi per il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva tenere Peppino. Oratore era un dirigente di Democrazia proletaria che veniva da Milano, i compagni di Cinisi, che conoscevano la mia attività, mi chiesero di parlare. Ho accettato e su loro indicazione ho indicato il capomafia Badalamenti come mandante dell’omicidio. Pochi giorni dopo la madre, rompendo con la parentela mafiosa, si costituisce parte civile.
Comincia così una lunga battaglia, con i familiari e con alcuni compagni di militanza, per difendere la memoria di Peppino e ottenere giustizia. Nel 1979 abbiamo promosso la prima manifestazione nazionale contro la mafia, nel 1980 gli abbiamo dedicato il Centro e cominciato a vivere anni di isolamento: Peppino per molti era uno sconosciuto, per tanti, a cominciare dai magistrati del palazzo di giustizia, con pochissime eccezioni, tra cui il consigliere istruttore Rocco Chinnici, era un terrorista e un suicida. Da allora lo studio della mafia e dell’antimafia è stato al centro della mia attività e del lavoro del Centro.

Stereotipi e paradigmi

Il mio studio, condotto in gran parte con Anna, ha mirato a costruire una metodologia. Cominciavamo con un bagaglio inadeguato. Io avevo una laurea in Legge, con una tesi in Diritto penale, e dopo una breve esperienza di assistente volontario avevo fatto il funzionario regionale, dopo aver vinto un concorso (negli anni precedenti molti impiegati regionali erano entrati per chiamata diretta), e presto sarei andato in pensione con il minimo. Lei aveva una laurea in Matematica, insegnava in Facoltà di Scienze e anche lei dopo qualche anno andrà in pensione. Per la ricerca a cui ci accingevano occorrevano competenze d’altro genere. Mi sono tornati utili gli studi giuridici ma per dotare di altri strumenti la mia casetta degli attrezzi mi sono avventurato con l’entusiasmo, e i rischi, degli autodidatti. Anna si è occupata soprattutto del ruolo delle donne, curando la rassegna stampa e raccogliendo storie di vita. La metodologia che ho elaborato non è particolarmente originale e può essere così sintetizzata: 1) analisi delle idee correnti, 2) formulazione di un’ipotesi definitoria, 3) sua verifica attraverso la ricerca, che combinava sociologia e storia (si potrebbe parlare di “sociostoria”), ma apriva ad altre discipline. Avevamo bisogno di collaborazioni esterne, le abbiamo chieste ma ne abbiamo trovate pochissime.
Quando cominciavamo l’attività di ricerca le idee correnti erano dominate da stereotipi: la mafia veniva considerata una subcultura che coinvolgeva tutta la popolazione della Sicilia occidentale (il libro più diffuso era quello di Henner Hess, con la prefazione di Leonardo Sciascia: Hess 1973). Un altro stereotipo era quello secondo cui la mafia di una volta, la “vecchia mafia”, aveva il senso dell’onore, rispettava le donne e i bambini e gli uomini delle istituzioni, quella attuale, la “nuova mafia”, invece era delinquenza comune, gangsterismo urbano, senza regole.
Bisognò attendere il delitto Dalla Chiesa (3 settembre 1982) per l’approvazione della legge antimafia che codificava la mafia come associazione criminale con alcuni caratteri specifici. Da allora c’è stata un’inversione di rotta anche negli studi, che hanno sempre sofferto di una forte polarizzazione. Prima la mafia era subcultura senza organizzazione, dopo soltanto organizzazione. Ho parlato di passaggio dall'”indigestione di informale”, con una mafia amebica, invertebrata (i termini scientifici più usati erano: disorganized crime, non corporate groups), all'”overdose del superstrutturato”, con una mafia iperorganizzata, cartesiana (Santino 1994b). E per studiare i fenomeni complessi (e la mafia è un fenomeno complesso, polimorfico) le polarizzazioni, gli aut-aut, sono decisamente fuorvianti.
Per cominciare abbiamo raccolto un campionario di stereotipi e abbiamo classificato come paradigmi le idee di mafia fondate su una qualche base di dati ed elaborate in base a un qualche criterio scientifico. Tra gli stereotipi più sedimentati: la mafia come “emergenza” (la mafia esiste quando spara, è un fenomeno rilevante quando produce una montagna di morti, diventa una questione nazionale quando uccide personaggi notissimi) e come “antistato” (la mafia uccide uomini delle istituzioni e quindi sarebbe contro lo Stato nel suo complesso); tra i paradigmi: la mafia come associazione a delinquere tipica e come impresa.
Demistificare gli stereotipi, dimostrare la loro inconsistenza sul piano scientifico, è abbastanza facile ma essi sono radicati e diffusi attraverso il senso comune e il sistema mediatico. Dati gli scarni mezzi comunicativi che di solito hanno gli studiosi, soprattutto se privi di appartenenze, è una battaglia impari. Bene che vada si raggiungono alcune migliaia di persone. Si aggiunga che anche il legislatore coltiva e avalla stereotipi, per esempio lo stereotipo dell’emergenza, se si pensa che tutta la legislazione antimafia del nostro paese è successiva ai grandi delitti: La legge antimafia viene una settimana dopo l’assassinio del generale-prefetto Dalla Chiesa, la legge antiracket dopo l’uccisione dell’imprenditore Libero Grassi (29 agosto 1991), le leggi premiali per i collaboratori di giustizia dopo le stragi in cui sono caduti i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (23 maggio e 19 luglio 1992). Lo stereotipo della mafia “antistato” è anch’esso diffuso e rilanciato a ogni uccisione di un uomo politico o rappresentante delle istituzioni, non tenendo conto che il rapporto tra mafia e istituzioni è articolato, va dal conflitto all’interazione.
Per integrare i paradigmi, che a mio avviso colgono solo l’aspetto criminale ed economico, ho formulato un’ipotesi definitoria che ho chiamato “paradigma della complessità”: la mafia è un insieme di gruppi criminali che agiscono all’interno di un sistema di rapporti, svolgono attività illegali e formalmente legali, finalizzate all’arricchimento e all’acquisizione e gestione di posizione di potere, si avvalgono di un codice culturale e godono di un certo consenso sociale.
Sul piano storico, per superare lo stereotipo mafia vecchia – mafia nuova, riproposto nella versione “mafia tradizionale”, in competizione per l’onore, – “mafia imprenditrice”, in competizione per la ricchezza, ho formulato il paradigma “continuità-trasformazione”: aspetti arcaici, legati ai contesti originari, convivono con aspetti moderni, legati ai mutamenti in atto.

Problemi

I problemi per verificare queste ipotesi sono stati parecchi. Un primo problema riguardava lo stesso concetto di complessità che richiede una contaminazione tra vari protocolli disciplinari: criminologia, sociologia, antropologia, diritto, economia, politologia, storiografia ecc. I nostri riferimenti erano molteplici. Per la criminologia Sutherland e i teorici della “criminologia critica” (in Italia Baratta, e successivamente Melossi, Ruggiero); tra i classici della sociologia soprattutto Weber e poi gli studiosi che si erano occupati di mafia o di crimine organizzato: Franchetti, Colajanni, il già ricordato Hess, Alan Block, Daniel Bell, Dalla Chiesa, Arlacchi, Catanzaro; tra gli antropologi Anton Blok e gli Schneider; tra gli economisti Schumpeter, Schelling, Sylos Labini; tra i giuristi Santi Romano e i magistrati di Magistratura Democratica; tra i politologi Mosca, Bobbio; tra gli storici Hobsbawm, E.P. Thompson, Wallerstein, Salvatore Francesco Romano, Renda, Ganci, Cancila, Marino, Lupo, Pezzino.
Un altro problema fondamentale riguardava le fonti, tenendo conto che la mafia è un’associazione segreta che abitualmente non lascia tracce scritte. Ad aggravare la situazione concorreva il fatto che l’attività di ricerca si svolgeva al di fuori del circuito accademico (ho avuto solo qualche contratto con alcune Università), con un Centro autofinanziato (abbiamo chiesto invano alla Regione siciliana una legislazione che fissasse dei criteri obiettivi per l’erogazione dei fondi, dispensati con criteri clientelari, che ci siamo rifiutati di accettare). E con una forte specificità: la ricerca si innestava in un’attività più ampia, che era la lotta alla mafia, in particolare dopo l’uccisione di Impastato. Il Centro operava in una zona di confine. Per gli studiosi di professione eravamo degli intrusi e troppo politicizzati; per i politici, a cominciare dagli ex compagni di militanza, eravamo degli intellettuali da guardare con diffidenza perché refrattari alle appartenenze. Con queste premesse era facile prevedere che ben presto avremmo chiuso bottega. Invece ci siamo da 35 anni, abbiamo svolto varie attività e siamo riusciti a condurre buona parte delle ricerche del nostro progetto “Mafia e società”: le ricerche sull’omicidio, sulle attività imprenditoriali, sul traffico internazionale di droghe, sulle idee di mafia, su mafia e politica, sulla storia della mafia e delle lotte antimafia, sul ruolo delle donne, producendo testi con i risultati delle ricerche e anche testi divulgativi. Queste attività hanno coinvolto vari soci, ma per mancanza di risorse alcuni di essi non hanno potuto continuare a impegnarsi per il Centro e hanno dovuto scegliere altre strade.
Per dare un’idea delle difficoltà incontrate nello svolgimento delle ricerche faccio qualche esempio. Per la ricerca sull’omicidio a Palermo e provincia (Chinnici e Santino 1989) con un’impostazione vittimologica, abbiamo constatato che, nonostante il gran parlare sugli omicidi di mafia, la letteratura sull’argomento era molto scarsa. Scarsa anche la letteratura sull’omicidio in generale, con la sorpresa che il tasso più alto di omicidi in Europa si registrava in Finlandia (si trattava in larghissima parte di omicidi occasionali dovuti al forte uso di bevande alcoliche). Ad esempio negli anni ’70 il tasso di omicidi in Finlandia (si calcola sulla base del quoziente per 100.000 abitanti) raggiungeva il 3, mentre l’Italia era attestata sull’1,4. Negli Stati Uniti raggiungeva il 9,3, con il picco nel District of Columbia. Per l’Italia i dati li abbiamo ricavati dalle statistiche giudiziarie dell’Istat che però erano aggregati per corti d’appello che raggruppavano più province e facevano riferimento a un numero limitato di variabili riguardanti gli autori dei delitti indiziati o condannati. Per il periodo considerato (gli anni1960-66, 1978-84, al cui centro c’erano le guerre di mafia) le rilevazioni della polizia erano lacunose e abbiamo elaborato una scheda di rilevazione che comprendeva parecchie variabili e come fonte abbiamo utilizzato la stampa locale abitualmente molto attenta a dare notizia degli omicidi verificatisi sul territorio.
Nell’ambito della ricerca sull’omicidio ci siamo posti il problema della cultura mafiosa. In quegli anni, ancora dominati dall’approccio subculturale, il codice comportamentale mafioso veniva ridotto al modello onorifico e considerato un residuo arcaico. La mafia in generale era considerata sopravvivenza di retaggi feudali, frutto dell’arretratezza e della mancata modernizzazione. Non si teneva conto che essa era sopravvissuta alla scomparsa del feudo e che operava, efficacemente dal suo punto di vista, in contesti profondamente mutati, diversi da quelli originari. Già con il suo trasferimento negli Stati Uniti, fin dal XIX secolo, essa aveva dimostrato di sapersi perfettamente inserire nel contesto metropolitano. Ho dedicato un apposito capitolo agli aspetti culturali, studiando le teorizzazioni sulla “subcultura criminale”, dagli studi sulla delinquenza di Chicago agli approcci di Sutherland, Cohen, Merton, Wolfgang e Ferracuti e altri, e utilizzando l’espressione “transcultura” per indicare un percorso trasversale in cui si saldano insieme funzionalmente aspetti arcaici, come la signoria territoriale, e aspetti moderni come le attività finanziarie (rimando a Chinnici e Santino 1989, pp. 369 ss.). Negli anni ’70 e ’80 il traffico di droghe, sviluppatosi nelle società contemporanee, trovava un contesto favorevole in territori in cui la signoria territoriale mafiosa era pressoché assoluta e consentiva l’installazione di raffinerie per la produzione del prodotto finito, funzionanti indisturbate per anni, in aree soggette a tale signoria. Esemplare la vicenda del territorio di Cinisi, dove la signoria di Badalamenti ha consentito la produzione di eroina che attraverso l’aeroporto di Punta Raisi veniva imbarcata verso gli Stati Uniti. In quel territorio ha operato ed è stato ucciso Peppino Impastato.
La ricerca sui processi per omicidio, che completava quella sull’omicidio, non poteva non fare riferimento alle fonti giudiziarie (AA.VV. 1992). E qui nasceva il problema dell’uso di tali fonti, non solo per le difficoltà d’accesso, risolte attraverso rapporti personali con i magistrati, ma soprattutto per il carattere di esse. L’intento dell’investigatore e del giudice è diverso da quello dello studioso; mentre i primi mirano alla ricostruzione delle fattispecie di reato e all’accertamento delle responsabilità individuali, lo scienziato sociale mira a ricostruire un quadro più articolato e non può limitarsi alla mera trascrizione dei dati giudiziari, che vanno anch’essi problematizzati e contestualizzati e sottoposti a una lettura critica. E il discorso vale ancora di più per le dichiarazioni dei mafiosi collaboratori di giustizia, utili per ricostruire i delitti ma spesso fuorvianti quando si avventurano in ricostruzioni storiche o in riflessioni di carattere generale.
Per la ricerca sull’impresa mafiosa (Santino e La Fiura 1990) la fonte principale sono stati gli accertamenti in attuazione della legge antimafia che in quegli anni (fine anni ’80) coglieva i primi risultati. Per la costruzione del quadro teorico ci sono stati molto utili, non solo per la parte riguardante gli Stati Uniti, gli studi di autori americani, allora quasi sconosciuti nel nostro Paese (per citarne solo alcuni: Landesco 1929, Bell 1953, Block 1980, Schelling 1984). La stessa definizione di impresa mafiosa, in base a tre elementi (il soggetto imprenditoriale, la provenienza dei capitali, l’uso dell’intimidazione e della violenza nella concorrenza) è in gran parte ricavata dalla legislazione degli Stati Uniti che abbiamo comparato con quella italiana.
Il quadro che è risultato dalla ricerca era una netta smentita della tesi allora circolante che ci fosse stato negli anni ’70 il passaggio dalla “mafia tradizionale” alla “mafia imprenditrice” (Arlacchi 1983) . Già negli anni precedenti si registravano attività imprenditoriali di una certa consistenza e negli Stati Uniti il rapporto Kefauver (1953) dava un campionario abbastanza corposo di attività imprenditoriali già nel corso degli anni ’50. La attività risultanti dagli accertamenti giudiziari erano in larga parte svolte da imprese piccole e medie operanti soprattutto nel settore delle costruzioni, buona parte delle imprese risultavano mere coperture di operazioni di riciclaggio del denaro sporco e i sistemi relazionali che abbiamo ricostruito offrivano ampio spazio ai rapporti con amministratori pubblici e rappresentanti delle istituzioni. Emergeva inequivocabilmente uno squilibrio tra capacità accumulative legate allo sviluppo dei traffici internazionali illeciti e investimento di capitali in attività d’impresa.
A questo punto del nostro lavoro, che mirava a una ricostruzione sistematica dei vari aspetti del fenomeno mafioso, si poneva l’esigenza di una ricerca sulla mafia finanziaria, sulle modalità e portata dell’accumulazione illegale nel contesto contemporaneo, non solo locale. Bisognava studiare la holding mafiosa, inserirla all’interno di quello che si poteva definire “complesso finanziario-industriale”, documentare e analizzare il processo di finanziarizzazione dell’economia, con la prevalenza sempre più accentuata dell’economia speculativa. Senza però correre il rischio di un’indistinta mafiosizzazione dell’economia internazionale.
Il progetto di ricerca, contenuto in un paper pubblicato dalla rivista “Contemporary Crises” (Santino 1988), fu proposto anche a livello internazionale, ma non si è potuto realizzare per la mancanza di interlocutori realmente interessati. Ricordo un colloquio con un docente della Temple University di Philadelphia che si arenò quando mi chiese in che rapporti fossi con Andreotti. Non potei non dire che lo consideravo un personaggio collegato con ambienti mafiosi.
Siamo riusciti a realizzare la ricerca sul traffico internazionale di droghe che faceva parte di un progetto presentato all’Unione europea in collaborazione con un’Organizzazione non governativa e in partnership con altre Ong (Santino e La Fiura 1993). Per il Centro è stato l’unico caso di ricerca cofinanziata da un’istituzione pubblica.
Su mafia e politica, per ricostruire la soggettività politica della mafia, abbiamo utilizzato teorizzazioni ormai classiche, a partire dalle riflessioni di Weber sui gruppi politici (Weber 1981). Questo tema è tra i più gettonati dalla pubblicistica giornalistica, anche sull’onda di vicende giudiziarie che hanno coinvolto uomini politici, a cominciare dallo stesso Andreotti, ma non c’è una ricerca adeguata. I nostri studi coprono questo tema fondamentale solo in parte, con un saggio teorico sulla mafia come soggetto politico (Santino 1994c) e con un saggio storico in cui ricostruisco alcune vicende esemplari e pubblico i dossier del Centro su un personaggio emblematico come Salvo Lima, seguiti da scambi polemici fino a qualche mese prima del suo assassinio, nel marzo del 1992 (Santino 1997).
Per la ricerca sulle donne, svolta solo in parte, abbiamo fatto ricorso alle fonti orali, con la raccolta di storie di vita. Abbiamo conosciuto da vicino donne come Felicia Bartolotta, la madre di Peppino Impastato, divisa tra il marito mafioso e il figlio radicalmente avverso alla mafia (Bartolotta 1986), che hanno vissuto vicende traumatiche come l’assassinio di un congiunto e sono state capaci di fare del lutto privato un evento pubblico, da raccontare e da proporre come testimonianza di impegno sociale (Puglisi 1990, 2005, 2007). Un fatto rivoluzionario che aveva un solo precedente, il racconto raccolto dalla bocca di Francesca Serio, la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, da Carlo Levi, in alcune pagine tra le più belle della sua produzione (Levi 1955). Questo lavoro di scavo nella memoria più recente, che non poteva non coinvolgerci emotivamente, ci ha portati ad approfondire lo sguardo in un passato più lontano, ricostruendo le lotte antimafia, a partire dai primordi delle lotte contadine. Da questa esigenza è nata la Storia del movimento antimafia in cui le donne hanno un ruolo significativo (Santino 2000, 2009).
Qui si sono affollati una serie di problemi che vanno dalla storiografia all’impostazione teorica. La Storia del movimento antimafia, il cui sottotitolo è: Dalla lotta di classe all’impegno civile, comincia dalle prime lotte sociali in Sicilia nell’ultimo decennio del XIX secolo, note come Fasci siciliani. Una storia che era già stata raccontata, come quella delle lotte contadine successive, fino agli anni ’50 del XX secolo (Renda 1976, 1979). Ma l’abbiamo riscritta con un’ottica diversa, quella della lotta alla mafia. I problemi che ci siamo posti sono annosi e nuovi. Un antico problema è quello dei Fasci, un movimento composito ma con una maggioranza di ispirazione socialista, con un socialismo nascente a livello nazionale, con una vocazione antimafia esplicitamente dichiarata negli statuti di alcuni di essi e una repressione sanguinosa che vide agire di concerto sicari mafiosi e forze dell'”ordine”. Era già lotta di classe, con ambiguità comprensibili, come lotta di classe sono state le lotte contadine successive, con tutti i problemi che il mondo contadino, frammentato e diviso, ha posto al movimento operaio italiano ed europeo, tra scomuniche e incomprensioni. Problematico è stato anche l’approccio con le lotte degli ultimi anni e per venirne a capo abbiamo utilizzato le riflessioni sui movimenti sociali e sull’azione collettiva. Ne è venuta fuori una storia contro gli stereotipi, dal familismo amorale (Banfield 1961,1976) alla mancanza di senso civico (Putnam 2004), teorizzazioni discutibili ma che godono ancora di largo credito.
Non ho scritto una storia della mafia, ma una Breve storia della mafia e dell’antimafia (Santino 2008, 2011) in cui ho raccolto i risultati di varie ricerche, cercando di andare indietro nel tempo rispetto alle storie correnti, ricostruendo quelli che ho chiamato “fenomeni premafiosi”, dal pizzo, documentabile già nel XVI secolo, all’abigeato (Santino 2000). Abbiamo studiato casi significativi, come gli Stuppagghieri di Monreale, in cui si incrociano comunanza di interessi e associazionismo strutturato (Crisantino 2000), e raccontato le vicende umane e politiche del sindacalista Giovanni Orcel, assassinato nel 1920 (Abbagnato 2007), e del dirigente comunista Pio La Torre, ucciso assieme a Rosario Di Salvo nel 1982 (Burgio 2008).
Non abbiamo potuto realizzare un’inchiesta su Palermo, per l’indisponibilità dei sociologi locali. Abbiamo raccolto la letteratura sociologica sulla città (Crisantino 1990) e condotto una ricerca sul bilancio comunale (Rocca e Santino 1992). Siccome, accanto agli apprezzamenti e alle proposte, c’erano delle critiche, il sindaco Orlando ha tagliato i rapporti.
Come dicevo, la nostra attività di studio e ricerca si è svolta in contemporanea con l’attività volta a ottenere verità e giustizia per Peppino Impastato, che è riuscita a raggiungere, anche se con grave ritardo, risultati soddisfacenti: la condanna dei mandanti dell’assassinio e la relazione della Commissione parlamentare antimafia sul depistaggio delle indagini operato da rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine (Commissione antimafia 2001, 2006). Un fatto unico nella storia dell’Italia repubblicana. La mia proposta che la Commissione antimafia (sono stato consulente per due anni, non mi hanno affidato nessun compito e mi sono dimesso) o altra Commissione bicamerale ricostruisse altri casi (le stragi che hanno insanguinato il nostro paese, i delitti politico-mafiosi) su cui non esiste, o è gravemente lacunosa, una verità giudiziaria, è rimasta inattuata.

Nel corso della nostra attività abbiamo incontrato molti studiosi e qualche volta sono nate delle frizioni. Considero le critiche, anche aspre, un dato fisiologico nell’ambito di un’attività di ricerca, ma qualcuno le ha scambiate per offese personali. Con altri studiosi abbiamo avviato un buon rapporto. Tra di essi voglio ricordare E. P. Thompson, con cui abbiamo condiviso le mobilitazioni per la pace degli anni ’80, Renate Siebert, gli Schneider, lo storico inglese John Dickie. Anche con il decano della storiografia siciliana, Francesco Renda, il rapporto di amicizia non ha risentito delle polemiche. Tra gli studiosi italiani Marco Santoro ha seguito con attenzione il nostro lavoro ed è suo l’invito a partecipare a questo simposio. Ma per dare qualche immagine del clima in cui abbiamo vissuto voglio ricordare la bella amicizia con Rocco Chinnici e la telefonata di prima mattina che mi annunciava la strage del 29 luglio 1983, l’ultimo incontro con Giovanni Falcone, che venne a presentare Gabbie vuote, lo strazio di tante morti. Giuseppe Borsellino, padre dell’imprenditore Paolo, ucciso il 21 aprile 1992, mi telefonò per chiedermi se potevo dargli una mano nelle sue ricerche sugli assassini del figlio e sulla mafia nell’agrigentino. Gli ho proposto di incontrarci, ma gli assassini sono arrivati prima (è stato ucciso il 17 dicembre dello stesso anno).

La nostra attività è riuscita ad avere una qualche influenza sulle idee in circolazione. Oggi molti parlano di “signoria territoriale” e di “borghesia mafiosa”. Quest’ultima espressione per molti anni è stata considerata frutto di un’impostazione veteromarxista, che andava archiviata assieme a qualsiasi discorso sulle classi sociali. Ora soprattutto i magistrati più impegnati nelle inchieste sulle mafie utilizzano questa espressione (vedi Grasso e La Volpe 2009) perché si sono accorti che la vera forza delle mafie sta nel sistema di rapporti che coinvolge professionisti, imprenditori, amministratori. uomini politici e delle istituzioni. Senza questi rapporti i vari capimafia, sprovvisti di cognizioni e di esperienze adeguate, potrebbero fare ben poco su terreni decisivi, come gli appalti di opere pubbliche, il riciclaggio del denaro sporco, il condizionamento delle attività amministrative e istituzionali.
Ovviamente moltissimo resta ancora da fare. Per quanto riguarda la mafia l’attenzione è ancora oggi rivolta ai padrini, di cui si scrivono biografie e si producono film e sceneggiati televisivi, con il rischio di eroicizzarli, invece di approfondire la conoscenza del sistema di rapporti (si parla di “area grigia”: un’espressione che mi pare più giornalistica che scientifica). Riguardo all’antimafia c’è ancora una scarsa conoscenza delle lotte del passato, che coinvolgevano centinaia di migliaia di persone, sulla base di un progetto di cambiamento sociale e politico che metteva al centro la lotta alla mafia. Molti pensano che ci sia stato qualche eroe isolato, iconizzato in un film o in uno sceneggiato televisivo, e che tutto sia cominciato dopo le stragi in cui sono morti Falcone e Borsellino. Si sono svolte grandi manifestazioni ma le attività continuative, nelle scuole, con l’associazionismo antiracket, per l’uso sociale dei beni confiscati, coinvolgono ancora minoranze. E domina un’idea di antimafia che invece di porre l’attenzione sull’impegno corale, condiviso, sull’antimafia sociale, privilegia il gesto e la testimonianza dell’eroe o scrittore e predicatore televisivo di successo. Emblematico quel che ci è accaduto con Saviano. Nel libro La parola contro la camorra sostiene che il film “I cento passi” ha riaperto il processo per il delitto Impastato e che la memoria di Peppino prima del film era “conservata solo da pochi amici, dal fratello, dalla mamma” (Saviano 2010, p. 7). In realtà ci sono stati due processi, cominciati ben prima dell’uscita del film, c’è stata la Commissione antimafia, e viene ignorato tutto il lavoro che abbiamo svolto, quotidianamente, per più di vent’anni. Abbiamo chiesto la rettifica di quell’affermazione ma l’editore Einaudi ha risposto con una lettera di minacce e lo scrittore ha querelato il quotidiano “Liberazione” che aveva ripreso la nostra richiesta (Santino 2011).

Ricerca sulle mafie e scienze sociali

Penso che una ricerca seria sulla mafia e sull’antimafia possa contribuire alla ridefinizione della natura e della funzione delle scienze sociali nella società contemporanea. Nelle pagine finali della mia rassegna degli studi sulle mafie, pubblicata prima nel volume La mafia interpretata (Santino 1995) e successivamente nel volume Dalla mafia alle mafie (Santino 2006) ponevo questo problema. C’è una crisi di identità delle scienze sociali e si pone il dilemma: lo scienziato sociale è un professionista di esercitazioni gratuite, da spendere sul mercato accademico, o svolge un lavoro socialmente utile? L’utilità sociale si misura dalla capacità di analizzare e capire fenomeni come le mafie e gli altri che caratterizzano l’inizio del terzo millennio. L'”immaginazione sociologica” di Wright Mills (1962) richiamava la capacità di districare l’ordito della società moderna. Per questo compito non basta la sociologia da sola, occorre che essa si intrecci con altre scienze sociali e se non si vuole cadere nella trappola del frammento questa scelta di lavoro comune è indispensabile, ma la transdisciplinarietà è più predicata che praticata.
Oggi si parla di “società del rischio”, “società dell’incertezza” (Beck) “società liquida” (Bauman) e mi pare che ci sia una sorta di resa alla complessità, che a mio avviso può essere analizzata e governata. La globalizzazione ha travolto vecchi equilibri e prodotto problemi che non si riesce ad affrontare con gli strumenti cognitivi e le ideologie politiche del passato. In questo quadro si inseriscono i fenomeni criminali e i processi criminogeni che coniugano globale e locale e rimandano a una generale crisi della legalità, in un contesto in cui si fronteggiano guerre e terrorismi. Il crimine organizzato, più che residuo del passato, è insieme forma di accumulazione e strategia di potere, funge da ammortizzatore degli squilibri territoriali e dei divari sociali in rapido incremento, segue e determina la finanziarizzazione dell’economia. (cfr. Santino 2007).
Confrontarsi con questo quadro è possibile se maturano strategie cognitive e tavole valoriali adeguate. E questo vuol dire andare controcorrente rispetto a protocolli disciplinari parcellari e a modelli comportamentali fondati sulla competitività con tutti mezzi, con l’inevitabile prevalenza di quelli illegali, e finalizzati all’affermazione individuale. Uno scenario che ricorda da vicino quello hobbesiano.

Ricerca e valori

Nelle nostre ricerche analisi e progetto, conoscenze e valori a cui ispirare prassi operative sono andati di pari passo. Il nostro interesse per le politiche antimafia e in particolare per le confische dei beni ci ha portato a indicare le case confiscate ai mafiosi come possibile soluzione dei problemi dei senzacasa di Palermo, ottenendo qualche risultato. La nostra analisi sulla signoria territoriale mafiosa, di cui l’estorsione rappresenta la forma più emblematica, con la sua funzione di fiscalità parallela, ci ha condotti a criticare teorizzazioni come quella che vede la mafia come “industria della protezione privata” (Gambetta 1992), variante del paradigma economicista, e a porci decisamente a fianco di Libero Grassi subito dopo il suo annuncio pubblico che non avrebbe accolto la richiesta estorsiva. L’abbiamo considerato un atto che invitava a una liberazione collettiva da un’odiosa tirannia. E’ nato un rapporto di solidale amicizia, segnato dalla puntualità della reazione mafiosa, favorita dall’isolamento delle associazioni industriali e della cittadinanza. Ne è testimonianza un libretto con gli interventi a un incontro con Grassi, svoltosi nel maggio del 1991, che voleva essere un’iniziativa di sostegno ma che fu invece la dimostrazione del suo isolamento, pubblicato dopo il suo assassinio e ripubblicato nel ventesimo anniversario del delitto (AA.VV. 1991, 2011). E’ stata per noi la riprova del settarismo di molta antimafia corrente, fortemente condizionata dalle appartenenze e paga di esibizioni autoreferenziali. Ancora oggi si assiste a manifestazioni devote, in cui ogni gruppo, associazione, comitato, porta in processione il proprio santo patrono.
Una prova del settarismo e della miopia di certa antimafia l’avevamo avuta con l’isolamento di alcune donne del popolo palermitano costituitesi parti civili nel maxiprocesso e in altri processi di mafia, da parte di quasi tutte le associazioni antimafia attestate nel culto di vittime di mafia classificabili come servitori dello Stato e incapaci di capire l’importanza del gesto di quelle donne i cui congiunti erano stati vittime della macelleria mafiosa ma non indossavano una divisa e facevano parte degli strati popolari coinvolti in vari modi in attività collaterali all’universo mafioso. Questa storia a suo modo esemplare l’abbiamo raccontata nel libro di Anna Puglisi Sole contro la mafia (Puglisi 1990).
Sul terreno dei valori il grosso nodo da sciogliere è quello della legalità. Dopo le stragi del ’92 e del ’93 una circolare ministeriale ha rivolto alle scuole italiane un invito a svolgere programmi di educazione alla legalità e sono nate una serie di iniziative all’insegna dell’astrattezza e dell’improvvisazione, sulla base dell’analisi contenuta nel testo della circolare, che considerava la mafia un'”emergenza speciale”, senza coglierne le implicazioni sistemiche sul piano istituzionale e sociale. Nelle scuole avevamo cominciato a lavorare nei primi anni ’80 dopo una legge della regione siciliana in seguito all’assassinio del presidente della regione Mattarella (6 gennaio 1980) e avevamo constatato la buona volontà di alcuni docenti ma pure la loro impreparazione, cercando di fornire materiali e suggerimenti per possibili iniziative. Con la circolare ministeriale queste iniziative si sono estese a tutta l’Italia e si è creato un patrimonio in cui troppo spesso prevalgono le buone intenzioni. In un contesto in cui il quadro politico, con l’imporsi del berlusconismo, inclinava sempre più verso forme di legalizzazione dell’illegalità. Si è creata così una situazione paradossale: si parlava di rispetto delle leggi mentre si accavallavano le leggi ad personam, in aperta violazione di principi fondamentali della Costituzione come l’eguaglianza di tutti i cittadini. Il nostro lavoro si è rivolto soprattutto ai docenti e ha cercato di introdurre nel mondo scolastico strumenti e sussidi didattici come l’opuscolo Oltre la legalità (Santino 1997, 2002) il libro A scuola di antimafia (Cavadi 1994, 2006) e L’agenda dell’antimafia (Puglisi e Santino vari anni) che danno informazioni ed indicazioni per programmi di educazione alla legalità democratica che chiariscano, invece di eclissarla, la contraddizione tra prassi politico-istituzionali e legalità costituzionale. Non possiamo dire che i nostri tentativi abbiano sempre incontrato l’interesse dei docenti, colpiti negli ultimi tempi da una riforma scolastica con effetti devastanti sulla scuola pubblica.
Un’ultima osservazione: l’analisi e la lotta alla mafia richiederebbero un impegno corale che purtroppo non c’è stato. Marco Santoro di recente si poneva il problema della esistenza di una “comunità scientifica” dei sociologi italiani, con riflessioni impietose sullo stato dei lavori (Santoro 2011). Non so se il problema valga solo per i sociologi e per gli studiosi. Le nostre esperienze di lavoro unitario sono deludenti. Per le ricerche valga quello che ho già detto prima. Per il resto mi limito a registrare quello che abbiamo sperimentato. Nel 1984 abbiamo proposto la creazione di un Coordinamento tra associazioni e comitati ma il lavoro comune si è presto arenato per la fragilità delle organizzazioni coinvolte e il prevalere di logiche di appartenenza. Abbiamo lavorato alcuni anni con Libera, l’associazione di associazioni nata nel 1995, ma ci sono stati problemi di democrazia interna dovuti a una gestione leaderistico-carismatica. Adesso stiamo collaborando con le associazioni antiracket e ci auguriamo che vada un po’ meglio. Tra le proposte degli ultimi anni c’è quella della creazione di un Memoriale della lotta alla mafia, che sia insieme percorso museale, biblioteca e videoteca, istituto di ricerca, spazio di socializzazione. La regione siciliana ha costituito un comitato per la costituzione di un Museo della memoria, di cui faccio parte e a cui ho presentato la nostra proposta, ma finora non si vedono prospettive concrete per la sua realizzazione.

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Il testo in inglese sul sito: http://www.sociologica.mulino.it/journal/issue/index/Issue/Journal:ISSUE:14 http://www.sociologica.mulino.it/journal/issue/index/Issue/Journal:ISSUE:14