Umberto Santino

Teppisti, collusi e buone intenzioni

Mentre il solito ignoto (un teppista mafiofilo o un mafioso-teppista) pensa di poter infierire sulla memoria di Peppino Impastato sradicando un alberello in uno spiazzo a lui dedicato e scrivendo su un muro “Viva la mafia”, a Trapani si arrestano uomini politici collegati alle cosche mafiose e la Commissione parlamentare antimafia vara un codice etico che questa volta conterrebbe una novità: chi candida alle elezioni amministrative personaggi condannati o rinviati a giudizio deve darne giustificazione pubblica.
Il gesto di Termini è scellerato e stupido e avrà un effetto boomerang: al Centro Impastato sono arrivati messaggi con la proposta di piantare alberi dedicati a Peppino. Speriamo che non ci si fermi qui. Negli ultimi tempi, dopo il successo del film, la memoria di Impastato troppo spesso si è affidata all’intitolazione di strade e piazze (c’è un signore che ha tempestato di e-mail paesi e città, proponendo di mettere il nome di Impastato sulle targhe stradali, e diffondendo una biografia che ha ben poco a che fare con il Peppino Impastato reale), a cui non segue nessuna iniziativa che porti a una conoscenza adeguata di Impastato (fatto passare per un generico militante di sinistra o un giornalista, fondatore di una inesistente Radio Out: la radio si chiamava Radio Aut e quell’aut è abbreviazione di autonomia) e dei pochissimi che in anni difficili ne hanno salvato la memoria coniugandola con l’analisi e la mobilitazione.
Gli arresti di Trapani sono la riprova dell’esistenza di una borghesia mafiosa che ha la sua centrale operativa nei partiti politici (in quel che ne rimane, come spoglia o caricatura dopo gli tsunami degli ultimi anni) e nelle istituzioni, purtroppo sempre più bipartizan. Di solito, in queste occasioni, mentre nel centro-destra si grida all’ennesima materializzazione delle toghe rosse, nel centro-sinistra si dice: “abbiamo fiducia nella magistratura, attendiamo gli esiti delle inchieste”, ma nel frattempo la politica si guarda bene dall’autoemendarsi, facendo pulizia al suo interno prima che intervenga la magistratura.
Tra gli arrestati trapanesi ci sono personaggi notissimi come Bartolo Pellegrino, leader di una “Nuova Sicilia” che di nuovo ha ben poco; ci sono il direttore dell’Agenzia del demanio che favoriva i boss intenzionati a riprendersi dopo il sequestro la Calcestruzzi ericina (e per impedire questa manovra il prefetto Fulvio Sodano ci ha rimesso il posto e per giunta è stato citato in giudizio dall’ex sottosegretario agli Interni Antonino D’Alì), alcuni imprenditori. Nel registro degli indagati c’è anche il candidato sindaco dell’Unione, Mario Buscaino, della Margherita, che ha già dichiarato che non intende ritirare la candidatura.
La Commissione antimafia, proponendo il codice etico e confidando nell’autoregolamentazione, compie un atto di fiducia verso un mondo che purtroppo non ne merita nessuna. La proposta della Commissione è passata all’unanimità ma già qualcuno (per esempio l’ex magistrato e senatore di Forza Italia Nitto Palma) ha messo le mani avanti: “Noi non saremo disponibili a non candidare persone oggetto di persecuzioni giudiziarie”. La scappatoia è già trovata: i politici più noti, già processati e condannati o sotto processo, sono dei perseguitati e quindi saranno candidati anche in futuro.
Il codice della Commissione mirerebbe a uscire dalle secche di una responsabilità politica, al di fuori e al di là di quella accertata o in via di accertamento in sede giudiziaria, a cui faceva riferimento la relazione su mafia e politica del 1993 che già proponeva l’autoregolamentazione. Ora si parla di responsabilità giudiziaria, anche in corso di accertamento, ma si segue la vecchia pista dell’autoregolamentazione. In più ci sarebbe l’impegno (non l’obbligo, seguito da una qualche sanzione) delle forze politiche di rendere pubbliche le motivazioni, nel caso che candidino personaggi condannati o rinviati a giudizio. Troppo poco, se si tiene conto di quanto è già ripetutamente accaduto negli anni scorsi e di un livello di coscienza civile sempre più basso, dopo anni di berlusconismo. Anche a sinistra non c’è da fidarsi molto, sia che si tratti di personaggi al centro di inchieste archiviate (che avrebbero comunque rimandato alla “responsabilità politica”, che ci sarebbe anche per frequentazioni di mafiosi), come nel caso del diessino Vladimiro Crisafulli, o in corso (come nel caso di Buscaino). C’è stata e c’è un’omologazione, con allineamento in basso, come è accaduto per i programmi televisivi. E in ogni caso, se venisse adottato, il codice etico sbarrerebbe la porta degli enti locali (che dovrebbe essere già sbarrata da disposizioni precedenti, rimaste sulla carta) ma non quella del Parlamento, dove continuerebbero ad avere libero accesso imputati, condannati, amici di mafiosi e confrati di Licio Gelli.
A proposito di incappucciati, una novità giunge da Corleone, dove durante le processioni pasquali i partecipanti possono indossare i cappucci, proibiti da quarant’anni. Una volta assicurati alla giustizia Riina e Provenzano, si riprende il vecchio rito del nascondimento, stile Beati Paoli. Tanto ormai tutto è arcinoto e si riesce a vedere benissimo sotto ogni sorta di cappuccio, da quello piduista a quello pasquale.