I facinorosi della classe media e l’industria della violenza: la borghesia mafiosa.
Inchieste Bonfadini e Franchetti-Sonnino. All’Uditore i mafiosi terziari francescani.

 

“La mafia che esiste in Sicilia non è pericolosa, non è invincibile di per sé, ma perché è strumento di governo locale”. A dire queste parole alla Camera, nel giugno del 1875, è il deputato dell’opposizione Diego Tajani. È stato procuratore a Palermo e si è scontrato con il prefetto Medici e soprattutto con il questore Albanese, ha spiccato mandato di cattura contro di lui perché si serviva di mafiosi notori per eliminare altri mafiosi. Ma Albanese non è stato inviato a giudizio e Tajani si è dimesso, è stato eletto in Parlamento e successivamente sarà ministro della Giustizia. Ora racconta la sua esperienza siciliana nel corso del dibattito su un disegno di legge che porterà alla costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia che si svolgerà tra il 1875 e il 1876. Durante i suoi lavori la Commissione raccoglie varie testimonianze, tra cui quella del prefetto di Palermo, Gioacchino Rasponi, che distingue tra mafiosi malfattori e manutengoli e sottolinea il ruolo del ceto medio, in particolare degli avvocati. La relazione finale, redatta da Romualdo Bonfadini, esclude che in Sicilia ci sia una questione sociale e sostiene che la mafia non è un’associazione, è soltanto “prepotenza diretta ad ogni scopo di male”, una “solidarietà istintiva, brutale” che unisce a danno dello Stato e delle leggi individui e strati sociali che traggono esistenza e agi dalla violenza.

Tra i documenti raccolti dalla Commissione un rapporto del dottor Gaspare Galati, un medico proprietario di un fondo tra i quartieri Malaspina e Uditore, che ha subìto le prepotenze dei guardiani mafiosi che hanno ucciso l’affittuario posto dal proprietario, ferito un nuovo assunto e restano impuniti poiché hanno ottimi rapporti con funzionari della questura. I mafiosi dell’Uditore, con alla testa il capomafia Antonino Giammona, fanno parte di una confraternita religiosa, i terziari francescani, per iniziativa di un sacerdote, Antonino Russo, noto come padre Rosario da Partanna, già spia dei borbonici e poi passato con i “garibaldini”, che si è insediato nel convento dopo l’estromissione dei padri liguorini. A questo personaggio, non si capisce per quali meriti, è dedicata una strada in città, nel quartiere Pallavicino. Galati, costretto a lasciare Palermo per le continue minacce, e trasferitosi con la famiglia a Napoli, mette per iscritto le sue vicissitudini in un memoriale che offre uno spaccato interessantissimo di come agiva la mafia nei quartieri della città e ricorda che il giornale della Curia, “La Sicilia cattolica”, aveva dato la notizia della costituzione della confraternita dei terziari francescani all’Uditore con il titolo “Rinnovamento di spirito nel sobborgo dell’Uditore” e un commento entusiastico: “Che sia data debita lode, dopo Dio, a quei zelanti operai che con infaticabile cura hanno svegliato lo spirito religioso in quella contrada”.

Coevamente all’inchiesta ufficiale due giovani studiosi toscani, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, che saranno in seguito parlamentari e Sonnino sarà anche ministro e presidente del Consiglio, conducono una loro inchiesta privata, che è il primo esempio di ricerca condotta con metodologia scientifica. Ad occuparsi di mafia è Franchetti che parla dei mafiosi come “facinorosi della classe media” che si arricchiscono e acquisiscono posizioni di potere attraverso l’“industria della violenza”. La mafia si pone come “costituzione sociale” ed è in stretto rapporto con la classe dominante, è essa stessa classe dominante: borghesia mafiosa. In Sicilia c’è una questione sociale, rappresentata dalla mancanza di un ceto medio come “elemento di ordine e di sicurezza”, il nucleo più attivo è costituito dai gruppi mafiosi che praticano sistematicamente la violenza. I capimafia, veri impresari del crimine, sono di condizione agiata. Vengono individuate delle imprese, il Mulino e la Posa, che con l’intimidazione e la violenza riescono a imporre il monopolio della molitura del grano. Ma non c’è un collegamento tra i vari gruppi, non c’è la Mafia come realtà associativa unitaria. E lo Stato, pronto a colpire gli strati più bassi della popolazione, è impotente contro la “classe abbiente” formata dagli industriali della violenza.

Sonnino nella sua relazione si occupa soprattutto di agricoltura, analizza le prime associazioni contadine, registra limiti ma anche potenzialità e conclude: “La Sicilia lasciata a sé troverebbe il rimedio: stanno a dimostrarlo molti fatti particolari, e ce ne assicurano l’intelligenza e l’energia della sua popolazione e l’immensa ricchezza delle sue risorse. Una trasformazione sociale accadrebbe necessariamente, sia col prudente concorso della classe agiata, sia per effetto di una violenta rivoluzione. Ma noi, Italiani delle altre provincie, impediamo che tutto ciò avvenga. Abbiamo legalizzato l’oppressione esistente; ed assicuriamo l’impunità dell’oppressore. Nelle società moderne ogni tirannia della legalità è contenuta dal timore di una reazione all’infuori delle vie legali. Orbene, in Sicilia, colle nostre istituzioni, modellate sopra un formalismo liberale anziché informate a un vero spirito di libertà, noi abbiano fornito un mezzo alla classe opprimente per meglio rivestire di forme legali l’oppressione di fatto che già prima esisteva coll’accaparrarsi tutti i poteri mediante l’uso e l’abuso della forza”. Una diagnosi lucida e impietosa sulla legalità in mano alla “classe che domina” che troverà la sua espressione nella vicenda dei Fasci siciliani, repressi dalla violenza congiunta delle istituzioni e dei mafiosi. Ma già allora Sonnino è andato per altre strade e di fronte a un paese in ebollizione predicherà il “ritorno allo Statuto” (lo Statuto albertino che fungeva da costituzione dello Stato unitario), un programma esplicitamente reazionario, e le sue analisi sono ormai un lontano “peccato di gioventù”.

Significative le reazioni suscitate dall’inchiesta di Franchetti e Sonnino. Luigi Capuana, caposcuola del verismo con Verga e De Roberto, dando voce a malumori diffusi, scriveva che il governo aveva commesso lo sbaglio di fare un’inchiesta sulla Sicilia e l’impresa dei due giovani studiosi “aveva un peccato d’origine”: considerare la Sicilia diversa dalle altre regioni d’Italia. Quel che accade in Sicilia accade dovunque in Italia, e dappertutto nel mondo e i due studiosi toscani avrebbero dato “prova di un’ingenuità meravigliosa, di un’incredibile inettitudine scientifica”, poiché non capivano che stavano parlando non di una specificità siciliana ma di una sorta di male universale, connaturale alla specie umana. La mafia siciliana è simile “alla camorra napolitana, alla teppa milanese, al bagherinaggio romano”, è formata da qualche centinaio di delinquenti, ma su di essa si è formato il cliché della “mostruosa mafia-piovra”, che non ha nessuna rispondenza nella realtà. Ma la realtà avrebbe dato torto allo scrittore e ragione ai due giovani toscani.

 

Pubblicato su Repubblica – Palermo il 25 giugno 2015, con il titolo Industria e borghesia il j’accuse di un’inchiesta