La scoperta della Sicilia, la cosa trova il nome

 

Con la formazione dello Stato unitario funzionari e rappresentanti del regno sabaudo vanno alla scoperta della Sicilia. I rapporti dei luogotenenti del re danno un quadro preoccupante: gli atti di violenza sono all’ordine del giorno. Scriveva nel gennaio 1861 il luogotenente Massimo di Montezemolo: “Ieri, di giorno, qui in Palermo furono uccisi due ladri, in modo barbaro e selvaggio. Dubito che nelle Cabilie la tempra sia più feroce che nei beduini di questa parte dell’isola”. Montezemolo teme che possano verificarsi moti antiunitari, ma forse sarebbero auspicabili, per poter “mettere la mano sopra alcuni dei capi”. Comincia a delinearsi una linea politico-istituzionale che mira a salvaguardare lo Stato appena nato e si mettono nello stesso mucchio malavitosi e oppositori, dai borbonici ai garibaldini e ai mazziniani. Nell’ottobre 1861, in un resoconto del suo viaggio in Sicilia il deputato della Destra storica Diomede Pantaleoni, legato al ministro dell’Interno Bettino Ricasoli, corregge il tiro: gli atti di violenza sono frequentissimi (29 attentati in 27 giorni nel luglio dello stesso anno) e regolarmente impuniti, nonostante che si sappiano i nomi dei responsabili, ma le “persone di mal’affare” sono soprattutto legate al partito governativo. Come in tutti i periodi di transizione, la mafia gioca su entrambi i tavoli: era insieme governativa e all’opposizione.

Nel gennaio del 1862 a Castellammare, in provincia di Trapani, c’è la cosiddetta “rivolta contro i cutrara”, coloro si sono spartiti la cutra, la coperta, cioè si sono arricchiti accaparrandosi le cariche pubbliche e impadronendosi delle terre demaniali. Come racconta lo storico Salvatore Costanza, i rivoltosi sono contadini, pastori, artigiani, che hanno partecipato ai moti antiborbonici ma ora non si riconoscono nel nuovo Stato che ha imposto la leva obbligatoria. Assaltano le abitazioni dei nuovi ricchi, gli uffici della dogana, il Comune e uccidono cinque persone. A reprimere la rivolta vengono inviati militi a cavallo e soldati, negli scontri cadono altri uomini delle forze dell’ordine e tra gli insorti si contano sette morti, tra cui sei fucilati. Alcuni personaggi, che per il loro comportamento e il seguito di cui godono possono definirsi mafiosi, hanno avuto un ruolo già nelle agitazioni precedenti e ora fanno da mediatori e assumono in prima persona compiti di polizia, come l’eliminazione di un pericoloso latitante.

A ottobre sempre del 1862 a Palermo degli accoltellatori feriscono dodici persone e una di esse muore dopo qualche tempo. Uno dei pugnalatori, Angelo D’Angelo, viene preso, fa i nomi dei complici e indica come mandante Romualdo Trigona, principe di sant’Elia, capo del partito governativo, senatore del regno e rappresentante del re in cerimonie pubbliche e processioni. Il processo si conclude con la condanna a morte per alcuni esecutori, che possono essere considerati bracciantato criminale, ma il principe di Sant’Elia non viene toccato. La vicenda dei pugnalatori, raccontata nel romanzo popolare di Salvatore Mannino e ricostruita da Leonardo Sciascia, da Paolo Pezzino, da chi scrive e da Amelia Crisantino, è emblematica: si può considerare il primo atto di quella che sarà chiamata “strategia della tensione” e apre la strada a una prassi giudiziaria che arriva fino ai nostri giorni, in cui bene che vada si colpiscono gli esecutori ma mai i mandanti.

Il 3 agosto del 1863 viene assassinato il generale garibaldino Giovanni Corrao. Operaio del porto di Palermo, cospiratore mazziniano nel 1848, ha preparato il terreno alla spedizione garibaldina, successivamente all’opposizione, viene sospettato di rapporti con filoborbonici e indicato come capo della mafia. Corrao ha un ampio seguito popolare e la sua azione può disturbare manovre in atto che mirano a estendere e rafforzare la base di consenso del nuovo Regno. Il suo omicidio può considerarsi un delitto politico-mafioso, impunito come tanti altri che si verificheranno successivamente. È già in azione una “mafia politica”, che usa la violenza per condizionare la vita sociale e l’assetto istituzionale.

Sempre nel 1863 va in scena la commedia popolare I Mafiusi di la Vicaria di Palermu, di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca; è la prima volta che viene usato l’aggettivo “mafiusi” in un testo scritto, ma è solo nel titolo. Nel testo della commedia si parla di camorristi per designare i membri di un’organizzazione presente nel carcere palermitano dell’Ucciardone che dal 1840 aveva sostituito la vecchia Vicaria, che sorgeva sulla piazza Marina, dov’è il palazzo delle finanze, da anni abbandonato. L’organizzazione viene chiamata “sucività” e anche “santa chiesa” e “famigghia”, è strutturata secondo un principio gerarchico e pratica abitualmente il pizzo sui carcerati. Lo studioso di tradizioni popolari Giuseppe Pitrè scriverà che dopo la presentazione della commedia, che ebbe un notevole successo, l’aggettivo “mafioso”, che prima aveva un significativo positivo, sarà usato per indicare comportamenti criminali, ma uno degli autori, Gaspare Mosca, scrive che il titolo originario era La Vicaria di Palermu, ma ha proposto di aggiungere “i mafiusi” dopo aver assistito a una lite e uno dei litiganti diceva: “Vurrissi fari u mafiusu cu mmia” e qui il termine veniva usato inequivocabilmente con il significato di prepotente.

Il sostantivo “maffia” con due effe compare per la prima volta in un documento ufficiale nel 1865 in un rapporto del prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio, in cui parla di un’“associazione malandrinesca”, con cui avevano avuto rapporti “svariati partiti”: i liberali nel 1848, i borbonici nella restaurazione, i garibaldini nel 1860. Successivamente i garibaldini si sarebbero alleati con il partito borbonico e secondo un documento inviato al prefetto ci sarebbe un “partito della maffia”, antigovernativo, diretto da un certo Badia, successore di Corrao.

Nel 1866 c’è la rivolta del “sette e mezzo” diretta da personaggi già noti alla testa di bande armate, un’agitazione composita che si conclude con lo stato d’assedio. La commissione d’inchiesta non dedicherà molto spazio alla mafia. Per saperne di più bisognerà attendere la metà degli anni settanta, con un’inchiesta ufficiale e l’inchiesta privata di Franchetti e Sonnino.

 

Pubblicato su Repubblica – Palermo l’11 giugno 2015, con il titolo Pugnali e rivolte così nacque la strategia della tensione