La formazione del mito apologetico: Beati Paoli e altri miti; l’identificazione con il sacro e la convivenza tra malavitosi ed ecclesiastici: la “famiglia sacerdotale” di Calò Vizzini, il mafioso Giuseppe Finazzo presidente della confraternita dell’Immacolata a Cinisi

 

“Ma fia, ma fia! Figlia mia!” si dice che gridasse la madre di una ragazza oltraggiata da un soldato francese, episodio da cui sarebbero scaturiti i Vespri siciliani, e secondo una versione tanto fantasiosa quanto gratuita da quel grido materno sarebbe nata la parola “mafia”, acronimo di “Morte ai francesi Italia anela”. Uno dei tanti tentativi di anticare e nobilitare il fenomeno mafioso, assieme a quello più noto che lo vuole originato da una setta di giustizieri medievali che avrebbero dato vita ai cosiddetti Beati Paoli.

I Vendicosi, di cui parlano la Breve cronaca di un Anonimo cassinese e la Cronaca di Fossa Nova, avrebbero operato nel regno di Sicilia nel 1185-86, e il loro capo sarebbe stato impiccato. Ne scriveva secoli dopo, nel 1745, lo storico francese Jean Levesque de Burigny e nel 1790 un libro di Federico Münter parla di una confraternita di san Paolo creatasi a Trapani ai tempi di Carlo V, che difendeva e vendicava vedove, orfani e oppressi dalla giustizia ufficiale. Il marchese di Villabianca scrive che i Beati Paoli erano “scellerati uomini” che si facevano giustizia con le loro mani e riferisce che ne avrebbero fatto parte un Giuseppe Amatore, impiccato a Palermo nel 1704, e un Girolamo Ammirata, impiccato nel 1723.

Il Comune di Palermo tra il 1873 e il 1874 decise di intitolare ai Beati Paoli una strada e una piazza e ancora oggi una lapide mostra il locale sotterraneo dove sarebbero avvenute le riunioni della confraternita. Il romanzo di Luigi Natoli, pubblicato a puntate sul Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910, consacrerà il mito dei giustizieri del popolo guidati da un eroe-gentiluomo e diventerà il libro sacro della mafia, ma c’è da dubitare che molti mafiosi lo abbiano letto.

La parola “mafia”, a dire di Pitrè, potrebbe derivare dall’arabo mahias, con il significato di spavaldo, o maha, nome delle cave di pietra che servivano da rifugio. I fondatori della mafia sono stati indicati in un Turiddu Mafia di Alcamo e una “Catarina la licatisa, nomata ancora maffia”, una magara che figura nell’atto di fede dell’Inquisizione del 1658, ma di loro non si sa nulla. Sull’onda della suggestione suscitata dai moti risorgimentali, si è parlato di Giuseppe Mazzini, e la parola sarebbe l’acronimo di “Mazzini autorizza furti incendi avvelenamenti”.

Il tentativo di nobilitarsi non è solo della mafia siciliana, ma è condiviso dalla ’ndrangheta calabrese e dalla camorra campana. Le tre organizzazioni sarebbero state fondate dai cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso, appartenenti a un’associazione cavalleresca, la Guarduna, che per vendicare una sorella violentata hanno ucciso lo stupratore e sono stati condannati a una pena detentiva espiata nell’isola di Favignana. E lì hanno elaborato i codici con le regole e i rituali che sarebbero stati adottati dalle organizzazioni. I cavalieri spagnoli rappresenterebbero Gesù Cristo, san Michele arcangelo e san Pietro, coniugando nobiltà di sangue e ascendenze sacre, ancora oggi presenti nei rituali delle organizzazioni criminali, soprattutto nella ’ndrangheta. Alla base di questi miti e simbolismi è il dato storico che il carcere, dove si ritrovavano soggetti di varia provenienza, ha fatto da grembo e da scuola primaria e di perfezionamento.

Il riferimento alla Spagna ha una base storico-letteraria in una novella di Cervantes, Rinconete y Cortadillo, che ha come teatro Siviglia, dove operava una confraternita che era una vera e propria impresa criminale: praticava regolarmente il furto e l’estorsione, eseguiva delitti su commissione, proteggeva e sfruttava la prostituzione, esercitava e regolava il controllo sul territorio. Capo e maestro dell’organizzazione era Monipodio, nome che potrebbe stare per monopolio, dato che aveva il controllo assoluto sulla malavita sivigliana.

Lo statuto della Guarduna sarebbe stato redatto a Toledo nel 1420 e la confraternita avrebbe avuto una struttura organizzativa con a capo l’hermano mayor, di solito un uomo di potere, introdotto nel mondo politico, che impartiva ordini ai capatazes, capi di provincia, e alla truppa formata dai guapos. L’organizzazione si serviva di giovani da avviare alla carriera criminale e di donne con funzioni di copertura e adescamento. Parte di questa terminologia è stata recepita dalla camorra, denominazione usata per il prelievo parassitario sul gioco e sulle attività produttive e commerciali, il siciliano pizzo, e per l’organizzazione nel suo complesso.

Simboli e rituali hanno una precisa funzione nell’universo criminale: sono insieme fonte di autolegittimazione e codici identitari. Questo spiega la loro persistenza nel tempo. E il ricorso al repertorio religioso, con forme che ricordano il battesimo e il culto dei santi, attesta un bisogno di sacralità che funge da autoassoluzione o meglio da giustificazione preventiva per pratiche delittuose, concepite e vissute come esercizio di un dominio che non riconosce il monopolio statale della forza. Pietro Aglieri che medita e prega in una cappella privata, dove un sacerdote si reca a dir messa; Bernardo Provenzano, assiduo lettore e annotatore della Bibbia, sono esempi di questo bisogno di identificazione con il sacro che non è solo dei mafiosi italiani. I sicari colombiani, prima di compiere un omicidio, chiedono l’aiuto della Madonna. La religiosità popolare, fatta di processioni e devozioni all’insegna del do ut des (se ottengo una grazia, faccio un’offerta, accendo un cero, vado in pellegrinaggio), troppo spesso si riduce a una ritualità che copre la totale mancanza di un’etica personale e collettiva o la sua quotidiana trasgressione che fa presto a lavarsi con la confessione e la recita di una preghiera.

In Sicilia e altrove negli ultimi anni non si vedono mafiosi, ’ndranghetisti e camorristi alla testa delle processioni, come capitava abitualmente negli anni passati, ma si è impiegato troppo tempo per “scoprire” che esse erano l’occasione per omaggiare i capimafia, presidenti di confraternite e organizzatori di feste patronali, con soste e inchini davanti alle loro case. Un pubblico riconoscimento del loro ruolo all’interno della comunità. E la presenza nella stessa famiglia di malavitosi e uomini di chiesa è la prova di una convivenza perpetuatasi nel tempo, dalla banda dei ferlesi del 1600, di cui abbiamo parlato in una di queste storie, alla famiglia Vizzini di Villalba, in cui accanto al capomafia Calogero figuravano cinque ecclesiastici: due fratelli preti, uno zio materno arciprete, due zii vescovi. Una “famiglia sacerdotale”, così la definiva il vescovo di Caltanissetta, monsignor Giovanni Jacono, che elencava le benemerenze di don Calò per sottrarlo alla giustizia.
Pubblicato su Repubblica Palermo il 15 luglio 2015, con il titolo Falsi miti e devozione i boss in cerca di una nobiltà