Fasci siciliani come prima forma di antimafia sociale. Repressione ad opera di Crispi ed emigrazione. Delitto e processo Notarbartolo

 

“E’ vietato essere soci: a) a tutti coloro che hanno tradito lo scopo del Fascio, insinuando voci maligne fra il popolo, o che si siano resi in qualsiasi modo indegni della pubblica stima, o che sono conosciuti come vagabondi, mafiosi, e uomini di mal’affare.” Così prescriveva l’art. 4 dello statuto del Fascio di Santo Stefano Quisquina e anche gli statuti di altri Fasci contenevano prescrizioni analoghe.

I Fasci siciliani del lavoratori si svilupparono in parecchi comuni dell’isola tra il 1891 e i primi giorni del 1894 e furono un fenomeno composito, a metà strada tra sindacato e partito, in gran parte aderirono al nascente Partito socialista, altri erano espressione di contrasti locali e due risultano creati da personaggi in odore di mafia (i mafiosi cercavano di cavalcare le proteste popolari e lo faranno anche successivamente). Erano formati da braccianti, contadini poveri e medi, operai, artigiani, professionisti e in alcuni paesi, come a Piana dei Greci, le donne fondarono Fasci femminili, con la primaria esigenza di imparare a leggere e a scrivere. Gi obiettivi erano: il contratto di lavoro, le otto ore e i miglioramenti salariali, il diritto di partecipare alla gestione delle amministrazioni locali (il diritto di voto allora era limitato all’1,9 per cento della popolazione, bisognava avere un certo reddito e un titolo di studio). I giudizi degli storici sui Fasci sono diversificati: secondo il maggiore teorico italiano del movimento operaio del tempo, Antonio Labriola, in rapporto con Engels e altri dirigenti europei, essi sono la prima manifestazione del socialismo in Italia, per altri sarebbero la riproposizione delle vecchie rivolte contadine. Le testimonianze di Napoleone Colajanni, gli studi di Francesco Saverio Romano e di Francesco Renda, i convegni di Agrigento del 1975 e di Piana degli Albanesi del 1994, ne hanno ricostruito la storia, documentandone il ruolo e la complessità. Essi possono considerarsi il primo esempio di autonomia delle classi popolari, nel superamento delle società di mutuo soccorso padronali, e la prima sperimentazione di un’antimafia sociale, in cui lo scontro con i proprietari terrieri e i mafiosi avviene all’interno della mobilitazione per la conquista di diritti fondamentali. Siamo a una fase aurorale e mentre da agosto a novembre del 1893 lo sciopero agrario con la firma dei patti di Corleone, uno dei primi documenti scritti del sindacalismo italiano, avviene con il pieno controllo dei dirigenti e dei militanti più attivi, le agitazioni per le tasse successive, dopo gli arresti dei dirigenti (800 nel mese di ottobre) e anche per l’intervento di provocatori, degenerano nell’incendio di archivi comunali e dei casotti daziari, offrendo il pretesto alla repressione.

Prima l’operazione di criminalizzazione, tentata dal capo del governo Giovanni Giolitti, si era risolta in una schedatura di massa ma aveva registrato solo contravvenzioni alle disposizioni di pubblica sicurezza e la presenza di pregiudicati (i dirigenti dei Fasci dichiaravano che accoglievano piccoli delinquenti e miravano al loro recupero), ora il nuovo capo del governo Francesco Crispi, legato al blocco agrario, dispone la repressione armata.

Già il 20 gennaio del 1893 c’era stata la strage di Caltavuturo: una manifestazione per l’uso civico delle terre usurpate si era conclusa con una sparatoria da parte di soldati e carabinieri, con 13 morti. Le altre stragi, a Giardinello, a Lercara il giorno di Natale, a Pietraperzia, a Gibellina, a Belmonte, a Marineo, a Santa Caterina Villarmosa, negli ultimi giorni del 1893 e nei primi del 1894 (sparano le forze dell’ordine e i campieri mafiosi) lasciano sul terreno altri morti: in un anno si contano 108 vittime. Viene decretato lo scioglimento dei Fasci e lo stato d’assedio. I processi davanti alle corti marziali si concludono con pesanti condanne ma mostrano la personalità dei dirigenti, da Nicola Barbato a Bernardino Verro, da Garibaldi Bosco a Giuseppe De Felice, e gli ufficiali che li difendono esprimono la loro stima. Segue un imponente flusso migratorio che porterà fuori dall’isola circa un milione di persone. Un copione che si ripeterà alla fine di altre fasi delle lotte contadine, nei primi anni del ’900 e poi nel primo e secondo dopoguerra.

Mentre la memoria dei Fasci è stata cancellata, e solo negli ultimi anni si è cercato di riprenderla, a Crispi sono dedicati strade, piazze, scuole, monumenti come quello a Palermo con la scritta: “La monarchia ci unisce…”. Se l’amministrazione comunale volesse dare un esempio di mutamento dell’iconografia cittadina, dovrebbe arretrare il monumento e porgli davanti dei segni che ricordino le stragi.

Con i Fasci siciliani l’Italia scopre una Sicilia inedita rispetto all’immagine che la vuole isolata dalle correnti della storia; scopre la mafia con i processi per il delitto Notarbartolo, seguiti con interesse dall’opinione pubblica. Emanuele Notarbartolo, sindaco di Palermo dal 1873 al 1875 e direttore del Banco di Sicilia dal 1876 al 1890, si era distinto per la sua correttezza come amministratore e si era opposto alle manovre speculative sul Banco (in quel periodo c’è lo scandalo della Banca romana). Viene ucciso il primo febbraio 1893, su un treno che lo riportava a Palermo. Nel primo processo, che si svolge a Milano nel 1899, sono imputati due favoreggiatori, ma le denunce del figlio Leopoldo, che non segue il consiglio dell’amico di famiglia e capo del governo Antonio Di Rudinì di cercare un sicario e farsi giustizia, portano all’incriminazione del deputato Raffaele Palizzolo, che Notarbartolo aveva accusato di aver ottenuto favori illeciti dal Banco. Nel 1902 a Bologna Palizzolo viene condannato, ma la sentenza è annullata per un presunto vizio di forma e al processo di Firenze viene assolto per insufficienza di prove e accolto trionfalmente al suo ritorno in città, ma i processi hanno messo in luce le responsabilità di magistratura e forze dell’ordine nella conduzione dell’inchiesta e i legami di Palizzolo con la malavita.

Palermo si divide: una parte è con il figlio di Notarbartolo e sostiene la sua azione (il 7 dicembre 1899 si svolge una manifestazione con 30.000 persone, la prima manifestazione contro la mafia di cui si ha notizia), un’altra costituisce un comitato “Pro Sicilia” che si erge a difesa dell’isola che sarebbe vilipesa da chi parla di mafia come associazione a delinquere: un manifesto del sicilianismo, che vuole i siciliani uniti nella richiesta allo Stato di aiuti e privilegi, agitando di tanto in tanto la bandiera separatista. Tra i promotori Giuseppe Pitrè, che considera la mafia un ipertrofico “senso dell’io” che non ha niente a che fare con il crimine. Alla fine l’amaro commento di Leopoldo Notarbartolo: “La lotta di mio padre contro gli insidiatori della cosa pubblica durò 22 anni; quella mia contro alcuni di essi divenuti suoi assassini ne durò undici. Quale è il bilancio di questo sforzo? Palizzolo libero e tranquillo, intento a ritessere la sua autorità. E la mafia e i suoi sistemi proclamati, glorificati inchinati e appoggiati dal Governo; ribaditi più saldi che mai, dopo il vano tentativo di infrangerli”. Rimane l’esempio di un impegno civile frustrato da uno Stato incapace e colluso.

 

Pubblicato su Repubblica – Palermo il 24 luglio 2015, con il titolo Fasci e sangue così la Sicilia si svelò militante