I rapporti del questore Sangiorgi: una mafia strutturata, con al vertice il capo dei capi, come in Cosa nostra rivelata da Buscetta. La bettoliera Giuseppa Di Sano testimone di giustizia.
Le associazioni di tipo mafioso in contesti diversi da quelli originari: Mafia Capitale

 

“L’agro palermitano è purtroppo funestato, come altre parti di questa e delle finitime province, da una vasta associazione di malfattori, organizzati in sezioni, divisi in gruppi: ogni gruppo è regolato da un capo, che chiamasi capo-rione, e, secondo il numero dei componenti e la estensione territoriale, su cui debba svolgersi la propria azione, a questo capo-rione viene aggiunto un sottocapo, incaricato di sostituirlo nei casi di assenza o di altro impedimento. E a questa compagine di malviventi è preposto un capo supremo”. Così scriveva il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi in un rapporto dell’8 novembre 1898.

Sangiorgi, di origine romagnola, era già stato a Trapani come delegato di pubblica sicurezza nel 1873, a Palermo dal 1875 al 1877 come ispettore nel mandamento Castel-Molo, uno dei quartieri a più forte presenza mafiosa, poi era stato questore in varie città e dal 1898 è questore a Palermo.

Avvalendosi delle precedenti inchieste condotte dal questore Francesco Farias, delle dichiarazioni di vari mafiosi e delle denunce di familiari di vittime e di altri collaboratori, alcuni anonimi, altri che non hanno paura a comparire, tra il 1898 e il 1901 redige una serie di rapporti. In uno di essi vengono individuati 218 mafiosi divisi in otto gruppi, in un’area che va dalla Piana dei Colli all’Olivella, dalle campagne delle periferie al centro città. I gruppi, con i rispettivi capi sono: 1) gruppo Piana dei Colli: capo-rione Biondo Giuseppe possidente, vice Cinà Gaetano possidente; 2) gruppo Acquasanta: capo-rione D’Aleo Tommaso giardiniere, vice il fratello Ignazio giardiniere; 3) gruppo Falde: capo Gandolfo Giuseppe guardiano, vice il fratello Rosolino trafficante, 4) gruppo Malaspina: capo Siino Francesco commerciante in agrumi, vice Lombardo Giuseppe industrioso; 5) gruppo Uditore: capo Siino Alfonso capraio, vice il figlio Filippo guardiano; 6) gruppo Passo di Rigano: capo Giammona Giuseppe possidente, vice Bonura Salvatore trafficante; 7) gruppo Perpignano; capo Bonura Salvatore trafficante, vice Russo Pietro bettoliere; 8) gruppo Olivuzza: capo Noto Francesco trafficante, vice il fratello Pietro guardiano. Ci sarebbero altri gruppi in città e nei dintorni: ad Altarello di Baida, Mezzomonreale, Pagliarelli-Villagrazia, S. Maria di Gesù, Ciaculli e in provincia di Palermo e in altre province. Fino al 1896 il capo supremo sarebbe stato Francesco Siino. Successivamente ci sarebbe stato un conflitto tra i vari gruppi e Siino avrebbe lasciato il comando.

Gli affiliati all’associazione, denominata “la criminosa associazione”, “la tenebrosa congrega”, “il tenebroso sodalizio”, svolgono varie attività: omicidi, estorsioni, furti e rapine, fabbricano e spacciano monete false, hanno il monopolio delle guardianie, nell’esercizio di una “signoria territoriale” tendenzialmente totalitaria.

Tra le persone che collaborano con la giustizia c’è Giuseppa Di Sano, bettoliera al quartiere Sampolo, che il 27 dicembre 1896 è stata ferita durante un attentato, in cui è stata uccisa la figlia Emanuela Sansone, ad opera di mafiosi che temevano di essere denunciati per spaccio di soldi falsi. La donna non cede alle continue minacce e riuscirà a fare condannare i responsabili. Oggi si direbbe una “testimone di giustizia”. Ma non c’è solo lei. Le mogli di persone scomparse collaborano con gli investigatori, invece la signora Florio, nel cui palazzo mafiosi notori fanno da guardiani, si guarda bene dal farlo.

Sangiorgi pensava a un maxiprocesso ma, dopo una serie di decurtazioni delle sue liste che si arricchiscono continuamente, deve contentarsi di un moncherino. Aveva avvertito in uno dei suoi rapporti: “I caporioni della mafia stanno sotto la salvaguardia di senatori, deputati ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono”, e aveva accusato di complicità anche uomini delle forze dell’ordine e magistrati.

Nel maggio del 1901 si svolge un processo a 51 imputati. Tra i difensori i migliori avvocati del foro palermitano e depongono a favore degli accusati parlamentari, nobili, professionisti, quasi tutta la Palermo bene. La tesi dei difensori è che la mafia non è un’associazione a delinquere, è un’ipertrofia dell’io, o un problema sociale. La sentenza di primo grado condanna 32 imputati in gran parte a 3 anni e 6 mesi, una pena mediana se si considera che il codice Zanardelli prevedeva pene da 1 a 5 anni, e ne assolve 19. Le condanne vengono confermate in appello e in Cassazione. Nonostante l’esito tutto sommato positivo del processo, i rapporti del questore Sangiorgi cadranno nel dimenticatoio, sono stati recentemente riscoperti da Salvatore Lupo e pubblicati senza gli allegati, ugualmente interessanti.

La tesi della mafia strutturata riappare nei processi del periodo fascista, con un’azione repressiva che smantella alcuni gruppi ma non sgomina la mafia nel suo complesso che riemerge già nel corso degli anni ’30. Successivamente nella letteratura sociologica prevale la tesi della mafia come subcultura e a livello giudiziario molti processi di mafia si concludono con l’assoluzione per insufficienza di prove. Le inchieste del giudice Terranova negli anni ’60 ricostruiscono l’associazionismo mafioso ma sarà la legge antimafia del 1982 a definire l’associazione di tipo mafioso e con il maxiprocesso, in seguito alle dichiarazioni di Buscetta che rivela l’esistenza dell’organizzazione Cosa nostra e descrive una mafia sostanzialmente simile a quella di Sangiorgi, si affermerà la visione della mafia come associazione unitaria, piramidale e verticistica. Per limitarci allo scenario palermitano, gli otto mandamenti attuali: San Lorenzo – Tommaso Natale, Resuttana, Porta nuova, Noce, Passo di Rigano – Boccadifalco, Pagliarelli, Brancaccio, Santa Maria di Gesù, coincidono con i gruppi individuati dal questore Sangiorgi, molti nomi sono gli stessi ed è valida la sua analisi che coniuga la ricostruzione dei delitti e delle attività criminali con l’articolazione dei gruppi e la composizione delle gerarchie.

A livello nazionale negli ultimi anni l’applicazione dell’art. 416 bis della legge antimafia ha portato all’individuazione di associazioni di tipo mafioso in contesti diversi da quelli originari. Il caso più noto è quello romano di Mafia capitale, che vede professionisti del crimine, imprenditori, amministratori, politici, rappresentanti delle istituzioni legati da un progetto comune di accaparramento del denaro pubblico e da una strategia affaristica, con l’impiego dell’intimidazione e di pratiche corruttive. Ormai la parola mafia si declina al plurale, con riferimento ad organizzazioni storiche e a nuove formazioni, accomunate dall’adozione del metodo mafioso. La storia continua e il progetto del Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia, proposto dal Centro Impastato, con le adesioni di associazioni, di studiosi e cittadini, vuole diffondere conoscenze e contribuire a sviluppare una coscienza civile, condizioni indispensabili per costruire una società libera dalle mafie.

 

Pubblicato su Repubblica – Palermo il 31 luglio 2015, con il titolo Il questore che scoprì la prima mappa dei clan