Cooperative rosse e mafia

75/2000 palermo 21 . 9 . 2000

Cooperative rosse e mafia

Mi auguro che la magistratura conduca in porto rapidamente le indagini sui rapporti tra cooperative rosse e mafia e che i dirigenti politici indagati vengano riconosciuti estranei ai fatti contestati, ma sono portato a pensare che anche questa occasione non servirà per riflettere seriamente su un passato recente che si riverbera sulla situazione attuale.
Nel mio libro “L’alleanza e il compromesso” avevo scritto che il Pci, che aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta contro la mafia, con la politica di compromesso storico e con il “patto con i produttori” aveva imboccato una strada che lo ha portato a intessere rapporti con uomini come Salvo Lima e con imprenditori come Cassina a Palermo e i cavalieri del lavoro a Catania e già nella ricerca pubblicata nel volume “L’impresa mafiosa” avevo parlato del ruolo delle cooperative rosse fin dai loro primi passi in Sicilia. La Ravennate venne a Palermo nel 1959 e ha gestito la costruzione, tra l’altro, dei quartieri popolari: è presumibile che nel corso delle sue attività si sia imbattuta in qualche mafioso e in qualche richiesta di pizzo ma non c’è un solo atto che dimostri una presa di posizione. Questa convivenza pacifica diventa alleanza documentabile negli anni ’80, quando le cooperative rosse raccolte nel Conscoop lavorano con Cassina alla metanizzazione di Corso Calatafimi e all’interno del consorzio Italco troviamo le cooperative vicine al Pci e lo stesso Cassina, definito nella relazione di minoranza della Commissione antimafia firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova “un pilastro del sistema di potere mafioso”.
Un dirigente del Pci, Michelangelo Russo, nel 1988 dichiarava che “uno prima di formare consorzi a Palermo non può certo fare l’analisi del sangue ai gruppi locali”: una frase infelice, secondo la correzione di tiro operata dallo stesso personaggio, che dimostrava un dato di fatto: le cooperative rosse, dimentiche delle loro origini, ormai avevano sposato in pieno le leggi del mercato e si alleavano con chi ci stava, senza andare tanto per il sottile.
Che la Torre, prima di cadere assassinato, si sia scontrato con compagni di partito che non amavano le “analisi di sangue”, torna a suo onore ma quei compromessi e quelle alleanze nascevano da una linea politica che nel partito era largamente accettata.
Da allora si sono cambiati sigle e simboli ma bisogna vedere se alle dichiarazioni generiche sulla trasparenza corrispondano reali inversioni di rotta. Non mi pare un caso che, sfiorita l’emozione suscitata dalle grandi stragi di mafia, i governi di centro-sinistra abbiano fatto marcia indietro nella lotta alla mafia, isolando la magistratura che si è trovata ad operare con armi sempre più spuntate. In questi anni ci sono stati amministratori locali progressisti in prima linea nella lotta alla mafia (e mi auguro che la posizione di Domenico Giannopolo, sindaco di Caltavuturo, che ha denunciato più volte le infiltrazioni mafiose, possa essere al più presto chiarita), ma non si è visto un impegno complessivo degli eredi del Pci. La ricerca del consenso e del potere ad ogni costo può fare brutti scherzi, come quelli che hanno portato prima all’incontro con Lima e fino a qualche mese fa a condividere il governo regionale con personaggi che hanno già il loro posto in una storia del trasformismo locale e nazionale. Che questi personaggi e i loro amici oggi inneggino alla magistratura, che svillaneggiano quando guarda dalla loro parte, non mi sorprende. Questo teatrino l’avevamo già visto.

Umberto Santino