Diffamazione e diritto di indignarsi

prot. 77/2001 palermo, 16. 10. 2001

L’avvocato difensore dei mafiosi imputati dell’assassinio di Peppino Impastato ha citato in giudizio il fratello di Peppino, Giovanni. Motivo: Giovanni Impastato, al Costanzo show, ha dato dell'”imbecille in malafede” a chi sostiene che suo fratello è morto compiendo un attentato. Non ha fatto nomi, ma l’avvocato di Vito Palazzolo e di Gaetano Badalamenti ha ritenuto che quelle espressioni fossero rivolte alla sua persona.
In quasi tutte le udienze a cui ho partecipato, come rappresentante del Centro Impastato per la richiesta, non accolta, di costituzione di parte civile, o come testimone, o a cui ho assistito come “pubblico”, il difensore degli imputati non ha perso occasione per parlare di Peppino Impastato come di un delinquente pericoloso. Per avallare la sua tesi ha richiamato le denunce per “adunata sediziosa” (leggi: manifestazione non autorizzata) o per “violazione di domicilio” (leggi: scontro con i fascisti sul marciapiede davanti alla loro sede) che hanno punteggiato la militanza di Peppino, come quella di migliaia di altri negli anni ’60 e ’70, risoltesi poi regolarmente in una bolla di sapone. Davvero un po’ troppo. Per il difensore dei mafiosi imputati del delitto non ci sono dubbi: Impastato era un terrorista morto per un “incidente sul lavoro”, ma era pure un pessimo soggetto, dedito alla bestemmia e al turpiloquio. E non è vero che lottava la mafia e la relazione della Commissione antimafia sul depistaggio delle indagini non sarebbe nient’altro che “la solita pastetta degli amici di Impastato”.
Di fronte a queste affermazioni non vedo come possa negarsi il diritto di indignarsi a Giovanni Impastato e a chiunque abbia a cuore il rispetto della verità.
Non so che esito avrà questa ennesima citazione, anche se le recenti sentenze di condanna per diffamazione a mezzo stampa di Claudio Riolo e di chi scrive, citati in giudizio da Musotto e da Mannino, non promettono niente di buono. Quel che è certo è che l’avvocato di Palazzolo ha già perso la causa e anche il processo a Badalamenti non pare messo bene per la difesa. Nell’udienza del 27 settembre, su richiesta del difensore, ha deposto l’allora capitano dei carabinieri Tito Baldo Honorati, che nel giugno del 1984 ribadiva la tesi dell’attentato, già smontata da una sentenza del mese precedente che parlava inequivocabilmente di omicidio, e scriveva che il Consigliere Istruttore Rocco Chinnici aveva sposato l’ipotesi dell’omicidio da attribuire alla cosca di Badalamenti “solo per attirarsi le simpatie di una certa parte dell’opinione pubblica conseguentemente a sue aspirazioni elettorali”. Rocco Chinnici era stato assassinato il 23 luglio dell’anno precedente e, a poco meno di un anno dalla morte, un ufficiale dei carabinieri usava espressioni che la relazione della Commissione antimafia ha definito “oltremodo stigmatizzabili”. Honorati ora è un generale in pensione e al Presidente della Corte che chiedeva spiegazioni, ha risposto che ha raccolto quelle informazioni negli ambienti dell’Arma. Non risulta da nessuna parte che Rocco Chinnici, una delle figure più limpide che la magistratura italiana abbia mai avuto, avesse aspirazioni elettorali né tanto meno che pensasse di raccogliere voti tra le cinque o sei persone che allora si battevano per fare luce sul delitto Impastato. La difesa di Badalamenti pensava di usare la deposizione di Honorati come un asso nella manica ma si è data la zappa sui piedi.
Dopo questo scivolone, l’avvocato del capomafia pensa di tutelare la sua onorabilità citando Giovanni Impastato. Che dire? A prescindere dall’uso degli aggettivi qualificativi, un conto è difendere gli imputati, un altro infangare la memoria di Impastato che siamo riusciti a salvare, con grandi fatiche e ancora più grandi amarezze, prima che diventasse un eroe cinematografico.

Umberto Santino, presidente del Centro Impastato