Umberto Santino

Dalla mafia al crimine transnazionale

Premessa. La mafia siciliana: dall’indeterminatezza al paradigma della complessità

Se il termine “mafia” è stato troppo spesso contrassegnato da un forte grado di indeterminatezza, tanto da essere usato per qualsiasi forma di delittuosità e di prepotere, assumendo sugli schermi televisivi i connotati della Piovra universale, le cose negli ultimi anni rischiano di complicarsi, con l’uso della parola al plurale e con l’introduzione dell’espressione “crimine transnazionale”.
La mafia siciliana fin dal XIX secolo ha suscitato un grande interesse ma le analisi che possono considerarsi scientifiche, dall’inchiesta di Franchetti agli studi più recenti, si contano sulle dita di una mano. Si sono confrontati sostanzialmente due approcci: uno che ha messo l’accento sugli aspetti culturali, considerando il fenomeno mafioso essenzialmente o esclusivamente come mentalità e codice comportamentale; l’altro fondato su un’idea di mafia come un insieme di sodalizi criminali, mentre sul piano eziologico il paradigma dominante è stato quello del deficit di opportunità connesso a condizioni di arretratezza e di sottosviluppo.
Ufficialmente solo nel 1982, dopo il delitto Dalla Chiesa, con la cosiddetta legge antimafia, si è definita l’associazione di tipo mafioso, fondata sulla forza d’intimidazione del vincolo associativo e finalizzata alla commissione di delitti e all’acquisizione e gestione di attività economiche, appalti e servizi pubblici o comunque alla realizzazione di profitti e vantaggi ingiusti, e solo da allora le istituzioni si sono attivate ottenendo significativi risultati: molti capimafia e affiliati alle associazioni mafiose sono stati arrestati, alcuni dopo molti anni di latitanza, processati e condannati.
Grazie ai nuovi strumenti normativi e alla collaborazione di molti mafiosi si è imposta un’idea di mafia come organizzazione rigida e superstrutturata, denominata Cosa nostra, dilaniata da profondi contrasti interni, che hanno portato all’affermazione di un comando dittatoriale ad opera dei cosiddetti “corleonesi”, e impegnata in una sanguinosa offensiva che ha avuto il culmine nelle stragi del ’92 e del ’93 e ha innescato la reazione delle istituzioni e della società civile.
Il limite di fondo di questa reazione è dato dalla sua natura di risposta alla violenza mafiosa, concepita ed attuata in un’ottica d’emergenza. Anche l’antimafia della società civile si è configurata come risposta all’esplodere della violenza mafiosa, con grandi manifestazioni subito dopo i delitti eclatanti, il proliferare di associazioni e comitati destinati in gran parte a dissolversi in breve tempo.
Al fondo c’è una visione di mafia che si può così schematizzare: la mafia esiste quando spara, è un fenomeno rilevante quando il numero dei delitti cresce a dismisura e alcune vittime sono note, assurge a fenomeno nazionale quando uccide personaggi di primo piano, come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino. Abbiamo così assistito nell’ultimo ventennio alla replica di un ciclo: grandi delitti, risposta normativa e repressiva, attenuazione della violenza e ritorno alla “normalità”, che significa flessione dell’attenzione e sostanziale attenuazione della legislazione emergenziale. Tutto questo significa che l’azione di contrasto più che dare vita a un progetto coerente si è limitata all’approntamento e messa in atto di provvedimenti speciali, spesso frettolosi e contraddittori, e solo recentemente si è posta l’esigenza di mettere ordine nella selva di leggi e decreti con la redazione di un Testo unico che deve ancora vedere la luce.
Contestualmente all’emanazione della legge antimafia e delle norme successive si è sviluppata una riflessione che poneva al centro il paradigma imprenditoriale e riprendeva l’elaborazione della criminologia americana: già alla fine degli anni ’60 criminologi legati all’establishment, come Schelling, Cressey, Buchanan, Becker, avevano cominciato a studiare il crimine con strumenti dell’analisi economica.
La considerazione della mafia come associazione criminale tipica e come impresa coglie indubbiamente aspetti essenziali della fenomenologia mafiosa ma a mio avviso non è esaustiva. Al fine di una rappresentazione adeguata ho proposto l’adozione di un “paradigma della complessità” centrato sulla relazione funzionale tra vari aspetti: crimine, accumulazione, potere, codice culturale, consenso(1). Secondo tale ipotesi definitoria la mafia non è solo impresa ma è anche un soggetto politico-istituzionale che esercita un potere in proprio, la signoria territoriale, e interagisce con settori delle istituzioni e del quadro politico.
I gruppi criminali non sono chiusi e isolati ma agiscono all’interno di un sistema relazionale cementato dal perseguimento di interessi comuni e dalla condivisione dei codici culturali, a base transclassista ma egemonizzato dai soggetti illegali e legali più ricchi e potenti (borghesia mafiosa).
Rispetto a visioni settoriali (mafia delle estorsioni, degli appalti, della droga ecc.) e a stereotipi che pongono l’accento su mutamenti drastici o generazionali (mafia vecchia, mafia nuova) in realtà la mafia si configura come un sistema articolato e unitario, polimorfo, che si evolve intrecciando continuità e trasformazione, rigidità formali ed elasticità di fatto, per adeguarsi ai mutamenti del contesto.
Non si può studiare adeguatamente la mafia senza analizzare la società in cui essa nasce e si sviluppa, senza per questo operare criminalizzazioni generalizzate. La Sicilia, in particolare la parte occidentale di essa, si può definire una società mafiogena per alcune caratteristiche, quali l’accettazione della violenza e dell’illegalità da buona parte della popolazione, l’esiguità dell’economia legale e la fragilità del tessuto di società civile, ma non va dimenticato che questo non è il frutto di un ethos immutabile (il “familismo amorale” di Banfield) o di un incivisme atavico (come vorrebbe Putnam): in Sicilia ci sono state grandi lotte, dai Fasci siciliani al secondo dopoguerra, che si sono scontrate con la mafia e la loro sconfitta, che ha aperto la strada all’emigrazione di milioni di persone, si spiega non solo con la reazione violenta degli agrari e dei mafiosi ma pure con le complicità delle istituzioni locali e centrali(2).


Gruppi criminali storici e nuovi, nazionali e internazionali

Il termine “mafie” si usa anche per gruppi criminali nazionali storici come la ‘ndrangheta calabrese e la camorra campana o recenti come la Sacra corona unita pugliese o la mafia del Brenta, e associazioni presenti in altri Paesi da antica data come le triadi cinesi, la yakusa giapponese o di recente formazione come i cartelli colombiani, la mafia russa, nigeriana ecc.
Questi gruppi presentano aspetti specifici ma condividono con la mafia siciliana aspetti costitutivi, come l’esistenza, in forme variegate, di una struttura organizzativa e la finalizzazione delle attività criminali all’arricchimento e all’acquisizione di posizioni di potere attraverso il controllo del territorio. Per di più sono in atto processi di omologazione: i gruppi criminali organizzati si dedicano alle stesse attività (ad esempio la produzione e commercializzazione di droghe) e debbono affrontare e risolvere gli stessi problemi (ad esempio il riciclaggio dei capitali illeciti) e attorno ad essi si dispiega un reticolo di rapporti con soggetti che rendono possibile l’utilizzo di strumenti della tecnologia avanzata, danno indicazioni ai professionisti del crimine sulle scelte più convenienti per l’impiego dei capitali illegali e assicurano i collegamenti all’interno del contesto sociale e istituzionale.
Molte di queste associazioni criminali, nate come sodalizi locali, svolgono da tempo attività a livello internazionale, sull’onda di processi migratori già consistenti nel corso del XIX secolo, che hanno portato alla costituzione di gruppi criminali nei Paesi d’arrivo collegati con le case-madri, non mere succursali ma spesso con un grado notevole di autonomia. Basti pensare ai cinesi delle Chinatown degli Stati Uniti e d’Europa, o alla Cosa nostra americana o alle filiazioni della ‘ndrangheta calabrese in Australia.
La lievitazione dell’accumulazione illegale, che secondo le stime più caute sarebbe dell’ordine di 500-700 miliardi di dollari annui, il proliferare di gruppi criminali di tipo mafioso e la documentazione di rapporti collaborativi tra le varie organizzazioni, che nonostante i conflitti interni sono riuscite a dar vita a un regime di pax esterna, hanno generato visioni frettolose e mitizzanti, come la costituzione di una cupola mondiale del crimine che avrebbe la regìa delle più importanti operazioni a livello planetario. A capo di questo vertice sarebbe stato per qualche tempo il semianalfabeta Totò Riina, capo dei corleonesi. Un’ulteriore dimostrazione della persistenza di stereotipi incongrui e fuorvianti, ancor’oggi più diffusi delle analisi scientifiche.


Dalle criminocrazie agli Stati-mafia

Nella storia della mafia siciliana il rapporto con le istituzioni costituisce un dato fondamentale e si inscrive all’interno dei processi di formazione delle classi dominanti e della concreta configurazione della forma Stato. Di fronte a una mafia essenzialmente duale (per un verso essa non riconosce il monopolio statale della forza, ha una sua forma di giustizia e pratica l’omicidio come pena e non come delitto, e quindi è fuori e contro lo Stato; per un altro verso mira ad accaparrarsi il denaro pubblico, con gli appalti, e partecipa attivamente alla vita pubblica, e quindi è dentro e con lo Stato) anche lo Stato ha mostrato una sostanziale doppiezza, rinunciando di fatto al monopolio della forza e legittimando la mafia con una lunga tradizione d’impunità(3).
Il rapporto mafia-istituzioni in Sicilia si è configurato come interazione e solo in alcuni casi (per esempio con l’assunzione diretta del potere locale da parte dei capimafia nominati sindaci dopo lo sbarco degli Alleati) come criminocrazia formale. Per altre realtà si è parlato di narcocrazia con riferimento alla gestione diretta del narcotraffico da parte di governanti (i casi più eclatanti: la dittatura del generale García Meza in Bolivia, il regime di Noriega in Panama e il regime militare in Birmania) o al sostegno assicurato dai trafficanti di droghe ai governanti(4).
Dopo il crollo dei regimi comunisti, analizzando la situazione dei Balcani si è parlato di Stati-mafia a proposito della Serbia e dell’Albania: le mafie locali, dedite al traffico di droghe e con un ruolo di primo piano nelle guerre che hanno insanguinato l’area balcanica, si sono annidate ai vertici degli Stati, dando vita a regimi criminocratici(5). Situazioni sostanzialmente omologhe o assimilabili si registrano in altri Paesi ex socialisti, a cominciare dalla Russia, dove le organizzazioni criminali si sono sviluppate dal seno stesso del KGB e del PCUS e le borghesie in ascesa sono espressione di gruppi criminali, mentre pratiche illegali e corruzione allignano anche ai vertici del potere, come nel caso della famiglia Eltsin, coinvolta in operazioni di riciclaggio attraverso banche di vari Paesi.


Le Nazioni Unite e il crimine transnazionale. Una breve cronistoria

L’interesse delle Nazioni Unite per gli sviluppi internazionali dei fenomeni di criminalità organizzata ha la sua data di nascita nel settembre del 1975 con il quinto congresso sulla prevenzione del crimine svoltosi a Ginevra, in cui si parlò del crimine come business. Nei congressi successivi si è cercato di fare qualche passo nella redazione di un piano d’azione, come quello adottato a Milano nel 1985, definito come un tentativo collettivo della comunità internazionale di confrontarsi con un problema il cui impatto distruttivo era destinato a crescere se non si prendevano misure concrete sulla base di precise priorità. Nel 1988 a Vienna viene firmata la Convenzione contro il traffico illecito di narcotici e sostanze psicotrope, ratificata nel 1990, che ha ribadito la scelta proibizionista. Nel 1992 si costituisce in seno al Consiglio economico e sociale la Commissione sulla prevenzione del crimine che nella sua prima sessione chiede al Segretario generale di esaminare la possibilità di coordinare gli sforzi contro il riciclaggio dei proventi del crimine e di reperire i mezzi per fornire assistenza tecnica agli Stati membri per adottare una legislazione adeguata, addestrare il personale investigativo e repressivo e sviluppare la cooperazione internazionale.
Nel 1993 il Consiglio economico e sociale prende la decisione di promuovere una conferenza ministeriale mondiale sul crimine transnazionale e l’Italia propone di ospitarla. Giovanni Falcone prima del suo assassinio si era prodigato per stimolare l’adozione di un’adeguata politica di cooperazione internazionale anticrimine e ora, dopo la sua morte, le sue proposte cominciano a prendere corpo. L’intento fondamentale di Falcone era l’introduzione del reato di associazione mafiosa nella legislazione internazionale.
La conferenza ministeriale mondiale si tenne a Napoli dal 21 al 23 novembre 1994, con la partecipazione di 800 capi di governo, ministri e rappresentanti di 142 Paesi. In un documento preparatorio si faceva il punto della situazione e si proponeva una definizione di criminalità organizzata e transnazionale. La criminalità organizzata veniva considerata come il risultato dell’associazione di più persone allo scopo di intraprendere un’attività criminale su una base più o meno durevole. In genere le persone associate si dedicano a una criminalità d’impresa, cioè alla fornitura di beni e servizi illeciti, o di beni leciti acquisiti con mezzi illeciti. Veniva ripresa una considerazione del criminologo americano Gary Potter secondo cui la criminalità organizzata rappresenta il più delle volte un’estensione delle possibilità del mercato lecito nei terreni proibiti. I gruppi criminali hanno le stesse motivazioni degli imprenditori che operano sui mercati leciti, intese a conservare e ad ampliare le loro quote di mercato. L’elemento distintivo tra impresa lecita e illecita è dato dall’uso della violenza e della corruzione.
Il documento delle Nazioni Unite passava poi a definire il crimine transnazionale. Il termine “transnazionale” in genere indica il passaggio di informazioni, di denaro, di beni, di persone attraverso le frontiere nazionali. Le organizzazioni criminali sono sempre più impegnate in attività oltrefrontiera. La mondializzazione del commercio e della domanda di consumatori di prodotti voluttuari ha spinto le organizzazioni criminali ad adeguarsi al nuovo contesto. In realtà le frontiere nazionali non hanno mai arrestato totalmente il passaggio di beni e servizi illeciti, ma oggi non si tratta più del tradizionale contrabbando di prodotti leciti per non pagare le tasse o per sfuggire alle dogane; il traffico transnazionale riguarda soprattutto beni e servizi illeciti e mira a sfuggire alla repressione e ad occupare mercati sempre più ampi. Le organizzazioni criminali si installano in regioni dove corrono rischi minori e forniscono i loro prodotti nei mercati dove i profitti sono maggiori. I capitali ricavati dalle attività illecite vengono immessi nel sistema finanziario mondiale, utilizzando i cosiddetti paradisi fiscali e i centri bancari mal regolamentati. In tal modo le organizzazioni criminali transnazionali sono diventate soggetti di primo piano dell’attività economica mondiale e agenzie chiave delle industrie illecite, i cui proventi superano il prodotto nazionale lordo di Paesi sviluppati e soprattutto di quelli in via di sviluppo.
Le ragioni del successo delle organizzazioni criminali transnazionali vanno ricercate in alcune distorsioni del sistema mondiale nella fase apertasi con il crollo del socialismo e il trionfo del capitalismo e della democrazia liberale a livello planetario. Negli ex Paesi socialisti l’introduzione del capitalismo non è stato accompagnato dall’attivazione dei meccanismi più rudimentali per regolamentare le imprese. Il declino delle strutture di autorità e di legittimità, l’esplosione di conflitti etnici, la lievitazione dell’emigrazione hanno offerto nuove possibilità alle attività criminali.
Nella relazione introduttiva alla conferenza di Napoli il segretario delle Nazioni Unite riprendeva le linee dei documenti preparatori e ne esplicitava l’idea di fondo: il liberalismo nei Paesi capitalistici prima si reggeva su due pilastri: il mercato e il diritto. Oggi, con la mondializzazione dell’economia capitalistica, in molti Paesi è nato un mercato senza Stato e senza regole, e queste realtà sono più assimilabili alla giungla che ai Paesi di lunga tradizione democratica, intendendo per giungla un capitalismo primitivo, sregolato, in cui ha un grande peso l’accumulazione illegale.
Come si vede, i tentativi di teorizzazione degli organismi e dei rappresentanti delle Nazioni Unite utilizzano per analizzare la criminalità organizzata e il crimine transnazionale il paradigma imprenditoriale e ripropongono l’eziologia del deficit. Come la mafia, secondo la lettura dominante per molti anni, nasceva dal sottosviluppo e dall’arretratezza, era un residuo feudale, un ostacolo alla modernizzazione, così il crimine transnazionale ha il suo contesto originante nelle condizioni di emarginazione e di perifericità, o comunque di modernizzazione incompiuta e imperfetta, di molte aree del pianeta.
In realtà la mafia ha cavalcato le occasioni del sottosviluppo e dello sviluppo distorto e si è saputa inserire nei processi di modernizzazione piegandoli ai suoi interessi. E oggi il crimine transnazionale non si spiega con la metafora della “giungla”: i Paesi ultimi arrivati nel mercato capitalistico, ricorrendo all’accumulazione illegale e popolandosi di mafie, non fanno altro che seguire una pista già tracciata proprio da quei Paesi “democratici” indicati come esempi di sano liberismo, a cominciare dagli Stati Uniti dove il crimine si è configurato come “american way of life” (è la tesi di Daniel Bell), cioè come strada al capitalismo per i vari soggetti etnici che si presentavano sulla scena americana: irlandesi, ebrei, italiani ecc.
A Napoli si registrarono le reazioni dei Paesi-paradisi fiscali che si opposero all’approvazione di misure restrittive e i lavori si conclusero con l’approvazione di una dichiarazione politica e di un piano d’azione globale mentre la proposta di un trattato internazionale trovava l’opposizione di parecchi Paesi industrializzati, compresi gli Stati Uniti e il Regno Unito, che sottolineavano l’eccessivo costo e manifestavano dubbi sulla sua efficacia.
Successivamente la proposta di una convenzione internazionale viene ripresa e nel 1996 alla 51a assemblea generale la Polonia presenta una bozza. Dal ’97 al ’99 si tengono delle conferenze internazionali a Palermo, Varsavia, Buenos Ayres e Vienna, che apportano contributi al testo della bozza ed elaborano dei protocolli aggiuntivi. Nel meeting di Palermo i delegati fissano alcuni criteri per una definizione adeguata di crimine organizzato. La definizione dovrebbe constare di due parti: la prima dovrebbe indicare le peculiarità che rendono il crimine organizzato particolarmente pericoloso e lo distinguono da altre forme di attività criminali; la seconda parte dovrebbe indicare i vari tipi di attività criminale, con l’avvertenza che tali attività se compiute da gruppi criminali organizzati sono molto più pericolose. Venivano elencati otto tipi di reati: frode, riciclaggio del denaro, estorsione e usura, sequestri di persona, crimini con l’utilizzazione di computer, traffico illegale di bambini, omicidio, emigrazione illegale.
A Palermo e nelle altre sedi si prospettano due modi di affrontare il problema nell’ambito di una convenzione internazionale: fare un elenco dei crimini (un modo restrittivo che potrebbe portare all’esclusione di fattispecie criminose emergenti) oppure considerare la gravità dei delitti sulla base della penalizzazione prevista. Si concorda sulla necessità che la convenzione includa le misure relative alla cooperazione giudiziaria e poliziesca, l’estradizione, la protezione dei testimoni e l’assistenza tecnica.
Nella bozza di convenzione per la conferenza di Palermo del dicembre 2000 viene ripresa la definizione di crimine organizzato ripetutamente formulata (gruppi strutturati di tre o più persone agenti in concerto per commettere uno o più crimini per ricavarne benefici materiali) e si indicano come terreni su cui i Paesi partecipanti debbono legiferare le seguenti attività criminali: partecipazione a un gruppo criminale organizzato, riciclaggio del denaro, corruzione, ostruzionismo all’attuazione della giustizia. In sintesi si propone l’introduzione nelle varie legislazioni della figura di associazione criminale sulla scorta della normativa italiana e degli Stati Uniti (che prevede il reato di conspiracy) e la sostanziale messa in mora del segreto bancario. Il problema è se, una volta siglata e ratificata la Convenzione, si avrà la volontà di applicarla.


I crimini della globalizzazione

La Convenzione di Palermo mira ad affrontare il problema della criminalità organizzata transnazionale con misure giuridiche e giudiziarie internazionali, estendendo su scala mondiale le esperienze di singoli Paesi. La repressione e il diritto penale hanno una funzione ineliminabile sul terreno del contrasto alla criminalità organizzata ma non bastano a impedirne o ostacolarne la riproduzione. Per operare in questa direzione non bisogna guardare solo alle associazioni e alle attività criminali ma anche alle cause che le producono. Il dato più preoccupante della situazione attuale è che i caratteri di mafiogenicità che prima si riscontravano in aree limitate oggi si riscontrano a livello planetario e si inscrivono all’interno dei processi di globalizzazione in atto.
Bisogna guardarsi dal farsi prendere la mano da impostazioni ideologiche del tipo capitalismo = mafia, avendo ben presente un dato di fatto: fenomeni di tipo mafioso non si sono formati dovunque si è imposto il modo di produzione capitalistico. Schematicamente possiamo dire che nel processo di transizione dal feudalesimo al capitalismo nascono organizzazioni di tipo mafioso in aree circoscritte (mafia in Sicilia occidentale, triadi in Cina, yakusa in Giappone) e bisogna guardare alle condizioni specifiche che hanno reso possibile il maturare di questo frutto(6). Il capitalismo maturo ha sviluppato tali fenomeni in presenza di determinate condizioni (immigrazione, mercati neri originati dal proibizionismo), mentre il capitalismo globale acuisce contraddizioni sistemiche e presenta convenienze che spiegano la proliferazione dei gruppi criminali e lo sviluppo della criminalità transnazionale.
C’è una sostanziale schizofrenia tra le misure che si vogliono adottare per reprimere e contenere la criminalità organizzata e le politiche condotte dalle agenzie internazionali. In un mondo in cui la ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di pochi (come risulta dai rapporti dell’UNDP, United Nations Development Programme, negli ultimi anni il reddito è rapidamente aumentato in quindici Paesi ed è altrettanto rapidamente diminuito in cento Paesi e 358 miliardari da soli posseggono quanto due miliardi e trecento milioni di persone, cioè il 45% della popolazione mondiale) e gli squilibri territoriali e i divari sociali invece di diminuire aumentano, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale per il commercio con i piani di aggiustamento strutturale, lo smantellamento dell’intervento pubblico e la ricerca di convenienze per il capitale privato, in nome del neoliberismo assurto a teoria e prassi uniche, provocano l’ulteriore indebolimento dell’economia legale, l’aumento della disoccupazione e l’impoverimento di gran parte della popolazione del pianeta(7).
Si aggiungano i processi di finanziarizzazione dell’economia che hanno portato alla drastica riduzione dell’economia reale (cioè la produzione e scambio di beni e servizi) e all’enfatizzazione dell’economia finanziaria (operazioni di borsa, azioni, speculazioni valutarie, fondi comuni, futures, derivati e le mille invenzioni dell’innovazione finanziaria).
In questo contesto l’accumulazione illegale diventa l’unica risorsa per molte aree del pianeta e non c’è da sorprendersi se proliferano mafie e gruppi criminali transnazionali e aumentano le occasioni e le modalità di riciclaggio e investimento dei capitali illegali(8).
Per parlare delle attività più odiose delle associazioni criminali, il traffico di esseri umani, l’emigrazione clandestina e illegale, la prostituzione, le nuove schiavitù, il lavoro minorile e il lavoro nero non sono il frutto di una immaginazione criminale disumana ma il prodotto di politiche che aggravano l’emarginazione e offrono crescenti opportunità ai criminali, sono in definitiva forme di competitività richieste e sollecitate dalle leggi del mercato, che coniugano la cancellazione dei diritti storici dei lavoratori e la riduzione degli esseri umani in merci o in erogatori di forza lavoro a basso costo(9).
Si parla tanto dei paradisi fiscali, ma da un recente studio del “Financial Times” su 37 Stati risulta che la loro attività negli ultimi anni è ulteriormente cresciuta. Nel 1997 nelle isole Vergini britanniche sono state costituite 50 mila nuove società (in tutto le società operanti nelle isole sono più di 260 mila), mentre nelle isole Cayman ne sono state costituite più di 42 mila e a Cipro più di 34 mila. I depositi in denaro hanno raggiunto 241 miliardi di dollari nelle Bahamas e oltre 500 miliardi di dollari nelle isole Cayman, con un incremento del 27,4% nelle isole Vergini britanniche(10).
Lo scorso giugno gli Stati membri dell’OCSE hanno deciso che i “regimi fiscali preferenziali dannosi” dovranno essere liquidati entro il 31 dicembre 2005 e il GAFI (Gruppo d’Azione Finanziaria sul riciclaggio del denaro sporco) ha stilato una lista dei Paesi che non collaborano alla lotta al riciclaggio.
Nonostante queste prese di posizione, l’attività dei paradisi fiscali è in incremento e ciò è la prova provata che essi obbediscono alle esigenze di frazioni crescenti del capitale di sfuggire ai controlli e cercare sbocchi speculativi più remunerativi degli investimenti produttivi e non per caso si raggruppano nelle vicinanze dell’Europa e degli Stati Uniti, cioè delle grandi centrali finanziarie.
Di fronte alla realtà di un pianeta lacerato da squilibri e popolato di mafie vecchie e nuove, l’ONU somiglia più a un club di burocrati in giro turistico per il pianeta per raduni tanto inutili quanto costosi che a un governo mondiale responsabilmente interessato ad assicurare condizioni di vita dignitose a una popolazione in costante aumento che deve affrontare problemi sempre più drammatici.


Dal movimento antimafia al popolo di Seattle

In Sicilia coevamente alla nascita e allo sviluppo della mafia si è sviluppato un movimento antimafia che in una prima fase (dai Fasci siciliani nell’ultimo decennio del XIX secolo al movimento contadino del secondo dopoguerra) si è configurato come aspetto specifico della lotta di classe e negli ultimi decenni come impegno della società civile, attraverso le varie forme e attività dell’associazionismo di base, ormai esteso a tutto il territorio nazionale, anche se in modo discontinuo e diseguale(11).
Analizzando l’attuale movimento antimafia alla luce delle riflessioni sui movimenti sociali, possiamo dire che esso è un movimento peculiare che nei confronti del sistema ha un atteggiamento ambivalente: non è e non vuole essere contestazione globale, antisistemica, ma mirata, volta ad espellere dalle istituzioni le complicità con i gruppi criminali. Cioè in esso coesistono integrazione e conflittualità. Mentre il movimento contadino si inscriveva all’interno di una prospettiva globale, rappresentata allora dal socialismo, l’attuale mobilitazione antimafia si svolge in un contesto dominato dalla crisi delle prospettive complessive e non può non scontare i limiti della parzialità e della precarietà.
Il problema che si pone oggi, di fronte alla planetarizzazione del crimine, è se è possibile una globalizzazione della mobilitazione sui terreni propri della società civile: l’analisi, l’educazione, l’impegno etico-sociale e se la lotta alla mafia possa inscriversi in un impegno complessivo e se debba assumere i caratteri di un movimento antisistemico(12).
Nel novembre dell’anno scorso per il vertice mondiale del WTO (World Trade Organisation) a Seattle si è presentato sulla scena mondiale un movimento composito, in cui si sono trovati accanto centri sociali, organizzazioni non governative e sindacati, disoccupati e minoranze etniche, ecologisti e pacifisti, coltivatori biologici e intellettuali, operatori dell’economia sociale e della cooperazione internazionale, missionari e marxisti che vedono nel Chiapas la rinascita di una prospettiva rivoluzionaria.
Seattle e le altre occasioni, Ginevra, Davos, Bologna, Genova, Praga possono considerarsi le prime prove di un movimento antisistemico che coinvolge élites consistenti e variegate (“Siamo un milione di persone che dicono un milione di cose”, ha dichiarato uno dei leader di un gruppo americano) in grado di comunicare e connettersi attraverso Internet e accomunate dalla volontà di lottare contro la “globalizzazione selvaggia gestita dalle centrali imperialiste”, a dire di uno degli intellettuali più prestigiosi impegnati nel movimento, l’economista Samir Amin. Questo movimento è già riuscito a condizionare in qualche modo le Nazioni Unite che si sono viste costrette a mutare almeno il linguaggio: il foro di Davos era dedicato alla “globalizzazione responsabile” e “dal volto umano”, mentre le conferenze del Fondo monetario e della Banca mondiale a Praga hanno avuto per titoli: “Rendere equa la globalizzazione” e “Le voci dei poveri”. Al di là di questi mutamenti di facciata, un movimento che voglia incidere realmente dovrebbe coinvolgere ampi strati della popolazione dei Paesi condannati ad un ulteriore sottosviluppo e l’estrema frammentazione rende questa prospettiva quanto mai difficile. In ogni caso le possibilità di costruzione di un movimento antisistemico a dimensione planetaria sono soprattutto legate all’elaborazione e alla pratica di una concreta alternativa di sviluppo che indichi a gran parte della popolazione mondiale una strada diversa da quelle segnate dalla criminalizzazione e dall’emarginazione.

(1) Rimando al mio La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995.
(2) Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000.
(3) Cfr. U. Santino, La mafia come soggetto politico. Ovvero: la produzione mafiosa della politica e la produzione politica della mafia, in G. Findaca – S. Costantino (a cura di), La mafia, le mafie. Tra vecchi e nuovi paradigmi, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 118-141. Una stesura più ampia in Idem, La mafia come soggetto politico, Centro Impastato, Palermo 1994.
(4) Cfr. U. Santino – G. La Fiura, Dietro la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993.
(5) Si vedano i quaderni di Limes Il triangolo dei Balcani, ottobre 1998; Kosovo. L’Italia in guerra, aprile 1999; Gli Stati mafia, maggio 2000.
(6) Per lo studio dei prodromi del fenomeno mafioso in Sicilia cfr. U. Santino, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000. Possono considerarsi “premafiosi” i fenomeni che rientrano in due categorie: attività delittuose regolarmente impunite perché svolte da “delinquenti garantiti”, cioè legati ai detentori del potere; forme delittuose con finalità accumulative e configurabili come esercizio di signoria territoriale, come le estorsioni e gli abigeati documentabili fin dal XVI secolo.
(7) La letteratura sulla globalizzazione si accresce continuamente di nuovi titoli. Mi limito a segnalare: M. Chossudovsky, La globalizzazione della povertà, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1998; L. Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Laterza, Roma-Bari 2000.
(8) Cfr. U. Santino, Crimine transnazionale e capitalismo globale, in S. Vaccaro (a cura di), Il pianeta unico. Processi di globalizzazione, Elèuthera, Milano 1999, pp. 163-183.
(9) Cfr. K. Bales, I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, Feltrinelli, Milano 2000. I “nuovi schiavi” sarebbero circa 27 milioni.
(10) Cfr. P. Valente, Sempre più paradisi per i capitali in fuga, in “Il Sole-24 ore”, 8 settembre 2000.
(11) Si veda U. Santino, Storia del movimento antimafia, cit.
(12) Sui movimenti antisistemici nel mondo contemporaneo cfr. G. Arrighi, I cicli sistemici di accumulazione. Le trasformazioni egemoniche dell’economia-mondo capitalistica, Rubbettino, Soveria Mannelli 1999.

Pubblicato su “Nuove Effemeridi”, n. 59, dicembre 2000, pp. 92-101.