Palermo, 1. 12. 2000

Umberto Santino

Qualche informazione su Palermo per gli illustri partecipanti alla conferenza dell’ONU sul crimine transnazionale…

In vista della conferenza delle Nazioni Unite sul crimine transnazionale, che si svolgerà a Palermo dal 12 al 15 dicembre, per le strade della città sono comparsi cartelloni con le seguenti scritte:
“Il mondo ha un sogno: imitare Palermo” e “Stiamo costruendo nuovo lavoro: per questo Palermo è un cantiere”.
Sul sito delle Nazioni Unite (htpp//www.odccp.org./palermo) si possono trovare alcune informazioni sulla città in cui si legge che nonostante la grande storia di Palermo, riassunta in cinque righe, la città e la Sicilia sono note in tutto il mondo per la criminalità organizzata e vengono citati il romanzo di Puzo “Il Padrino” e il film che ne è stato tratto (fonti di grande rilevanza scientifica!).
Con un gigantesco salto storico, ignorando totalmente le lotte contro la mafia che ci sono state a cominciare dall’ultimo decennio del XIX secolo, si passa agli anni ’80, si ricordano i crimini della mafia e si afferma che in quegli anni i siciliani hanno cambiato mentalità ed è cominciato il “rinascimento” di Palermo. Conclusione: oggi la mafia è in pezzi e non è più un'”emergenza nazionale”.
I partecipanti alla conferenza possono stare tranquilli: passeggino per il centro storico (non si dice che ci sono ancora migliaia di rovine), siedano nei ristoranti all’aperto, mangino la pizza e ascoltino i concertini.
Il Centro Impastato offre agli illustri partecipanti alla conferenza delle Nazioni Unite e a tutti coloro che vogliono saperne di più questa breve “Guida alternativa alla conoscenza di Palermo, della mafia e dell’antimafia”.
Ovviamente non è nostra intenzione disturbare i lavori della conferenza suscitando memorie scomode e dando un’immagine della realtà un po’ diversa da quella ufficiale. Palermo nei giorni della conferenza sarà una città sicurissima, sbarrata ai comuni mortali e presidiata da un imponente schieramento di forze dell’ordine. E non c’è da preoccuparsi se sparute minoranze hanno pensato a qualche manifestazione e a un seminario dal titolo evidentemente provocatorio: “I crimini della globalizzazione”. I soliti estremisti.
Buon lavoro, Illustri Ospiti. E buona pizza. Ormai la Connection c’è solo nelle pagine di qualche libro e in qualche vecchio film.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato

Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”

Palermo ha un sogno: liberare il mondo dalle mafie e dagli smemorati. Oppure: Il mondo ha un sogno: liberare Palermo dalla mafia e dagli smemorati.

Palermo ha alle spalle una storia millenaria: fondata dai Fenici nell’VIII secolo a.C., fu in seguito municipio romano, borgo bizantino, capitale araba, splendido centro internazionale normanno, capitale del Sacro romano impero con Federico II, città ribelle alla dominazione angioina (Vespri siciliani del 1282), prosperò sotto gli Aragonesi, decadde sotto il dominio spagnolo, a cui si ribellò con la sommossa popolare del 1646, conobbe in seguito la dominazione borbonica, diede vita alle rivoluzioni del 1820 e del 1848 e il 27 maggio del 1860 vide l’arrivo di Garibaldi con i suoi Mille e lo stesso anno votò l’annessione al regno d’Italia, divenendo una delle principali città italiane. Durante l’ultima guerra mondiale subì numerosi bombardamenti che distrussero gran parte del suo centro storico. Dal 1946 è capitale della Regione siciliana.
La mafia, organizzazione criminale con forti legami con il contesto sociale e con le istituzioni, si è sviluppata prima nelle campagne, con la funzione precipua di sfruttamento e controllo violento dei contadini (ma anche allora era presente nella città), poi ha dominato sempre di più sulla scena urbana, ed è stata uno dei protagonisti della speculazione edilizia che ha stravolto la città (sacco di Palermo) e cementificato la pianura circostante (conca d’oro).
La sua evoluzione storica è un intreccio di continuità e trasformazione. Dagli anni ’70, la mafia siciliana ha avuto un ruolo di primo piano nel traffico internazionale di droga e la lievitazione dell’accumulazione illegale ha spinto i cosiddetti “corleonesi” ad accentuare la violenza interna ed esterna, per assicurarsi il dominio nell’organizzazione criminale e ottenere maggiori spazi di potere e maggiori occasioni di investimento.
Il movimento antimafia si è sviluppato coevamente al fenomeno mafioso e ha avuto nel movimento contadino, dai Fasci siciliani (1891-94) alle lotte del secondo dopoguerra, il protagonista più significativo. Moltissimi sindacalisti, dirigenti politici e militanti socialisti e comunisti, da Bernardino Verro a Giovanni Orcel, da Accursio Miraglia ai caduti della strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, a Placido Rizzotto e a Salvatore Carnevale, sono stati uccisi. Tutti questi delitti sono rimasti impuniti, poiché la violenza mafiosa era funzionale al mantenimento del potere dei grandi agrari. Le sconfitte del movimento contadino hanno portato all’emigrazione di milioni di persone, in tal modo la Sicilia si è dissanguata e il dominio mafioso si è fatto sempre più forte.
Mentre negli anni ’60 e ’70 la lotta contro la mafia vede impegnate piccole minoranze (particolarmente significativa è l’esperienza di Peppino Impastato, che ha cominciato la lotta contro la mafia a partire dalla sua famiglia in cui figuravano noti capimafia), alla fine degli anni ’70 e negli anni ’80 e ’90 l’escalation della violenza mafiosa, che ha colpito dirigenti politici come il segretario regionale comunista Pio La Torre, operatori sociali come Mauro Rostagno, giornalisti come Mario francese, Pippo Fava e Beppe Alfano, imprenditori come Libero Grassi e uomini delle istituzioni (magistrati come Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, poliziotti come Boris Giuliano, Beppe Montana e Ninni Cassarà, il presidente della regione Piersanti Mattarella) e ha il suo culmine nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio del ’92, in cui sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini di scorta, e di Firenze e Milano del ’93, in cui sono morte dieci persone, ha suscitato la reazione delle istituzioni (con la legge antimafia del 1982, il maxiprocesso e le condanne di capimafia e gregari) e della società civile, con grandi manifestazioni e la formazione di comitati e associazioni. Anche la Chiesa cattolica, che ha gravi responsabilità nel sostegno al potere democristiano che si avvaleva dell’appoggio della mafia, ha avuto un ruolo e ha pagato il suo tributo di sangue, con l’assassinio di don Pino Puglisi. La reazione delle istituzioni e della società civile ha avuto un grosso limite: è stata una risposta all’accentuazione della violenza mafiosa, in una logica d’emergenza, per cui una volta che la mafia ha cessato di uccidere personaggi importanti, c’è stato un ripiegamento.
La mafia negli ultimi anni ha ricevuto dei colpi ma è ben lontana dall’essere a pezzi. I mafiosi hanno capito che bisogna controllare la violenza, essere poco visibili, in modo da poter rinnovare i rapporti con le istituzioni e la società, hanno rilanciato attività storiche come l’estorsione e l’usura e si candidano alla gestione degli appalti di opere pubbliche, in vista dei cospicui fondi europei in arrivo. Le attività antimafia continuano, in particolare nelle scuole, ma manca un progetto adeguato e coerente che coinvolga soggetti istituzionali e della società civile e affronti i problemi dello sviluppo, della partecipazione democratica e dell’uso razionale delle risorse pubbliche.
Palermo oggi conta circa 700.000 abitanti, ha una popolazione attiva (persone occupate, disoccupate alla ricerca di nuova occupazione o di prima occupazione) di 262.336 persone e un tasso di disoccupazione (rapporto percentuale tra persone in cerca di prima occupazione o disoccupati in cerca di nuova occupazione e totale popolazione attiva) altissimo: compresi maschi e femmine del 34,8% (maschi 33%, femmine 38%). La disoccupazione giovanile è oltre il 50% e ha un peso rilevante il lavoro nero o sommerso. La “cultura della legalità” di cui Palermo sarebbe capitale mondiale, per le tante iniziative che si svolgono, spesso episodiche e quasi sempre inadeguate, va a braccetto con l’illegalità diffusa.
Le attività economiche vedono la prevalenza del settore terziario (soprattutto pubblico impiego e commercio al dettaglio, settore in profonda crisi) e nella composizione sociale sono prevalenti i ceti medi e gli strati marginali. Il risanamento del centro storico è stato appena avviato, scarseggia l’acqua, la città è tra le più sporche d’Italia, la rete di servizi è carente, tanto che la città figura all’ultimo posto nelle graduatorie annuali del “Sole 24 ore”.
Tra gli eventi culturali si segnala il festino di Santa Rosalia, con cui ogni anno la città celebra la sua santa patrona, un’eremita del XII secolo, le cui reliquie furono ritrovate in una grotta del Monte Pellegrino nel 1624, quando infieriva la peste. Secondo la tradizione la santa, spodestando le sante patrone, effigiate nelle nicchie dei Quattro Canti, avrebbe fatto cessare la peste. In realtà la peste cessò quasi due anni dopo il rinvenimento delle reliquie e su di esse, come ha scritto un autorevole prelato, mons. Paolo Collura, non è mai stato fatto nessun controllo scientifico.
Tornando ai nostri giorni, per la conferenza dell’ONU si sono spesi, in gran fretta (un altro sintomo di come si opera in Italia), 90 miliardi di lire per opere in larga parte effimere o di “facciata”: restauro, appunto, di facciate, l’installazione di un capannone da festa della birra davanti al Palazzo di giustizia, l’illuminazione del pavimento di Piazza Politeama (nella migliore tradizione dello spreco panormita), la villa a mare dopo 50 anni d’attesa (una delle poche cose apprezzabili), ma è difficile considerare che con queste opere si stia creando “nuovo lavoro”.
Ce n’è abbastanza per dire che chi ha inventato lo slogan: “Il mondo ha un sogno: imitare Palermo”, e chi ha redatto la scheda su Palermo da distribuire ai partecipanti alla conferenza, che ignora tutta la storia dell’antimafia facendola nascere negli anni ’80, è un esempio da manuale di mitomania e smemoratezza. Ma per una città con una storia trimillenaria né l’una né l’altra sono novità…