Umberto Santino

Assoluzione di Andreotti, mafia e antimafia

Com’era prevedibile, sbollita l’emergenza, cioè chiusa l’epoca delle stragi e dei “delitti eccellenti”, sia all’interno delle istituzioni che della società civile si dà per scontata la sconfitta della mafia e quindi non è più tempo di leggi eccezionali, di doppi binari, di manifestazioni di massa: si può ripristinare la normalità, abolendo di fatto l’ergastolo e aprendo la strada a concessioni impensabili qualche anno fa.
Tanto per la mafia che per Tangentopoli ora la parola d’ordine è farla pagare alle procure che hanno osato infrangere l’antico patto della convivenza e del laisser faire, mentre si accolgono nel cielo dei perseguitati dalla giustizia politici e altri personaggi più o meno noti, con in testa Giulio Andreotti assurto agli onori degli spot mediatici. Assolti Musotto e Carnevale, assolto Giammarinaro, assolti ovviamente Berlusconi e Previti, bisogna prendere atto che una stagione è archiviata. Dopo le stragi del ’92 e del ’93 più d’uno ha creduto che si fosse prodotta una rottura irreversibile nella coscienza degli italiani e che, nel nuovo quadro istituzionale determinato dalla fine del bipolarismo, fosse arrivato il momento di far luce sui rapporti tra mafia e politica, come pure sulla corruzione sistemica e sulle stragi che hanno insanguinato il Paese. Finalmente nelle aule di giustizia non ci sarebbero stati solo gli esecutori ma pure i mandanti e i “misteri d’Italia” sarebbero stati svelati.
Non c’è voluto molto per accorgersi che si trattava di un’illusione. L’indignazione non dura, i processi di cambiamento sono ben lontani dall’essere irreversibili e la delega alla magistratura ha mostrato ben presto la corda. Ora la valanga di assoluzioni non solo azzera il lavoro delle procure ma rischia di cancellare la storia, anche quella che si riteneva, almeno in parte, esplorata e documentata. E chi ha tutto l’interesse a insabbiare il passato non va tanto per il sottile: Andreotti, e con lui tanti altri, sono stati assolti, ergo tutto quello che si è detto su di loro va messo sul conto della denigrazione e della calunnia. Eppure a leggere le conclusioni della sentenza del processo di Palermo non si può dire che il senatore a vita ne esca con le stimmate del martire della giustizia. Scrivono i giudici palermitani: “la prova della responsabilità penale dell’imputato, con specifico riferimento alla varie condotte criminose che gli sono state contestate, è risultata insufficiente, contraddittoria e in alcuni casi del tutto mancante, imponendo pertanto una pronuncia assolutoria ai sensi dell’art. 530 comma 2 del codice di procedura penale”.
Si tratta quindi di un’assoluzione per insufficienza di prove, una riverniciatura della vecchia formula che ha riempito tante pagine della storia dell’impunità mafiosa. Se andiamo poi a guardare alcuni snodi essenziali della vicenda processuale, Andreotti non ha proprio di che vantarsi, anche se è diventato uno degli articoli più richiesti della vetrina del Giubileo.
Il senatore ha dichiarato di non conoscere i Salvo; ebbene, si legge nelle motivazioni della sentenza, “l’asserzione dell’imputato di non avere intrattenuto alcun rapporto con i cugini Salvo è risultata inequivocabilmente contraddetta dalle risultanze probatorie” e anche se “è rimasta indimostrata la realizzazione da parte dell’imputato, di concrete condotte tendenti ad agevolare l’organizzazione di tipo mafioso”, “è prospettabile l’ipotesi secondo cui alla base dell’assoluta negazione, da parte dell’imputato, dei propri rapporti con i cugini Salvo, vi sarebbe una precisa consapevolezza del carattere illecito di questo legame personale e politico”.
Riguardo ai rapporti con Lima, “è rimasto dimostrato che il forte legame sviluppatosi, sul piano politico, tra il sen. Andreotti e l’on. Salvatore Lima, si tradusse in uno stretto rapporto fiduciario tra i due soggetti” e stretto rapporto fiduciario dovrebbe significare che il primo non poteva non sapere di che stoffa fosse fatto il secondo, anche se resta indimostrato, ad avviso dei giudici, che Andreotti “abbia posto in essere una condotta di inserimento organico nella struttura dell’associazione di tipo mafioso” e “abbia consapevolmente determinato, d’accordo con Lima, la trasformazione della corrente andreottiana in Sicilia in una struttura di servizio dell’associazione mafiosa”.
Sui rapporti con Ciancimino i giudici osservano: “Il complessivo contegno tenuto dal sen. Andreotti nei confronti del Ciancimino denota certamente la indifferenza ripetutamente mostrata dall’imputato rispetto ai legami che notoriamente univano il suo interlocutore alla struttura criminale, ma non si traduce inequivocabilmente in un’adesione all’illecito sodalizio”. E su Sindona leggiamo: “è rimasto non sufficientemente provato che il sen. Andreotti, al momento in cui realizzò i comportamenti suscettibili di agevolare il Sindona, fosse consapevole della natura dei legami che univano il finanziere siciliano a alcuni autorevoli esponenti dell’associazione mafiosa”. Come dire che Andreotti era, o mostrava di essere, uno dei cittadini più disinformati d’Italia.
Quindi Andreotti ha mentito, negando i rapporti con i Salvo, e ha intrattenuto rapporti con personaggi legati alla mafia. Se questo non basta a condannarlo né per associazione, né per concorso esterno, né per favoreggiamento, basta e avanza per confermare un giudizio etico e politico sul personaggio. Se non è stato provato che i comportamenti di Andreotti sono reati, ciò può essere dovuto all’insufficienza delle dichiarazioni dei “pentiti” e all’inadeguatezza della normativa in vigore che, sui rapporti tra mafia e politica, ha introdotto una figura scarsamente significativa, come lo scambio elettorale politico-mafioso, e non ha definito esplicitamente la figura del concorso esterno in associazione mafiosa. Ma il problema di fondo rimane la punibilità in sede penale di rapporti che in larga parte non dovrebbero essere accollati all’azione giudiziaria ma dovrebbero essere oggetto di lotta politica. Mentre in questi anni si è fatto esattamente il contrario: delegare tutto, o quasi, alla magistratura e bandire la lotta alla mafia dalla scena politica, in base ad una scelta che si inscrive nel processo di omologazione tra maggioranza e opposizione.
Anche se le indagini dei magistrati fossero state sanzionate da un esito processuale favorevole è inaccettabile che la storia d’Italia la scrivano i “pentiti”: a Portella della Ginestra non si trattò di un errore di mira, come vorrebbe Buscetta, e su tutte le altre stragi c’è una verità storica da ricostruire in tutte le sue implicazioni, un compito che non può essere consegnato pilatescamente allo studioso futuro ma dovrebbe animare una volontà politica che nel fare luce sul passato è fermamente decisa a rimuovere pesanti ipoteche sull’oggi. Se le sentenze di Perugia e Palermo daranno un contributo a ridimensionare e a ridefinire l’azione giudiziaria e a rilanciare la necessità della politica, non ogni male viene per nuocere.
Quando si attraversano periodi di magra si è soliti dire che bisogna ripensare e ripensarsi. Resta da vedere se e fino a che punto si è disposti a farlo. Sul fronte dell’attività antimafia, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della società civile, non siamo né a zero né all’anno uno, ma non possiamo nasconderci che è arrivato il momento di una riflessione autocritica seria.
Faccio qualche esempio. L’associazionismo antiracket è stato una delle realtà più significative del movimento antimafia che si è sviluppato dagli anni ’80 in poi, eppure in tutt’Italia si sono formate solo una quarantina di associazioni con poco più di duemila associati. Ma il dato più grave è che l’antiracket si ferma a Roma: non c’è neppure un’associazione nel Centro e nel Nord Italia, eppure estorsioni e usura sono da tempo diffuse su tutto il territorio nazionale. Pesa senz’altro la sottovalutazione del problema (la mafia è un fatto siciliano o meridionale, si continua a pensare) e si preferiscono all’impegno organizzato lo sfogo verbale, le ronde notturne con la caccia all’extracomunitario e il tifo per la Lega. Però bisognerà pur dirlo chiaramente: nonostante la nuova legge, la solitudine delle vittime rimane un problema non risolto. E battaglie che dovevano essere portate a buon fine, per la loro valenza non soltanto simbolica, o non si sono fatte o si sono fatte male. In questi giorni è giunta a compimento la vicenda della liquidazione della fabbrica di Libero Grassi. Prima si è cancellato il nome ed è scomparsa la vecchia Sigma, poi la Gepi ha sborsato quasi sette miliardi alla ditta Miraglia che a giugno ha licenziato le ultime operaie. Accanto a pochi imprenditori e commercianti disposti a tutto pur di liberarsi dal ricatto mafioso, ce ne sono tanti altri che non se la sentono perché pensano che la ribellione ha costi troppo gravosi.

Il lavoro nelle scuole è proseguito con centinaia di iniziative, ma c’è troppa improvvisazione, troppa enfasi sul nuovo che avanza e troppi silenzi su una storia dimenticata.
Libera ha svolto un ottimo lavoro sul terreno della confisca dei beni, si è impegnata nelle attività di educazione alla legalità, ha dato il suo contributo al recupero della memoria storica, ma una serie di problemi, che si porta dalla nascita, le hanno impedito di svolgere adeguatamente un compito essenziale: collegare e rafforzare le realtà esistenti, troppo spesso fragili e precarie. Se vogliamo rilanciare il movimento antimafia dobbiamo imparare a discutere con franchezza e a far convivere identità diverse.
La Chiesa ha avviato l’istruzione del processo per la santificazione di padre Puglisi, ma non si è costituita parte civile al processo contro gli imputati per il suo assassinio in nome di una cultura del perdono che sconfina nel perdonismo e nel disinteresse per la giustizia terrena. E rimane memorabile l’accoglienza trionfale riservata dai parrocchiani a padre Frittitta, prima condannato per favoreggiamento di Aglieri, nel cui nascondiglio si recava a dir messa, e poi assolto “per aver commesso il fatto nell’esercizio di un diritto”.
Istituzioni e società civile hanno avuto un limite comune: inseguire emergenze, affastellando leggi e decreti e scendendo in piazza in risposta alla sfida mafiosa, senza dar vita a un progetto. Al fondo c’è un’idea di mafia inadeguata e fuorviante: se si continua a pensare che la mafia c’è solo quando spara ed una questione nazionale solo quando colpisce Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, l’azione antimafia non potrà non essere una cassetta da pronto soccorso invece che uno dei terreni su cui si sperimenta una strategia di cambiamento.

Bibliografia sul processo Andreotti

“Panorama”, Dossier Andreotti, 1993.
Michele Gambino e Antonio Roccuzzo (a cura di), Il processo del secolo, “Avvenimenti”, 1995.
Franco Nicastro, Vincenzo Vasile, Andreotti. La mafia vista da vicino, Edizioni Arbor, Palermo 1995.
Antonio Nicaso, Io e la mafia. La verità di Giulio Andreotti, Monteleone, Vibo Valentia 1995.
La vera storia d’Italia. Interrogatori, testimonianze, riscontri, analisi. Giancarlo Caselli e i suoi sostituti ricostruiscono gli ultimi vent’anni di storia italiana, Pironti, Napoli 1995.
Carmine Fotia, Giovanni Pellegrino, Il processo Andreotti. Palermo chiama Roma, Lupetti – Pietro Manni, Roma 1995.
Pino Arlacchi, Il processo. Giulio Andreotti sotto accusa a Palermo, Rizzoli, Milano 1995.
Giulio Andreotti, Cosa loro. Mai visti da vicino, Rizzoli, Milano 1995.
Emanuele Macaluso, Giulio Andreotti tra Stato e mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995.
Umberto Santino (a cura di), Guida al processo Andreotti, “Città d’Utopia”, n. 0/17, novembre 1995, pubblicato in parte su Narcomafie, anno III, n. 10, novembre 1995.
Alexander Stille, Andreotti, Mondadori, Milano 1995.
Enrico Quattrocchi, Andreotti Giulio: incolpevole, Koinè, Roma 1996.
Salvatore Lupo, Andreotti, la mafia, la storia d’Italia, Donzelli, Roma 1996.
Umberto Santino, L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997.
Giulio Andreotti, A non domanda rispondo. Le mie deposizioni davanti al Tribunale di Palermo, Rizzoli, Milano 1999.
Lino Jannuzzi, Il processo del secolo. Come e perché è stato assolto Andreotti, Mondadori, Milano 2000.

Pubblicato su “Narcomafie”, luglio-agosto 2000, con il titolo: Una stagione archiviata.