Generale Subranni e delitto Impastato

125/2000 palermo 19. 12. 2000
Su un’intervista al generale Subranni sul delitto Impastato

In un’intervista pubblicata sul “Giornale di Sicilia” del 19 dicembre 2000, l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, in seguito promosso generale, prende decisamente le distanze dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sul caso Impastato, approvata lo scorso 6 dicembre, escludendo di avere avuto il benché minimo ruolo nel depistaggio delle indagini. Subranni dice di avere redatto solo due rapporti sulla morte di Impastato, in data 10 e 30 maggio 1978, afferma di non avere mai sentito parlare di pietre con tracce di sangue e di avere “interrogato” personalmente il professore Ideale Del Carpio, il quale avrebbe “ritrattato” le dichiarazioni rese in un primo tempo e richiamate dai firmatari dell’esposto presentato l’11 maggio del ’78.
Il professor Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma non posso fare a meno di sottolineare che in quei giorni di grandissimo isolamento dei familiari e dei compagni di Peppino, sottoposti a stringenti interrogatori come “complici dell’attentatore”, un anziano e illustre docente di Medicina legale che prestava la sua opera generosamente e gratuitamente veniva “interrogato” da chi neppure lontanamente pensava di perquisire le cave da cui con ogni probabilità proveniva l’esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di quel genere di esplosivo risulta chiaramente da una relazione redatta dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano lo stesso giorno del delitto) e porre qualche domanda a qualche mafioso a piede libero.
Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”. Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?
Dopo vent’anni di impegno quotidiano siamo riusciti ad ottenere l’apertura dei processi e l’interessamento della Commissione antimafia che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana dice senza mezzi termini che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini su un omicidio politico-mafioso. Sappiamo che la relazione è passata all’unanimità ma pure che qualcuno ha preferito assentarsi dalla discussione. Non ci sorprendiamo che adesso comincino le “grandi manovre” per indebolire o vanificare il risultato di quasi due anni di lavoro che per noi ha più il valore di un avvio che di un traguardo. Che la “seconda repubblica” non abbia molta voglia di fare chiarezza sui misfatti della “prima” lo sapevamo già. Non per nulla sulla scena politica riemergono volti noti che sembravano definitivamente cancellati e, pur di salvare Badalamenti, si ripesca nel calderone tirando fuori i soliti “corleonesi” e si attaccano i magistrati più seriamente impegnati. A fare da sfondo a questo ennesimo tentativo di “depistaggio” della verità sono venute le dichiarazioni trionfalistiche, al limite del ridicolo, che abbiamo ascoltato nel corso della conferenza sul crimine transnazionale delle Nazioni Unite svoltasi nella cornice di una Palermo “rinascimentale”: una riprova che alle analisi serie e ai programmi di reale rinnovamento si preferiscono le liturgie spettacolari e i restauri delle facciate.

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato