Umberto Santino

 Lo sviluppo nel Mezzogiorno: un’alternativa, difficile ma non impossibile, a disoccupazione e mafie

I dati sono allarmanti. Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione è al 21%, in Sicilia al 22,6%. Sono i tassi più alti nel contesto europeo, paragonabili solo a quelli spagnoli. Le cronache sono piene di gesti disperati. Nei primi tre mesi del ’97 in Sicilia ci sono stati parecchi suicidi o tentati suicidi di disoccupati. Si parla di loro solo quando il suicidio avviene in modo eclatante, come quello di Giovanni La Mantia che si è dato fuoco nel palazzo del comune di Caltagirone.

Ma in Sicilia non ci si uccide solo per disoccupazione. A Niscemi il 22 marzo la commerciante Agata Azzolina, a cui nell’ottobre del 1996 rapinatori-estorsori avevano ucciso il marito e il figlio, si è suicidata impiccandosi nella cucina di casa. Gli estorsori l’avevano minacciata. Aveva chiesto protezione e le avevano messo due soldati sotto casa. I suoi cari assassinati non erano stati riconosciuti come vittime della mafia né ricordati nella manifestazione nazionale svoltasi nel paese del nisseno il 21 marzo. Qualche giorno dopo si è ucciso Giuseppe Caminiti, che un lavoro ce l’aveva ma non percepiva lo stipendio da dieci mesi, perché la sua azienda di autotrasporti è stata messa in ginocchio dal racket.

Questi gesti hanno alle spalle la solitudine a cui è condannato chi subisce quotidianamente frustrazioni e violenze così gravose da diventare intollerabili. La prima reazione davanti ad essi è di sgomento e di impotenza, ma se il messaggio che contengono, nel linguaggio della disperazione, vuole essere una spinta ad attivarsi, non solo per le “autorità competenti”, dobbiamo almeno cercare di capire in quale situazione ci troviamo e contribuire a trovare risposte a domande finora rimaste insoddisfatte. Disoccupazione e mafia/e sono problemi antichi, strutturali, ma come si presentano oggi e cosa lascia prevedere il futuro?


Radiografia della disoccupazione meridionale

Dicevamo che il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali, cioè dalla Sicilia all’Abruzzo e Molise, è al 21%, una media tra il punto più alto, in Campania (25,3), e quello più basso, in Abruzzo (9,4). Il tasso di disoccupazione si calcola sulla popolazione attiva, cioè su coloro che cercano lavoro, ma nel Mezzogiorno la popolazione attiva è molto esigua, solo il 35 per cento del totale della popolazione, contro il 43,1 del Centro-Nord. Questo non vuol dire che tutto il resto della popolazione meridionale è fatto di vecchi e di bambini, ma che moltissimi sono talmente scoraggiati da non cercare lavoro. E, paradossalmente, riducendosi la popolazione attiva, il tasso di disoccupazione migliora. C’è da tener conto, però, che questi dati non tengono conto del lavoro nero, che viene stimato un terzo del lavoro prestato nel Mezzogiorno.

Guardando più da vicino il fenomeno della disoccupazione nelle regioni meridionali, c’è da dire che si tratta soprattutto di disoccupazione giovanile, in età compresa tra i 15 e i 24 anni (nel 1995 il 55,4%), più femminile (sempre nel ’95, 64,6%) che maschile (55,4%).

Si tratta quasi sempre di giovani che rimangono per molti anni in casa dei genitori, che hanno un titolo di studio elevato, svolgono lavoro precario o in nero.


Mezzogiorno tra differenziazioni territoriali e omogeneità

Comunque, si dice, nelle regioni meridionali da anni non c’è più emigrazione, anzi ci sono flussi di ritorno, c’è una consistente immigrazione. E tutto questo, rispetto al Mezzogiorno tradizionale, grande esportatore di forza lavoro, è una novità. Le analisi degli ultimi anni avvertono che la Sicilia e il Mezzogiorno non sono più realtà compatte, omologate dal sottosviluppo, dalla disgregazione, dalla mancanza di senso civico, come vorrebbero stereotipi riverniciati e venduti come scoperte, ma hanno differenziazioni rilevanti al loro interno. È una delle ragioni per cui si è passati dall’intervento straordinario per il Mezzogiorno alla politica di sostegno alle aree depresse, individuate anche nel Nord e nel Nord-Est. Così oggi vengono considerati abitanti in aree depresse 11,5 milioni di persone del Centro-Nord; sono considerati aree depresse, inserite nei programmi comunitari, alcuni quartieri di Torino, Genova, Trieste e Reggio Emilia e pure alcune fra le più ricche aree d’Europa.

Ora, non c’è dubbio che le regioni meridionali non siano tutte allo stesso livello; le differenziazioni territoriali ci sono e non sono frutto di invenzioni, eppure il Mezzogiorno rimane sostanzialmente omogeneo per alcuni dei caratteri fondamentali del sottosviluppo, come per esempio il divario tra livelli di reddito pro-capite e la capacità produttiva, la dipendenza dall’intervento pubblico (più di metà del reddito prodotto nelle regioni meridionali è legato alla spesa pubblica, anche se essa – contrariamente a quanto si pensa – in termini pro-capite è stata inferiore al Sud rispetto al Centro-Nord: per esempio nel 1988 è stata 6.213.000 nel Sud e 6.727.000 nel Centro-Nord) e l’incapacità di sviluppo autonomo, e avere equiparato le regioni meridionali alle aree depresse di altri contesti è una scelta interessata, fondata su un’analisi solo parzialmente corretta.

Il Mezzogiorno è ancora relativamente povero di infrastrutture, di risorse idriche, di servizi, alcune regioni meridionali sono le sedi storiche di organizzazioni di tipo mafioso e non per caso i tassi di disoccupazione delle regioni meridionali sono superiori a quelli che si registrano nelle aree depresse del Nord. Ma la grande specificità del Mezzogiorno è la sua dipendenza dall’intervento pubblico in tutte le sue forme: sostegno al reddito delle famiglie con sussidi e pensioni, spesa corrente degli enti locali, imprese pubbliche, appalti di opere pubbliche ecc. ecc.

Lo smantellamento dell’intervento straordinario, la chiusura o la privatizzazione delle imprese pubbliche, la paralisi degli appalti non potevano non avere gravi conseguenze sull’occupazione.

Dal 1992 (anno in cui è stato formalmente soppresso l’intervento straordinario) al 1996 (in cui si ha la nuova normativa sulla aree depresse) si è avuto un vuoto e tentativi come la “cabina di regia”, introdotta dal governo Dini nel 1995 non hanno avuto effetti significativi.

La fine dell’intervento straordinario avrebbe dovuto significare una maggiore capacità di uso dei Fondi comunitari, in pratica gli unici finanziamenti strutturali disponibili, ma invece l’Italia ha continuato ad essere la peggiore, in assoluto, nell’utilizzazione di quelle risorse finanziarie.


Gli effetti della mondializzazione

Si aggiungano a questi fattori interni al quadro italiano, anche nelle sue proiezioni europee, gli effetti della “mondializzazione”. Si parla continuamente di globalizzazione, di libero mercato, di competitività, ma i nuovi dogmi del “pensiero unico” hanno un significato ben preciso: la produzione aumenta ma il lavoro diminuisce perché con i processi tecnologici sempre più innovativi e sofisticati ad ogni incremento di produttività corrisponde una diminuzione della quantità di lavoro, per cui se il lavoro non c’è, non è per effetto di una congiuntura sfavorevole, il sintomo di un’affezione economica passeggera ma il prodotto di un sistema. E con la creazione di un mercato unico mondiale, è sempre possibile trovare manodopera a basso costo nel supermercato planetario della miseria. Se prima c’erano i meridionali italiani dispersi in Europa e nel mondo ora ci sono gli africani, gli albanesi e tutti gli altri sopravvissuti al “socialismo reale”. Sono i nuovi paria nell’epoca del trionfo del liberismo.

Il distacco tra paesi ricchi e paesi poveri aumenta vistosamente. Come risulta dal rapporto dell’UNDP (United Nations Development Programme) del 1996, viviamo in un mondo sempre più polarizzato: dei 23 mila miliardi di dollari del PIL globale, 18 mila miliardi è dei paesi più industrializzati, con il 20% della popolazione, 5 mila miliardi del restante 80%. Il divario tra i redditi pro-capite tra i due mondi negli ultimi anni si è triplicato: era di 5.700 dollari nel 1960, è stato di 15.400 dollari nel 1993. Per attenuare la “competitività” dei paesi poveri sul terreno del costo del lavoro, qualcuno propone di introdurre, attraverso accordi internazionali, le condizioni di uno Stato sociale minimo, ma ancora non si vede niente di concreto all’orizzonte. Quello che si vede invece è l’aumento della disoccupazione anche nei paesi ricchi: ci sono 30 milioni di disoccupati nei paesi 0CSE, 20 milioni nell’Unione Europea.


Stati Uniti: boom tecnologico o miracoli delle statistiche?

Fanno eccezione gli Stati Uniti e in Europa paesi come l’Olanda e la Gran Bretagna. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione è al 5,2%; dal 1990 al 1995 sono stati cancellati 17 milioni di posti di lavoro ma se ne sono creati circa 28 milioni, con lo sviluppo dei settori a più alta tecnologia. Bisogna vedere se questi dati rispecchino fedelmente la realtà o siano un miracolo delle statistiche: si tratta di lavori part-time, a bassa paga, che vengono accettati in nome di una flessibilità quasi assoluta, mentre i posti di lavoro smantellati spesso erano a tempo pieno e meglio retribuiti; c’è poi da tenere presente che negli Stati Uniti il lavoro nero e irregolare è messo nel conto, mentre non lo è in Italia e in Europa.

In Olanda il basso tasso di disoccupazione (6,2%) si spiegherebbe con i grandi tagli alla spesa pubblica, ai contributi sociali delle imprese, ai sussidi di disoccupazione e gli incentivi al lavoro a tempo parziale. In Gran Bretagna il tasso di disoccupazione è al 7,4% e anche lì la spiegazione sarebbe da cercare nella deregulation del mercato del lavoro.

Sembrerebbe la vittoria della ricetta liberista: alta tecnologia e flessibilità della forza lavoro, ma anche i più entusiasti sostenitori del liberismo hanno dubbi sull’esportabilità di tali modelli in paesi come Francia, Germania e Italia (si veda “Il Sole-24 ore” del 5 aprile 1997, p. 5). Quel che è certo è che il “decalogo dell’occupazione” dell’OCSE, il libro bianco di Delors sull’occupazione in Europa sono rimasti sulla carta, poiché vanno controcorrente rispetto alle politiche delle agenzie internazionali e al quadro disegnato dai parametri di Maastricht, dominati dall’ideologia trionfante del libero mercato.


Un circolo vizioso

Il dibattito attuale sul Mezzogiorno e più in generale sulla disoccupazione nel nostro paese è certamente inadeguato rispetto alla gravità della situazione. Se alcune riflessioni hanno posto il problema di un nuovo meridionalismo, anzi di un superamento del meridionalismo, analizzando gli “effetti perversi” dell’intervento straordinario (che si sarebbe configurato come un ostacolo alla nascita di uno sviluppo autonomo e il terreno di riproduzione e incremento di borghesie parassitarie e mafiose), all’interno delle istituzioni, delle forze politiche e sindacali non ci si discosta dalle richieste “classiche”. Lo Stato deve creare le infrastrutture, bisogna rilanciare opere pubbliche e appalti, uscendo dalla paralisi in buona parte indotta dalle inchieste sulle varie Tangentopoli. E molti insistono sulla necessità della flessibilità della forza lavoro, anche se si dice che non si vuole il ritorno alle vecchie gabbie salariali, abolite dopo i morti di Avola del dicembre 1968.

Il rischio è il ripristino del circolo vizioso (intervento pubblico-dipendenza-clientelismo-mafie etc.), in nome di un impossibile sviluppo dall’esterno e dall’alto, a cui però non si può contrapporre uno sviluppo dall’interno e dal basso (una sorta di autarchia meridionalista). Se si vuole cambiare strada bisogna operare un’interazione tra i due modelli, cogliendo la dinamica delle interdipendenze (non solo a livello europeo ma euromediterraneo e intercontinentale) e ponendo le premesse per un nuovo modello di sviluppo che coniughi efficienza e socialità. Preferisco questo termine a “solidarietà”, perché quest’ultima è una parola scivolosa: inclina più dal lato delle concessione e del pietismo e meno da quello dei diritti. Il lavoro è un diritto, non un regalo, ma i diritti, anche quando sono solennemente affermati sulla carta, non si ottengono gratuitamente o a prezzo stracciato.

L’occupazione non può prescindere dallo sviluppo e questo è impossibile senza una strategia complessiva, che agisca su vari terreni e metta in moto il protagonismo di vari soggetti, a cominciare dai disoccupati, attualmente privi di qualsiasi forma organizzativa, anche embrionale, e quindi di peso contrattuale (e questo vuoto di soggettività è pessimo consigliere, può portare a quei gesti disperati di cui parlavamo all’inizio).


Per una strategia complessiva

Sulla carta non è difficile tracciare il percorso che può condurre a qualcosa che somigli a una strategia complessiva, ma il difficile è passare sul piano operativo. Bisognerebbe:

  • elaborare dei progetti integrati di sviluppo territoriale, che tengano conto delle risorse presenti e si propongano di valorizzarle, non di distruggerle o impoverirle, come spesso è avvenuto. È il cosiddetto sviluppo autocentrato ed ecocompatibile di cui tanto si parla ma che raramente si vede;
  • potenziare la rete dei servizi, a cominciare dai trasporti, attualmente vistosamente carenti;
  • risanare i centri storici e valorizzare i grandi giacimenti culturali, che sono una delle più grandi risorse delle regioni meridionali;
  • individuare e utilizzare tutti i mezzi finanziari disponibili, riorientando la spesa pubblica a sostegno della produzione;
  • rafforzare e qualificare l’economia sociale, che spesso non va al di là di esperienze testimoniali, preziose ma fragili e precarie;
  • stimolare, incentivare e qualificare la partecipazione locale;
  • affidare compiti di impulso, consulenza, supplenza se necessario, a strutture centrali ridisegnate ed efficienti.

Se, per fare un esempio concreto, si vogliono utilizzare appieno i Fondi comunitari, bisogna creare le competenze necessarie (agenti di sviluppo, amministratori all’altezza del compito etc.) ma pure prevedere forme di sollecitazione e anche di supplenza se i soggetti periferici non sono in grado di farcela da soli.

Nel Mezzogiorno non tutto è disperazione e immobilismo. Recenti ricerche hanno mostrato una realtà in movimento, a livello di società civile. Parlare di mancanza di “spirito civico” nel Mezzogiorno come dato antropologico, è certamente scorretto. Sul piano storico la disgregazione della società civile è il prodotto delle sconfitte delle grandi lotte popolari (fenomeno che ebbe consistenza e ricchezza più significative che altrove, ma di cui anche gli “addetti ai lavori” sanno molto poco) e dell’emigrazione. E negli ultimi anni le strutture della società civile meridionale hanno avuto un indubbio sviluppo, anche se non vanno sopravvalutate: si tratta spesso di strutture fragili e precarie e anche il loro rafforzamento deve far parte di un progetto di sviluppo complessivo, coinvolgendole a pieno titolo, senza logiche di colonizzazione e di appartenenza.


I patti territoriali

In questa strategia i patti territoriali possono avere un ruolo importante, proprio perché mirano a coinvolgere vari soggetti (enti locali, sindacati, associazioni di categoria, forze imprenditoriali e dovrebbero estendersi all’associazionismo non profit) e si propongono di elaborare e attuare una progettazione legata al territorio. Bisogna vedere, se al di là delle formule e delle sigle, si tratta di strade nuove o piuttosto di un rilancio del vecchio assistenzialismo, adattato alle “esigenze” della fase che attraversiamo, prima fra tutte la flessibilità dell’orario e del salario.

Bisognerebbe analizzare attentamente i vari progetti presentati (98 a fine marzo 1997). Da notizie di stampa risulta che i progetti sono i più disparati: vanno dall’allevamento dello struzzo a scopi alimentari all’imbustamento della camomilla e prevedono in gran parte il finanziamento di microaziende familiari.

Tra quelli presentati dalla Sicilia, il più consistente è quello di Palermo, che prevede l’impiego del 53% dei finanziamenti per nuovi impianti e un consistente impegno nel settore manifatturiero.

Le imprese sociali presenti nel territorio meridionale sono spesso troppo microscopiche per avere un ruolo effettivo. Il loro potenziamento passa anche, se non soprattutto, attraverso la creazione di fonti finanziarie adeguate. E qui c’è un ritardo che non riguarda solo il Mezzogiorno. La Banca etica è ancora allo stato di progetto, le finanziarie alternative (come le Mag: Mutua auto gestione) sono troppo poche e i tentativi di rafforzarle e crearne di nuove troppo spesso si rivelano velleitari. La debolezza o inconsistenza finanziaria è una delle carenze di fondo dell’associazionismo italiano.


E le mafie?

I dati ci dicono che nel quinquennio 1991-1995 la delittuosità di tipo mafioso (omicidi, estorsioni, attentati) è calata, ma sono dati rappresentativi fino a un certo punto. In alcune aree (Catania, Campania) gli omicidi sono moltissimi e le denunce dei casi di estorsioni e usura sono in aumento, non dappertutto, ma ancora troppo poche rispetto alla realtà.

Troppo spesso chi deve fronteggiare ogni giorno il racket o gli usurai è solo, e la signora Agata Azzolina di Niscemi non è purtroppo un caso a sé. Le associazioni nate in questi ultimi anni rappresentano un fatto significativo ma ancora inadeguato. Spesso il servizio si riduce a una segreteria telefonica e non per caso i fondi stanziati dalle leggi rimangono inutilizzati. La mancanza di regolamenti, le lentezze burocratiche si cumulano con una scarsa attività e una ridotta partecipazione, al di là di forme di presenzialismo più o meno spettacolare. Il discorso vale anche per l’uso dei beni confiscati ai mafiosi, una goccia nel mare dell’accumulazione criminale.

Anche queste sono risorse che debbono avere la loro parte in un progetto di sviluppo e in una lotta per il lavoro. E anche per la loro utilizzazione la premessa indispensabile è il protagonismo organizzato delle vittime e di ampi strati di popolazione.

Pubblicato su Aspe n.13, 3 luglio 1997