Amelia Crisantino

Globalsicula

Non ce ne siamo accorti, ma la globalizzazione ha compiuto vent’anni. Un’età di tutto rispetto per quello che viene in genere presentato come un fenomeno recente. Non considerando che le economie-mondo ci sono da sempre, come pure la divisione internazionale del lavoro e quello scambio ineguale che crea ricchezze e povertà.
Per comodità, accettiamo pure che la globalizzazione sia nata vent’anni fa. In un momento ben preciso, quando nel maggio dell’83 il guru del marketing Theodore Levitt, docente alla Harvard Business School, inventò la parola scrivendo sulla rivista di quell’università “la globalizzazione è a portata di mano”. Levitt scriveva della crescita dei consumi e quindi del marketing, applicando all’economia le tesi di Marshall McLuhan sul mondo come “villaggio globale” che diventa mercato per prodotti standard che inseguono i propri consumatori anche nel cuore delle società arretrate.
In questi vent’anni il ritmo dei cambiamenti legati all’inarrestabile corsa del mercato unico è stato accelerato, come ben si conviene ad un’efficiente economia globale. Un po’ bleffando e un po’ no -pensiamo a quel prodotto davvero globale che è la moda – l’Italia ha cercato di restare agganciata alla locomotiva, ostacolata dai suoi problemi non risolti. La questione meridionale è il primo e il più grave fra questi problemi non risolti e, considerando che non si può scegliere di restare estranei a quello che nel bene e nel male si presenta come lo Spirito del tempo, forse è il caso di riflettere su qual è il nostro ruolo e quali nuove vie possiamo inventarci per migliorare le nostre possibilità sulla scena globale.
Allora. La scarsa competitività del Meridione è storia vecchia, come pure il mancato controllo del territorio da parte dello Stato con connesso rigoglio mafioso. Dell’inadeguatezza della classe politica scriveva già Gaetano Salvemini, uno dei padri nobili del meridionalismo. Il Sud è soffocato da difficoltà accumulate nei secoli, se vogliamo provare a ripartire bisogna cominciare dal definire chi siamo. Ridefinire la nostra identità, altro che assessorati sicilianisti. Un’identità smarrita fra i vari corsi e ricorsi storici, come pure smarrito è il senso collettivo e diffuso del nostro patrimonio culturale.
Viviamo in una società smemorata, pochissimo interessata a ricucire brandelli che non muovano interessi immediati. Sensazione che permane anche per quanto riguarda i giovani. Di fronte all’aria ammuffita che sembra stagnare sui vecchi problemi, anche i ragazzi più impegnati sembrano poco interessati alle dinamiche temporali e ai connessi meccanismi politici ed economici. I giovani sono molto più interessati alle reti spaziali e tendono a proiettarsi all’esterno, dove almeno si respira aria fresca. Non gli si può dare torto. Come aver voglia, a vent’anni, di faccende come la questione meridionale, che muta vesti per restare se stessa da un tempo infinito? Tranne gli appuntamenti rituali, le grandi manifestazioni contro la mafia ad esempio, l’aggregazione dei giovani è su temi che con la Sicilia hanno poco a che fare. E’ avvenuta la lacerazione simbolica di un tessuto di date, simboli, monumenti e quant’altro, che nessuna istituzione sembra più in grado di ricucire. Ai nostri ragazzi offriamo un deserto progettuale che fa paura, mentre la politica offre il solito spettacolo un po’ macchiettistico e un po’ squallido. I politici al potere difendono l’onore della Sicilia, lanciano anatemi contro testi e scrittori. Li salva la fretta o, chissà, magari l’ignoranza. Perché al momento non risulta che siano state rilasciate dichiarazioni contro il Vittorini di Conversazione in Sicilia, o il Brancati di Paolo il caldo, senza contare i libri di Sciascia o, andando a ritroso, Pirandello e Verga.
Con un pizzico di razzismo, i sociologi hanno parlato di “familismo amorale” a proposito del Meridione, osservando scandalizzati una società in cui l’unica solidarietà sembrava quella interna ai nuclei familiari. Oggi i politici che rappresentano la nostra regione hanno adottato lo stile del familismo amorale, che è cresciuto diventando “localismo amorale” e lo spacciano per difesa della nazione siciliana. Il mondo viene visto come lontano, diverso, estraneo e nemico e, vecchia regola tartufesca, i panni sporchi si lavano in famiglia. Asserragliati in un fortino assediato da attacchi esterni e lacerato da faide interne, così i nostri governanti si presentano ai loro elettori. Se non vogliamo andare a fondo con loro, bisogna cambiare copione.
Nel mondo globalizzato in cui restare fermi significa andare indietro, la sola possibilità che ci si offre è di puntare al glocale. Cioè allo sviluppo della dimensione locale inserita su un inevitabile sfondo globale. La nostra storia, il patrimonio culturale e ambientale che conserviamo in modo colpevolmente distratto, ci offre l’opportunità di non rimanere esclusi dall’equilibrio mondiale che ogni giorno si va costruendo. Ma il locale dovrebbe prima funzionare. Per dirla col Nobel Amartya Sen, servono valori oggi fuori moda: sanità pubblica, scuola, giustizia, stato sociale flessibile. Su cui innestare sviluppo sostenibile e solidarietà. Perché il benessere si misura sugli indicatori economici ma, se proviamo ad umanizzarli, troveremo che la sua radice coincide con la possibilità che gli individui possano scegliere liberamente il proprio destino.

Pubblicato su “la Repubblica Palermo” con il titolo “Il globale ha vent’anni ma qui trionfa il localismo”, 23 maggio 2003