Amelia Crisantino

Sentenza Sprio, una domanda a Cuffaro

I giudici della terza corte d’assise hanno depositato le motivazioni della sentenza per l’uccisione di Giovanni Bonsignore e Filippo Basile, delineando il contesto politico-mafioso in cui maturarono i delitti e identificando quella convergenza di interessi che troviamo in ogni delitto eccellente.
La vicenda dei due funzionari regionali è materialmente ricondotta alla vendetta di un collega dalla fedina penale tribolata ed afflitto da mania di onnipotenza, per cui quelli che a vario titolo gli intralciavano la strada venivano raccomandati alle attenzioni dei suoi killer personali che, con costi modici, eliminavano il problema. Ma Nino Sprio mandante, Piero Guida e i fratelli Giliberti esecutori dei vari delitti sono il prodotto di un contesto criminogeno su cui vale la pena di riflettere.
Riepiloghiamo brevemente la vicenda. Il 9 maggio 1990 cinque colpi di pistola uccidono Giovanni Bonsignore, funzionario dell’assessorato alla Cooperazione. Erano anni in cui ancora arrivavano in Sicilia migliaia di miliardi per finanziare i lavori pubblici, di Bonsignore si disse che era un funzionario integerrimo che certo aveva disturbato tanti amichevoli equilibri con i suoi “atti dovuti”. Poco prima del delitto era stato trasferito, una punizione voluta da chi non gradiva le sue obiezioni al finanziamento del mercato agroalimentare di Catania. Interessi miliardari e corruzione di pari livello, il caso poi esplose nel 1993. L’omicidio Bonsignore è rimasto per anni senza un colpevole, nel 1994 la vedova ha raccolto nel libro “Silenzi eccellenti” la storia della sua battaglia contro il muro di gomma dei politici e delle istituzioni.
Passano gli anni, la città rincorre il suo sogno di normalità. Il 5 luglio 1999 Palermo viene bruscamente riportata alle plumbee atmosfere che si sperava per sempre dimenticate. In quella data viene ucciso Filippo Basile, 3 colpi di pistola mentre è al volante della sua macchina. Anche Basile è un funzionario regionale, assessorato Agricoltura e Foreste, come dire 4 mila dipendenti ufficiali più altri 32mila stipendi per i precari forestali a fronte di un’agricoltura che in Sicilia conta meno del 5% del prodotto interno lordo. Un feudo clientelare da manuale, dove la vita può diventare parecchio dura per chi non è abbastanza elastico.
Dal giorno dell’omicidio Basile alcuni telefoni sospetti vengono messi sotto controllo, e così il 12 ottobre si intercetta una chiamata di Ignazio Giliberti a Nino Sprio: “tutto a posto, dottore”. Era a Firenze, aveva appena ucciso il pregiudicato palermitano Antonino Lo Iacono. Arrestato all’aeroporto di Pisa ci mette poco a confessare, accusandosi anche di delitti su cui nessuno gli aveva chiesto niente. Gli esecutori materiali dei delitti Bonsignore e Basile sono individuati, le motivazioni appaiono tragicamente intrecciate.
Al 1982 risale un’inchiesta amministrativa per un finanziamento irregolare alla cooperativa “Il Gattopardo” di Palma di Montechiaro, cooperativa che aveva attirato le attenzioni della procura di Agrigento per collegamenti con le famiglie mafiose degli Allegro e dei Ribisi. Giovanni Bonsignore era uno dei due ispettori che avevano condotto l’inchiesta, accertando come Nino Sprio fosse al contempo inserito nel comitato tecnico incaricato di istruire le pratiche sui contributi e vicepresidente della cooperativa che riceveva i finanziamenti. Il rapporto amministrativo si concluse con una denuncia alla magistratura. Il 30 aprile 1990 ci fu la sentenza della Cassazione, il 9 maggio l’uccisione di Bonsignore.
In seguito alla sentenza della Cassazione, Sprio viene sospeso dal lavoro e poi reintegrato. Ma nel febbraio 1998 la condanna per truffa aggravata diventa definitiva. All’assessorato all’Agricoltura, da cui Sprio dipende, bisogna allestire la pratica di licenziamento. Lavoro che spetta a Filippo Basile, capo del personale e altro funzionario anomalo. Basile si era occupato dei consorzi di bonifica, una di quelle “stazioni appaltanti” attraverso cui girano soldi e affari e la sua correttezza non gli aveva attirato molte simpatie. Più volte aveva denunciato irregolarità, ad esempio aveva sventato la truffa della Federconsorzi, i cui beni venivano alienati per meno della metà del loro valore. L’isolamento, quello vero, l’aveva però conosciuto quando nel luglio 1998 aveva trasmesso alla commissione regionale antimafia l’elenco dei funzionari condannati o con procedimenti in corso. Un atto dovuto, come dovuta era l’istruzione della pratica di licenziamento per Nino Sprio. Ma in un contesto mafioso gli atti normali e impersonali che dovrebbero identificare l’agire della burocrazia diventano azioni da incoscienti, e come tali vengono isolati. La pratica per il licenziamento di Sprio ci mette un tempo infinito per scendere le scale dal quarto al secondo piano e l’assessore all’Agricoltura – l’attuale presidente della Regione Cuffaro – non trova il tempo di firmarla perché troppo occupato con la campagna elettorale. Una campagna a cui pare che partecipi anche Sprio, almeno a sentire il killer Ignazio Giliberti. Sprio e Cuffaro sono compaesani, entrambi di Raffadali e, sempre a sentire il killer Giliberti, Sprio chiama Cuffaro “il mio figlioccio”.
La pratica per il licenziamento di Sprio verrà firmata da Cuffaro il 12 luglio 1999, sette giorni dopo l’uccisione di Filippo Basile.
Nelle motivazioni della sentenza per il delitto Basile, i giudici denunciano le responsabilità di Cuffaro nella creazione del clima di ostile isolamento in cui il funzionario trascorreva i suoi giorni all’Assessorato. Non chiedono al presidente della Regione come ci si senta ad avere isolato un funzionario onesto. Ma autorizzano tutti noi a farlo.

Pubblicato su “la Repubblica Palermo”, 9 agosto 2002