Anna Puglisi

La signora Provenzano

Dopo 43 anni di latitanza è stato arrestato Bernardo Provenzano, in un casolare a pochi chilometri da Corleone, il paese dove, dal 1992, era tornata a abitare la moglie con i figli.
Secondo un copione abbastanza abusato, accanto al letto di Provenzano c’erano un rosario e una bibbia che ha voluto portare con sé, assieme alle medicine, e ai poliziotti che lo arrestavano ha detto: “Non sapete quello che fate”, volendosi forse paragonare a Cristo in croce, dato che il suo arresto è avvenuto nel martedì di Passione. Un’altra versione, più inquietante, della frase è: “Non sapete l’errore che state commettendo”, forse intendendo dire che dopo la sua cattura è possibile che si scateni di nuovo la violenza mafiosa.
Gli inquirenti hanno detto che a portare le forze dell’ordine a scovare il capomafia sia stato un “errore” della moglie nell’invio del pacco con la biancheria pulita. Ci si chiede come mai non si sia potuto conoscere prima il luogo o uno dei luoghi in cui si è nascosto Provenzano, seguendo l’itinerario di questi pacchi e dei famosi “pizzini”.
Di Provenzano, capomafia, componente la cupola, killer in anni più verdi e stragista, collezionista di ergastoli, regista di traffici, maestro del rapporto con le istituzioni per l’acquisizione di appalti pubblici e nel business legato alla sanità e ai rifiuti, supposto garante da più di dieci anni di una pax mafiosa, si è parlato molto. Poco si è detto della moglie, Saveria Palazzolo, fedele compagna della sua latitanza, ma non solo.
Saveria Benedetta Palazzolo proviene da una famiglia di Cinisi, legata alla mafia. Un suo fratello è stato ucciso nella guerra di mafia dei primi anni Ottanta. Lei non si è limitata a essere la compagna del capomafia fin da ragazza, ma ha gestito il suo patrimonio e i suoi affari. La sua attività ufficiale è quella di camiciaia, ma già negli anni sessanta risultava proprietaria di un patrimonio valutato in centinaia di milioni: beni immobili, un feudo nelle campagne di Alcamo e partecipazioni azionarie.
Come titolare delle aziende “Stella d’oriente”, una società per la commercializzazione del pesce congelato, e “Enologica Galeazzo”, e come socia di altre società considerate dagli inquirenti copertura per il riciclaggio di denaro sporco, nel 1990 viene condannata a tre anni e alcuni mesi (pena poi ridotta a poco più di due anni). Ma Saveria non ha scontato gli anni di carcere perché dal 1983 aveva fatto perdere le sue tracce, poco prima che i carabinieri andassero ad arrestarla con l’accusa di associazione per delinquere.
Nel 1992, quando ricompare a Corleone assieme ai due figli, Angelo e Paolo di sedici e nove anni, non ha più conti con la giustizia e come moglie di Provenzano, secondo una legge discutibile, può avvalersi della facoltà di non rispondere e non può essere inquisita e condannata per favoreggiamento. Ma con diversi provvedimenti sono stati confiscati beni ufficialmente intestati a lei, che sono stati ritenuti appartenenti al marito.
A Corleone i due figli, “due ragazzi sereni e equilibrati” – secondo le parole dell’avvocato di famiglia – riprendono gli studi. Il maggiore, dopo il diploma, ottiene la licenza per aprire una lavanderia, ma nel gennaio 2002, in seguito alle proteste nate anche per una licenza data al secondo figlio di Totò Riina, gli viene revocata l’iscrizione all’albo. Ora fa il rappresentante di aspirapolveri. Il figlio minore, laureato in lingue, quest’anno insegna italiano in una prestigiosa scuola tedesca, con una borsa di studio del ministero dell’Istruzione che lo ha scelto assieme ad altri giovani per promuovere la nostra cultura all’estero.
I figli di Provenzano, quindi, hanno seguito una strada ben diversa dei figli maschi di Riina, condannati entrambi per mafia e il più grande anche per un duplice omicidio. Una diversa educazione impartita da Saveria Palazzolo rispetto a quella data ai suoi figli da Antonietta Bagarella?
Ciò non toglie che madre e figli non abbiano ritenuto di prendere le distanze da Provenzano. Al contrario, dalle lettere che sono state trovate dimostrano di essere moglie e figli affettuosi in riverente attesa dei suoi consigli.
Ancora una volta dobbiamo constatare l’unicità dell’esempio di Peppino Impastato e di sua madre Felicia, per la rottura con il padre e con la parentela mafiosa.

Pubblicato su “Mezzocielo”, marzo-aprile 2006