Amelia Crisantino

L’Antimafia al tempo dei Savoia

Davanti alla Commissione Antimafia per quattro giorni a Palermo si sono alternate visioni inconciliabili non solo della mafia, ma anche della questione morale e della politica. Per quanto disincantato, più di un commissario è rimasto incredulo di fronte alla gravità del quadro delineato dalle dichiarazioni dei convocati. Al di là delle cautele imposte dalle prossime elezioni, e delle scelte che una certa miopia impone come obbligate, il risultato è una conferma della particolarità siciliana, cioè di quell’intreccio fra mafia e politica che affonda le sue radici lontano nel tempo e fa parte dell’identità isolana molto più delle edificanti dichiarazioni di principio.
Tanto per restare alle nostre tradizioni, la prima volta che una commissione d’inchiesta restò perplessa di fronte alla particolarità siciliana fu nel 1876. L’Unità s’era compiuta da pochi anni, ma i rancori s’erano già accumulati. Era stata inventata la parola mafia, per la Destra storica al potere la Sicilia pullulava di sette segrete che sembravano richiedere leggi speciali di pubblica sicurezza. Dal canto loro i siciliani si sentivano traditi e trascurati, e imputavano al nuovo Stato tutti i mali del mondo.
Secondo un diffuso stereotipo, con l’Unità il Meridione subisce una piemontesizzazione a tappeto, una violenza culturale che va di pari passo con l’introduzioni di leggi che restano estranee ed ostili. In effetti, al di là delle norme coercitive e delle imposizioni fiscali, l’accentramento della struttura statale è molto relativo.
Nel compromesso fra Stato e notabili locali il centralismo viene depotenziato da una politica di favori, che diventa un surrogato dell’autonomia negata. Il nuovo Stato controlla i macroelementi del sistema, funziona cedendo poteri e privilegi ai notabili.
Sino al 1876 la Sicilia è all’opposizione, solo un’esigua minoranza vota per il partito governativo. Così la politica della Destra è di assorbire i clienti e cercare di comprare gli avversari. Col risultato che lo Stato si ritrova ad essere rappresentato da una burocrazia che manca di senso dello Stato.
Il problema dell’ordine pubblico è il più visibile, catalizza tutte le preoccupazioni. Non risolvendosi nonostante i tanti provvedimenti, la classe dirigente siciliana viene ben presto ritenuta – a ragione – complice e responsabile. Nel frattempo gli interventi contro il malandrinaggio accrescono i sentimenti di ostilità, il partito governativo diventa sempre più debole. Ci sono complotti, Palermo è divisa fra opposti estremismi. Nel luglio del 1869 i clericali alleati con i borbonici vincono le elezioni amministrative.
Il punto è che manca una classe sociale su cui poggiare la politica del governo. Per arrivare al popolo si cerca di conservare il favore della borghesia con una serie di compromessi, ignorando che i notabili meridionali non sono espressione dei ceti popolari. Piuttosto, sono quelli che li opprimono. Senza contare che votano per l’opposizione, giudicando d’avere ottenuto poco prestigio e insufficiente potere nel nuovo Stato. Quando i deputati siciliani diventano una mina vagante il governo si sente messo alle corde, e sceglie lo scontro.
Nel dicembre del 1874 il ministro Cantelli presenta un progetto di legge che risuona come una dichiarazione di guerra. Parla di manutengoli e favoreggiatori che possono essere arrestati su ordine del prefetto, ad essere messa in discussione è la classe dirigente dell’isola e la stessa politica del governo. Alla Camera comincia un dibattito conoscitivo sulle province siciliane che ci mette poco a diventare un grandioso psicodramma, col governo costretto ad ammettere che a Palermo la pubblica sicurezza è mantenuta con la corruzione e il manutengolismo governativo, giustificati dalle continue emergenze. Le conclusioni sono drammatiche: in Sicilia manca una burocrazia di cui il governo possa fidarsi, così che le migliori intenzioni finiscono per naufragare. Sarà una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle “province infette” ad avere il compito di indagare, e magari trovare le prove della ipotizzata rete di associazioni mafiose di cui i notabili sono complici.
La Commissione arriva a Palermo accolta da un battaglione di fanteria, da musica e bandiere. Dal 4 novembre 1875 al 22 febbraio 1876 i nove componenti, fra cui due siciliani, affrontano l’inverno piovoso e le sommarie vie di comunicazione cercando i motivi della continua emergenza in cui vive la regione. I resoconti delle sedute sono stati pubblicati a cura dell’Archivio centrale, dalla lettura delle deposizioni emerge l’immagine dello Stato come macchina complessa, che bene non funziona a nessuno dei suoi molteplici livelli.
Molte volte i commissari restano turbati e interdetti. Dimostrare che la Sicilia è coperta di sette mafiose equivale a trovare una spiegazione per l’irrisolvibile emergenza dell’ordine pubblico, ma le deposizioni fotografano una realtà molto più sfuggente.
Le cause della particolarità siciliana sono troppo intricate, incerte e lontane, nessuno osa affrontarle. Con qualche sgomenta perplessità, ci si limita ai risultati. Il procuratore Calenda riflette che non è possibile moltiplicare all’infinito il numero degli ammoniti, non si potrebbero più sorvegliare. Il questore Rastelli chiede rinforzi, anche se una moltitudine di armati è ai suoi ordini. Il prefetto Gerra suggerisce di controllare le Opere Pie, chiarisce in che modo i notabili manipolano le liste elettorali e si appropriano delle amministrazioni.
Si pensava che la mafia fosse prodotta dalla povertà, un pensiero in fondo rassicurante. Perché, per quanto laboriosi, dei provvedimenti potevano essere tentati. Come mai allora, con tutta evidenza, erano Palermo e il suo ricco entroterra a generarla? Diverse volte i commissari arrivano alla conclusione che quanto avviene in Sicilia “turba la mente della scienza”, ma nella sua relazione finale la Commissione cerca di non essere severa. Nel marzo di quell’anno è andata al potere la Sinistra storica, la Sicilia ha scoperto la sua vocazione governativa. Non si parla più di manutengoli, ma di vittime della paura.
L’isola si specializzerà nella produzione del consenso, una merce immateriale ma preziosa che il governo è sempre pronto a comprare. E pazienza se per produrlo si finisce per distruggere una regione.

Pubblicato su “la Repubblica Palermo”, 4 aprile 2004.