Amelia Crisantino

L’importanza dei limoni nella storia di Cosa nostra

A guardare gli sviluppi della storia, chi penserebbe mai all’importanza dei limoni? Gli stessi frutti che vengono lasciati all’albero perché non conviene raccoglierli, i soli che non sono aumentati di prezzo con l’avvento dell’euro. Certo ci sono state condizioni particolari e concause conclamate, avviene sempre quando si afferma un nuovo modo di essere. Tutte da valutare attentamente, non c’è dubbio. Ma senza i limoni le cose sarebbero andate diversamente, e la mafia chissà cosa sarebbe stata.
La prima differenza da fare è fra la mafia dell’entroterra, legata all’immagine della masseria e dei gabelloti, e quella della Conca d’Oro.
La mafia della masseria ha il monopolio dei rapporti con l’esterno e il controllo del territorio, gestisce gli affari illegali e quelli legali. Nel corso del XIX secolo deve far fronte ad una serie di difficoltà – formazione dello stato unitario e accelerazione capitalistica dei mercati in primo luogo – che la condannano ad un ruolo marginale.
Nel frattempo però la Sicilia detiene il monopolio di due prodotti pregiati e richiesti dai mercati stranieri, lo zolfo e i limoni. Sono merci vendute all’estero, che assicurano alti profitti e attirano molti speculatori, che necessitano di una complessa ed efficiente rete commerciale. E in tutte le fasi della produzione e del commercio troviamo la presenza dell’intermediario o dell’imprenditore mafioso, che utilizza la capacità di adoperare la violenza come scorciatoia per la buona riuscita dei suoi affari.
La coltivazione degli agrumi avviene ovunque è possibile trovare l’acqua per irrigarli. Nel corso dell’800 il loro impianto cambia il volto delle campagne attorno Palermo, oggi è sopravvissuto ben poco. Sono rimaste le espressioni ammirate dei viaggiatori: nel 1876 Franchetti scriveva “ogni palmo di terra è irrigato, ogni albero è curato come potrebbe esserlo una pianta rara in un giardino di orticoltura”.
La prima condizione perché sia possibile l’impianto degli agrumeti è la particolare struttura della proprietà, opposta a quella del latifondo nell’interno. C’è poi la vicinanza della città e del suo porto, e c’è l’abbondanza d’acqua. Sembra strano dirlo, adesso che la penuria d’acqua è una delle certezze della nostra vita. Ma gli agrumeti vivono solo perché le terre sono ricche di acqua. Al punto che nelle campagne attorno a Monreale l’arcivescovo – a cui per antico diritto tutte le acque appartengono – nemmeno le vende ma le distribuisce seguendo un ruolo di distribuzione che nelle sue prime varianti risale alla metà del XV° secolo.
Il boom dei profitti legati alle coltivazioni agrumarie scombina equilibri secolari, cresce il valore dell’acqua e di quanti ne regolano la distribuzione. Gli agrumi necessitano di irrigazioni ravvicinate, vengono impiantati anche su terreni precedentemente incolti. E l’acqua diventa un bene prezioso, per cui si accende una feroce competizione. Su questo sfondo agiscono degli uomini pronti a sfruttare sino in fondo la congiuntura favorevole, che riescono a controllare in maniera monopolistica una risorsa diventata preziosa. È la nascita della mafia dell’acqua. Da allora avrebbe aggiunto altre variabili al controllo del territorio, senza mai abbandonare il primo campo in cui aveva sperimentato se stessa.
I contrasti fra i vari gruppi di guardiani per il controllo delle acque sono all’origine delle prime guerre di mafia, che storicamente contrappongono i palermitani ai monrealesi. Succedeva che l’acqua tendesse a sparire prima d’arrivare in città, in un’apparente lunga serie di usurpazioni che nessuno sembrava in grado di evitare. In realtà le usurpazioni segnavano l’equilibrio dei rapporti di forza all’interno del territorio controllato, erano i guardiani a regolarle. Ne seguirono scontri fra le varie fazioni, uccisioni, processi.
I modi in cui si forma lo Stato unitario, in grado di controllare solo i macroelementi del sistema, ha da sempre lasciato lo spazio per l’affermarsi di una rete di associazioni che diventano visibili solo quando si forzano gli equilibri. Una calamità o una congiuntura favorevole vanno a disturbare rapporti consolidati, richiedono un nuovo assestarsi. E il boom agrumario ha per protagonista dei borghesi di tipo particolare, uomini che Franchetti definisce “facinorosi della classe media”.
Tutto rapportabile ad oggi, cambiando magari l’agrumicoltura con la sanità? Si può fare, con una differenza non da poco però.
All’epoca del boom agrumario i limoni dovevano vendersi, c’era la speculazione e la mafia ma c’era anche un prodotto. Da curare al meglio, per venderlo con più guadagni. Oggi il vero affare sono i flussi finanziari che si spera di attivare dall’esterno. Offriamo ben poco sul mercato, siamo un’isola di consumo puro, la concorrenza e la competizione non sappiamo che siano. Non dovendo vendere niente, niente ha bisogno d’essere curato.

Pubblicato su “la Repubblica Palermo”, 24 febbraio 2004.