Augusto Cavadi

Le radici teologiche del peccato di mafia

“La mafia non è peccato. Se devi confessarti, scegliti un prete intelligente che capisca queste cose e non la faccia troppo lunga”. Se questo consiglio il dottor Guttadauro, medico presso l’Ospedale Civico di Palermo e presunto boss del quartiere Brancaccio, l’avesse manifestato in un pubblico intervento, non sarebbe il caso di occuparsene: si potrebbe legittimamente supporre, infatti, che egli avesse parlato in malafede solo per persuadere capziosamente gli ascoltatori di una tesi da lui stesso in realtà ritenuta infondata. Ma, parola più parola meno, è – secondo i resoconti giornalistici – quanto egli ha pronunziato nel segreto della propria casa, confidandosi con persone amiche e non sospettando minimamente di essere intercettato dalle microspie della polizia. Dunque è molto più probabile che egli abbia formulato a voce una convinzione autentica, radicata, sincera: che merita, dunque, di essere ascoltata con l’attenzione – e direi quasi il rispetto – che meritano le convinzioni profondamente personali.
Ascoltata, ma anche discussa e criticata.
Prima di tutto perché se è vero che nessuno abbandona un’opinione espressa solo sofisticamente per tattica dialettica, almeno sino a quando gli risulta conveniente sostenerla, non si può escludere che, riflettendo con calma, si possa modificare un’idea maturata lentamente e in piena coscienza. Secondariamente perché, al di là delle intime persuasioni – attuali e future – del dottor Guttadauro, la sua teoria è diffusa fra centinaia, forse migliaia di altri cittadini che militano in “Cosa Nostra” o che, per le ragioni soggettive più svariate, con essa collaborano contribuendo a costituire quel sistema di potere articolato che è, al di là delle immagini romanzate, la mafia siciliana.
Allora: essere mafiosi e contemporaneamente cristiani è lecito? Ho avuto bisogno di due volumi, pubblicati col titolo eloquente “Il vangelo e la lupara”, per raccogliere gli elementi di riflessione più significativi offerti in proposito negli ultimi decenni da teologi, storici, sociologi, filosofi e magistrati: non posso sperare dunque di sintetizzare in poche righe la risposta. Comunque, pur rischiando la schematicità, direi che apparentemente non c’è nessuna incompatibilità fra fedeltà a Cristo e militanza mafiosa, ma che - in realtà – siamo di fronte ad un’alternativa secca, irrimediabile.
Se sfogliamo il catechismo della Chiesa cattolica o di altre chiese protestanti operanti in Sicilia e, più in generale, nel Meridione italiano, non troviamo in effetti citato nessun peccato di mafia. Se poi interroghiamo la storia delle associazioni mafiose dalla loro data di nascita – intendiamo solitamente dall’ unificazione italiana (1860) – ad oggi, incontriamo boss che pregano, che meditano la Bibbia, che ricevono preti per confessare i peccati e per chiedere celebrazioni eucaristiche, che erigono altarini all’esterno delle loro villette e altari nelle cappelle interne: da Michele Greco detto non a caso “il papa” ad Pietro Aglieri, lettore di teologia e di mistica, gli esempi potrebbero moltiplicarsi senza difficoltà. La foto di gruppo con il parroco, il sindaco ed il capomafia – l’uno a fianco all’altro, tutti e tre in prima fila – in processione dietro la statua della Madonna o di Sant’Antonino è rintracciabile negli archivi di moltissimi Comuni isolani. Dunque la religione cristiana è stata di fatto, incontestabilmente, compatibile con la pratica mafiosa. Ma il cristianesimo è una religione? O, per essere più precisi, è solo o principalmente una religione? La domanda può stupire solo chi è totalmente ignaro del dibattito teologico europeo degli ultimi cento anni. Chi invece ha qualche notizia in proposito sa che, in ambito protestante prima e cattolico dopo, si è andata configurando con sempre maggiore nettezza la separazione, o per lo meno la distinzione, fra religione e fede: intendendo per “religione” un insieme di testi, riti, istituzioni, simboli (e così via) attraverso i quali si manifesta (o si dovrebbe manifestare) quell’atteggiamento interiore di fiducia in Dio e di dedizione agli esseri viventi che chiamiamo “fede”.
L’importanza decisiva di questa differenza scaturisce dalla constatazione, evidente quanto sconvolgente, che Gesù ha vissuto e testimoniato molto la fede (come affidamento al Dio dell’amore e della solidarietà universale) e poco, o niente, la religione (come obbedienza a precetti, divieti, consuetudini faticosamente elaborati dalle caste sacerdotali e da queste stesse modificati continuamente e arbitrariamente). “Non è l’uomo fatto per il Sabato, ma il Sabato per l’uomo”: così, per scegliere un esempio fra cento, il maestro di Nazareth ha provocatoriamente giustificato il primato della giustizia e della libertà rispetto agli ordinamenti ecclesiastici (e, potremmo aggiungere col senno di poi, rispetto ai politici come Bush o Berlusconi che sbandierano la “religione” in misura esattamente inversa a quanto praticano la “fede”).
Se tutto questo è – almeno nella sostanza – vero, si intuisce facilmente che il mafioso può seguire senza troppi intoppi il cristianesimo come religione, dunque come corteccia esteriore e strumentale, ma non certo il cristianesimo come fede, dunque come consapevolezza della propria fragilità creaturale e come incessante servizio a favore della vita. Se il test conclusivo, al termine della propria esistenza terrena, consistesse nel rispondere alla domanda su quanti rosari si sono recitati o su quanti terreni sono stati donati ai vescovi per costruire cappelle, certo non pochi mafiosi sarebbero “promossi” ai vertici paradisiaci. Purtroppo per loro – per fortuna per tanti altri, magari atei o indifferenti ai dibattiti dogmatici – il profeta di Galilea, almeno secondo la testimonianza del Nuovo Testamento, chiederà loro se hanno coltivato la dignità dei fratelli, se hanno alimentato la libertà degli oppressi, se hanno avuto rispetto per il sudore di chi lavorava onestamente e sfamava la famiglia. Chiederà loro se hanno lasciato il mondo migliore o peggiore di come l’hanno trovato, se hanno sfigurato il volto degli innocenti, la trasparenza delle acque, la purezza dell’aria, il profumo dei boschi. Chiederà loro se hanno custodito e promosso il benessere di uomini e animali o se non hanno utilizzato brutalmente gli uni e gli altri (anzi: gli uni contro gli altri) per capitalizzare potere e denaro. A quel punto forse molti si accorgeranno di quanto possa essere illusorio conciliare, nella propria testa e nelle proprie mani, il vangelo e la lupara.

Pubblicato su “la Repubblica Palermo”, l’1 aprile 2003