Amelia Crisantino

Linea di confine

Cos’è un confine? Poco più che una formalità nell’Europa dell’euro o simbolo insanguinato in tante parti del mondo, il confine segna un’appartenenza. Fisica ma soprattutto ideale, di radici che affondano in un humus comune e ci si capisce al volo. Così, sullo scenario dell’economia globale, le comunità virtuali degli scacchisti, dei coltivatori d’orchidee, dei suonatori di clavicembalo o dei tifosi della Roma creano nuovi territori d’appartenenza simbolica, le cui linee di confine attraversano ogni componente.
Le comunità virtuali sono immateriali, come dire il trionfo dello spirito sulla mera fisicità dei corpi. Si può appartenere a più comunità, perché suonare il violoncello non ostacola l’amore per i romanzi inglesi o la cucina francese, né tifare per la Roma impedisce che ci si appassioni al canottaggio. Ci sono però delle esclusività, per cui sarebbe considerato con sommo sospetto chi, ben inserito nella comunità dei romanisti, fosse visto bazzicare nei pressi della rivale comunità laziale. Quasi lo stesso sospetto che una banda di ladri riserverebbe a chi fra loro diventasse amico d’uno sbirro integerrimo, ché subito lo sospetterebbero d’aver fatto l’infame a danno loro e degli amici. In questo caso rientriamo fra le incompatibilità: i confini seguono linee che servono a creare separazioni ed erigere barriere, lo spartiacque crea mondi non comunicanti. Dove i codici che veicolano le comunicazioni rimandano a un comune sentire, che mentre affratella esclude il mondo esterno.
In Sicilia la classe politica al potere s’è spesso trovata a praticare una sua vocazione bordeline e, come se niente fosse e accampando il comune sentire, a coltivare duraturi rapporti di scambio con esponenti di un mondo da cui uno di quei confini invisibili ma non per questo meno tenaci dovrebbero separarla. All’indomani dell’Unità d’Italia era già così, i “conniventi di civil ceto” rappresentavano lo Stato nelle occasioni ufficiali e provvedevano a svuotarlo dei suoi contenuti liberali nella pratica quotidiana, trasformando ogni minimo diritto in favore elargito.
Resta la riflessione che anche la decenza ha le sue leggi. E, al di là degli accertamenti giudiziari e delle ipotesi di reato, l’allontanamento di personaggi che risultano avere un’ambigua confidenza con ambienti in odor di mafia dovrebbe essere doverosa per una coalizione al governo. Specie quando c’è il rischio che tali personaggi possano coincidere con i pubblici amministratori. Ma pare che si tratti d’una scelta difficile e dolorosa, e in Sicilia non s’è mai fatta. A cominciare da quando il barone Turrisi Colonna dava ospitalità ai banditi nelle sue masserie e al contempo, protagonista d’un conflitto d’interessi in sedicesimo, nella duplice veste di uomo politico e padrone del giornale Il Precursore tuonava indignato contro l’inefficienza dello Stato, per finire agli andreottiani di Sicilia e ai tanti squallidi personaggi che hanno popolato le cronache, sempre s’è fatto il contrario. La poca partecipazione e il latitante senso civico sono stati amorosamente coltivati da una classe politica che trovava nella povertà e nell’ignoranza dell’elettorato le condizioni essenziali per la propria sopravvivenza. E non si tratta di chissà quando.
All’inizio degli anni ’80 la sociologa americana Judith Chubb condusse uno studio su clientelismo, potere e povertà nel sud dell’Italia: studiò la genesi del potere democristiano a Palermo, ne analizzò le basi sociali. L’intreccio fra pubblica amministrazione, classe media improduttiva in buona parte coincidente con la burocrazia regionale, mafia e sottoproletariato apparve inestricabile. I soggetti più deboli erano l’anello finale delle catene clientelari, utilizzate dal partito al governo per mantenere ed esaltare condizioni di sottosviluppo che in ultima analisi s’identificavano col suo mantenimento del potere. Perché in questo quadro solo lo sviluppo può far saltare gli equilibri, solo la consapevolezza può mandare all’aria i giochi. L’accorta distribuzione di favori, licenze, sovvenzioni, impieghi e pensioni serviva a mantenere costanti le percentuali del consenso. Era ininfluente che le risorse da distribuire fossero poche, che non bastassero a soddisfare tutte le richieste. L’importante era controllare i flussi, avere la capacità di chiudere o parzialmente aprire i rubinetti della spesa pubblica e diffondere la certezza che, se dentro il meccanismo clientelare le speranze d’ottenere un beneficio potevano sembrare poche, fuori non ne restava nessuna. Il partito gestiva al contempo l’amministrazione del consenso e il mantenimento del sottosviluppo: la mafia sembrava uno strumento come un altro, solo più efficace.
Nel nostro mondo accelerato gli anni trascorsi dall’analisi di Judith Chubb sono molti eppure, così come nella moda torna lo stile dei decenni trascorsi, in politica ridiventa visibile ed esibito il fare arrogante di chi sente d’avere dalla sua parte il consenso popolare e lo mantiene vivo esaltando quanto di più retrivo ci possa essere nel suo elettorato. In Sicilia fa parte del linguaggio comune dire sbirro e infame? Ma comune a chi?
Spetta agli organi competenti giudicare in quali casi viene superaro il limite fra l’essere simpatizzante e l’essere colpevole, alla coalizione il designare un gruppo di studio per ritrovare gli smarriti confini della decenza.

Pubblicato su “la Repubblica Palermo” con il titolo “Il confine della decenza”, 2 marzo 2002