Niccolò Mignemi

Seminare le terre di mafia.
Le cooperative di Libera Terra in Sicilia come esperienza di sviluppo locale.

La presente ricerca, realizzata grazie ad una borsa di studio della Fondazione “Angelo Frammartino” di Monterotondo (RM) (http://www.angeloframmartino.org), vuole indagare l’esperienza delle cooperative siciliane legate a Libera Terra, analizzando come in esse il contrasto alla mafia non si collochi unicamente sul piano delle scelte etico-morali, ma coinvolga anche la dimensione degli interessi materiali, tanto da meritare di essere valutata sul piano della sua capacità di influenzare i processi di sviluppo locale. La possibilità del riutilizzo sociale dei beni confiscati, tramite la loro assegnazione a titolo gratuito a soggetti della società civile, diviene così un’occasione per restituire alla collettività ciò che le era stato illecitamente sottratto, trasformandolo allo stesso tempo in un’occasione di concreto riscatto. Ciò è stato reso possibile grazie alla legge 7 marzo 1996, n. 109, che si configura dunque come una continuazione ed una sorta di compimento della legge 13 settembre 1982, n. 646, nota anche come “legge Rognoni-La Torre”, la quale, proprio intuendo l’importanza dell’attacco alle ricchezze accumulate illecitamente dalla criminalità organizzata, oltre ad introdurre il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, aveva previsto una serie di misure di carattere patrimoniale, tra cui il sequestro e la confisca dei beni di cui non fosse stata dimostrata la legittima provenienza. Il progetto Libera Terra in Sicilia fu il primo vero esperimento tentato nello spazio d’opportunità aperto dal provvedimento del ’96. Avviato nel 2000, grazie all’azione congiunta dell’associazione Libera, dell’allora prefetto di Palermo Renato Profili e del Consorzio Sviluppo e Legalità, costituitosi tra diversi Comuni dell’Alto-Belice Corleonese, esso portò, nel giro di pochi mesi, ad un bando pubblico per la selezione di quindici giovani disoccupati ed alla costituzione della cooperativa sociale Placido Rizzotto, a cui sarebbero poi stati assegnati in comodato d’uso gratuito oltre 150 ettari di terreni agricoli confiscati. Nonostante le non poche difficoltà iniziali, l’esperienza si è nel tempo consolidata, ampliandosi anche ad altre regioni del Mezzogiorno ed accreditandosi a livello nazionale con prodotti riconosciuti non solo per il loro indiscutibile valore etico, ma anche per le loro caratteristiche qualitative. A partire dalle testimonianze dirette di diversi soggetti a vario titolo coinvolti nel progetto, integrate dalla raccolta di una serie di documenti che permettono di ricostruirne il percorso evolutivo, la ricerca esplora le tappe principali di questa prima esperienza ed il tessuto di relazioni che essa ha saputo costruire nel tempo, tanto in ambito locale quanto a livello nazionale. Nata come progetto pilota, la Placido Rizzotto è oggi la manifestazione concreta del fatto che, anche nelle zone fortemente condizionate dal peso delle mafie, è possibile uno sviluppo alternativo, tanto sul piano sociale quanto su quello economico: non un'”oasi felice in mezzo al deserto”, ma piuttosto il potenziale catalizzatore di dinamiche differenti capaci di sottrarre alle mafie il favore del territorio, smascherandone così i meccanismi di sfruttamento e di impoverimento.

Il testo del saggio si trova su: http://www.angeloframmartino.org/images/stories/Niccol_Mignemi_-_Seminare_le_terre_di_mafia.pdf