Morte di Badalamenti

prot. 92/04 palermo, 30. 04. 2004
Sulla morte di Gaetano Badalamenti

La morte di Gaetano Badalamenti chiude la vicenda giudiziaria che lo ha visto protagonista come mandante dell’omicidio di Giuseppe Impastato e suggerisce alcune riflessioni su più di un ventennio di lotte per avere verità e giustizia e più in generale sulla mafia e sull’antimafia degli ultimi decenni.
Il nome di Badalamenti come principale responsabile dell’omicidio di Impastato fu fatto subito dopo il delitto dai familiari che ruppero con la parentela e la cultura mafiosa, dai compagni di militanza e da noi del Centro siciliano di documentazione. Purtroppo la pista seguita dagli investigatori fu quella dell’attentato terroristico e del suicidio e successivamente, una volta smantellata quella montatura, si dette eccessivo credito alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta che dava Badalamenti per “posato”, cioè espulso da Cosa Nostra già nel periodo in cui era avvenuto l’assassinio di Impastato.
Nonostante il nostro impegno quotidiano, concretatosi in innumerevoli esposti, c’è voluta la dichiarazione di un collaboratore di giustizia, appartenente al clan Badalamenti, per individuare nel capomafia di Cinisi il mandante dell’omicidio e per il rinvio a giudizio e l’apertura del processo, conclusosi l’11 aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo.
Badalamenti è stato indicato come “perdente” nella guerra di mafia dei primi anni ’80 e in effetti lo scontro con i corleonesi fu vinto sul piano militare da Totò Riina e Bernardo Provenzano, ma dopo la reazione delle istituzioni, gli arresti, i processi e le condanne, il “modello mafioso” che si è affermato negli ultimi anni è in definitiva quello di Badalamenti. Cioè quello della mediazione, della signoria territoriale esercitata capillarmente, del controllo della violenza, rivolta contro avversari irriducibili come Impastato (ricorrendo al camuffamento) ma non contro uomini delle istituzioni, dell’intreccio tra attività illegali, a cominciare dal traffico di droga, e legali, con la costituzione di imprese e la corsa agli appalti, che si avvale di un sistema di relazioni con professionisti, imprenditori, amministratori e politici che è stato e rimane il vero punto di forza dell’organizzazione mafiosa. Oggi più d’uno parla di “borghesia mafiosa” ma per molti anni le nostre analisi sono state considerate esercitazioni estremistiche.
Le inchieste degli ultimi mesi sono lì a dimostrare che questo modello è vivo e vegeto e che ai successi ottenuti sul piano repressivo contro l’ala militare si contrappongono gli scarsi risultati registrati sul terreno dei rapporti tra mafia e politica. Ma questo terreno non può essere interamente delegato alla magistratura. Alle ultime elezioni politiche sono stati candidati ed eletti a suon di voti personaggi sotto processo per mafia e alle prossime elezioni europee troveremo in lista candidati sotto inchiesta ancora per rapporti con mafia e dintorni. L’autoregolazione dei partiti politici auspicata dalla relazione su mafia e politica del lontano 1993 è rimasta un pio desiderio.
Umberto Santino
Presidente del Centro Impastato