Sul no degli Stati Uniti all’estradizione di Badalementi per il processo Impastato
La giustizia degli Stati Uniti è nota in tutto il mondo per la facilità con cui emette ed esegue condanne a morte e recentemente aveva dato un grande segnale di civiltà giuridica assolvendo i responsabili della strage del Cermis. Com’era prevedibile, ora ha aggiunto un’altra perla negando l’estradizione del capomafia Gaetano Badalamenti, sotto inchiesta per l’omicidio di Peppino Impastato, adducendo motivi di salute e di sicurezza.
Come ha già dichiarato Giovanni Impastato, le motivazioni, in apparenza tanto gravi da non concedere neppure un trasferimento temporaneo, in realtà sono ridicole, ma il fatto che Badalamenti non possa essere presente a Palermo non deve arrestare il corso della giustizia. Se è necessario, andremo negli Stati Uniti per partecipare, come parte civile, all’udienza preliminare e daremo il nostro contributo perché la vicenda processuale, a più di vent’anni dal delitto, arrivi al suo sbocco naturale: l’incriminazione e la condanna dei responsabili, Badalamenti in testa.
Non c’è invece nessuna novità sul fronte dell’inchiesta sul depistaggio, che per noi non ha minore importanza della punizione dei mandanti e degli esecutori del delitto. Se il reato di depistaggio è nel frattempo caduto in prescrizione, rimane un amplissimo spazio per l’attività di un organo come la Commissione parlamentare antimafia, ma anche quella regionale potrebbe avere la sua parte. Dopo l’incontro dei rappresentanti del Centro Impastato con il comitato appositamente costituito all’interno della Commissione, avvenuto lo scorso febbraio, nel corso del quale abbiamo presentato un promemoria scritto assieme alla documentazione raccolta nel volume L’assassinio e il depistaggio, non sappiamo se e come sia proseguito il lavoro.
Andando così le cose, i tempi già lunghi diventeranno lunghissimi, e la “certezza del diritto” sarà sempre una meta lontana. Ma, nonostante tutto, continuiamo a pensare che ognuno deve fare fino in fondo la propria parte. Ed è quello che faremo, accanto alla madre e al fratello di Peppino che in tutti questi anni hanno dimostrato che la rottura con la cultura mafiosa, in continuità con l’impegno di Peppino, è stata una scelta irreversibile. Un esempio che avrebbe meritato ben altra attenzione rispetto a quella riservata a tanti protagonisti di un’antimafia episodica o da vetrina.
Umberto Santino, presidente del Centro Impastato