Sull’omicidio di Filippo Basile
Il Centro Impastato esprime il più vivo cordoglio per l’omicidio del dirigente regionale Filippo Basile e invita a una seria riflessione sulla situazione.
In questi ultimi anni, dopo le stragi del ’92 e del ’93 si è assistito a uno spettacolo dominato dalla polarizzazione. Si sono alternati trionfalismi e allarmismi: si è dichiarata la disfatta di Cosa nostra, si è proclamata Palermo capitale mondiale della legalità, ma non sono mancate occasioni (la ripresa dei delitti, la chiusura di un’attività artigianale o commerciale da parte di chi non ce l’ha fatta a sopportare il peso quotidiano del racket) per dichiarare che Palermo non è cambiata e non può cambiare.
Noi crediamo che tra trionfalismo e disperazione ci sia un immenso terreno che può essere convenientemente coltivato con un’analisi adeguata e un progetto conseguente. La mafia non è stata sconfitta ed è ben lontana dall’essere scomparsa. Ma questo non può significare ignorare i colpi che ha ricevuto: molti capimafia, generali e ufficiali dell’ala militare, per anni latitanti (quasi tutti nei pressi della propria abitazione), sono stati arrestati, processati e puniti. Ci sono ancora boss latitanti, a cominciare da Bernardo Provenzano, ma prima latitanza e impunità erano la regola, mentre negli ultimi anni c’è stata un’indubbia inversione di tendenza.
Il fatto che da anni non ci sono delitti eclatanti ha fatto pensare che ormai la guerra contro la mafia fosse vinta e più d’uno ha ritenuto che fosse il caso di tornare alla “normalità”, abolendo o edulcorando misure legislative ideate e applicate nell’ottica dell’emergenza. Ancora non si è capito che la mafia non è un’emergenza, un fenomeno temporaneo, congiunturale, che esiste solo quando spara. Anche oggi, dopo l’assassinio di Basile, si dice che la mafia si è ripresa, come se ci fosse bisogno dell’omicidio per dimostrare la vitalità di Cosa Nostra, e che ha ricomposto i suoi ranghi decimati dagli arresti e dalla lievitazione del numero dei mafiosi collaboratori di giustizia.
Anche la società civile ha operato in un’ottica di emergenza: grandi manifestazioni unitarie dopo i delitti con vittime illustri e le stragi, poi ognuno è tornato a coltivare il proprio orticello, anche se qualche iniziativa è riuscita ad andare avanti, come per esempio “Palermo apre le porte”, che ha coinvolto tanti insegnanti e tantissimi studenti.
Non nascondiamo che il “dopo Caselli” a Palermo presenta molti problemi e comprendiamo perfettamente che molti mafiosi abbiano accolto la notizia del suo trasferimento con brindisi e festeggiamenti. Il problema non è solo nominare un successore all’altezza del compito ma che si continui e si rafforzi un lavoro di équipe indispensabile per conseguire risultati significativi. E per questo occorrono uomini e mezzi, occorre un clima politico adeguato, e qui si aprono molti punti interrogativi.
Ma non ci si può limitare all’azione repressiva; si deve riordinare tutta la materia riguardante la mafia e le altre forme di criminalità organizzata, definendo chiaramente le figure di reato, ridefinendo la legislazione sui “pentiti”, uscendo dall’emergenza e dal ricorso ai provvedimenti-tampone e realizzando finalmente una strategia antimafia adeguata a fronteggiare un fenomeno in evoluzione, che continua ad esistere e ad essere pericoloso anche quando non dà segni di visibilità.
Sul piano sociale non basta l’uso dei beni confiscati, che pure ha segnato passi in avanti con la nuova legge: occorre un’antimafia sociale, che ponga in primo piano il problema del lavoro e dello sviluppo, sottraendo alla mafia il controllo sugli appalti e sulle risorse pubbliche. I protagonisti della lotta antimafia non possono essere solo i giudici e gli addetti ai lavori; debbono essere i cittadini che vogliono liberarsi da una tirannia che limita o annulla la loro libertà.
Tutto questo richiede un salto di qualità che sarà possibile solo se istituzioni, forze politiche e società civile sapranno trovare la strada di un impegno comune, in grado di seguire l’evoluzione della mafia siciliana e delle altre mafie e capace di costruire una strategia preventiva che affronti i problemi fondamentali di una società che continua ad essere mafiogena. Proponiamo la costituzione di un Osservatorio-Laboratorio permanente, con sezioni dislocate sul territorio, che si accinga a svolgere questo lavoro, nel rispetto dell’identità e delle competenze di ciascuno.
Umberto Santino, presidente del Centro Impastato