Umberto Santino

Razzismo, mafia e calcio violento

In seguito ai fatti di Catania si è parlato di rapporti tra mafia e tifoserie violente come pure del ruolo di alcune formazioni politiche, in particolare di estrema destra, nell’organizzazione dei gruppi di ultras. Il tema era già stato affrontato soprattutto per alcune squadre come la Lazio, il Verona e l’Inter e alcune città come Roma, Verona e Milano, dove risulta evidente l’ispirazione neofascista e dichiaratamente razzista delle tifoserie, con striscioni che recano scritte come: “Squadra de negri, curva d’ebrei” (contro la Roma), “Hitler: con gli ebrei anche i napoletani” (interisti allo stadio di San Siro), “Negro go away” (i tifosi del Verona che mostrano un pupazzo di colore impiccato). Ora i giornali hanno dato notizia della comparsa dell’acronimo Acab (All cops are bastards: Tutti i poliziotti sono bastardi) in varie città e di scritte inneggianti all’uccisione del poliziotto catanese. A Torino ci si augura “un altro Raciti” e a Livorno qualcuno che si autodefinirebbe “di sinistra” ha scritto: “Vendicato Carlo Giuliani”.
Sono state pubblicate mappe delle tifoserie, classificate a seconda dell’appartenenza. I gruppi ultras sarebbero 700 e mobiliterebbero 60 mila persone. Ce ne sono di destra, di estrema destra, di sinistra e di estrema sinistra. Sono di estrema destra i Viking juventini e interisti, gli Irriducibili laziali, i Boys romanisti, i Decisi e gli Ultras Ghetto di Catania. A destra si collocano vari club di Torino, Milano, Udine, Firenze, Roma, Reggio Calabria, Palermo. Gruppi di tifosi di sinistra a Empoli, Livorno, Roma, Palermo; di estrema sinistra a Bergamo, Livorno e Roma. Ce ne sono anche di non politicizzati. Siano veritiere o meno queste etichette, i tifosi violenti hanno in comune l’aggressività, la voglia di scontro con le forze dell’ordine e l’attrezzatura per sostenerlo, dal coltello alla spranga, dall’arma da fuoco alla bomba carta. Questa pratica della violenza avrebbe matrici diverse, ma con una netta prevalenza di quella neofascista, e sarebbe transclassista, coinvolgendo gli emarginati dei sobborghi e i giovani bene. Fa da carburante l’uso di stupefacenti, dalla cocaina all’ecstasy. A Catania si stanno esplorando gli ambienti di estrema destra, delle bande giovanili presenti in alcuni quartieri (Librino, San Giorgio, Monte Po), più o meno direttamente legate ai fascisti di Forza nuova.
Di rapporto di organizzazioni mafiose con le tifoserie ha parlato in un’intervista Enzo Bianco, ma i riferimenti sono generici. Sarà bene avere un’idea, anche approssimativa, di cosa è stata e cos’è la mafia a Catania. Fino a qualche anno fa si diceva che la città faceva parte della Sicilia babba, cioè senza mafia, in base a una rappresentazione della Sicilia nettamente divisa tra occidentale e mafiosa e orientale e non mafiosa. Com’è noto, un giornalista e scrittore come Giuseppe Fava ha avuto problemi a far accettare le sue analisi secondo cui la mafia c’era anche a Catania, almeno a partire dagli anni Settanta. Nell’analisi di Fava la congerie dei gruppi che praticavano le estorsioni su una città prevalentemente mercantile compie un salto di qualità entrando nel business della droga e il conflitto tra i clan Santapaola e Ferlito, conclusosi con l’uccisione di quest’ultimo sulla circonvallazione di Palermo, nel giugno dell’82, consacra il comando del primo nella Cosa nostra catanese. Contestualmente i rapporti con le banche e le grandi imprese (i “cavalieri”), con il mondo politico-istituzionale, segnano la nascita di una borghesia mafiosa.
L’ultima Commissione antimafia non è stata in missione a Catania e le informazioni sul quadro attuale possono ricavarsi da altre fonti e dalle indagini in corso. Il clan Santapaola, decimato ma ancora in vita, sarebbe diviso in due: il gruppo Ercolano-Mangion e i figli di Santapaola da un lato, dall’altro i fratelli del boss. Altri gruppi, al di fuori di Cosa nostra: il clan Laudani, alleato di Santapaola; contrapposti: il clan dei “cursoti” di Giuseppe Garozzo, il clan dei “carcagnusi” di Santo Mazzei e dei luogotenenti Angelo Privitera e Sergio Gandolfo, i clan Sciuto, Cappello-Pillera. In provincia operano il clan Toscano-Mezzaglia-Tomasello, Santangelo (Paternò) e La Rocca (Caltagirone). Il sistema di rapporti va dai soggetti altolocati, con le infiltrazioni nella pubblica amministrazione, il condizionamento degli appalti e il coinvolgimento di politici, agli strati marginali del centro e delle periferie.
Bisognerebbe saperne di più: i clan mafiosi finanziano i club dei tifosi, li forniscono di armi e di esplosivi, partecipano agli scontri, hanno in comune affiliati e “simpatizzanti”, o ne condividono soltanto la cultura della violenza e l’odio per gli sbirri? Le bande giovanili dei quartieri degradati che rapporto hanno con i gruppi mafiosi? Sono un vivaio, sono collaterali o concorrenti, possono evolversi in mafie? Per rispondere a questi interrogativi non si aspetti il prossimo morto. C’è voluto l’assassinio di Filippo Raciti per scoprire che il custode dello stadio era un pregiudicato e dava man forte ai teppisti custodendone l’arsenale. Comunque, se si vuole combattere la mafia in tutte le sue articolazioni, bisogna evitare i discorsi generici e d’occasione, che ripropongono lo stereotipo “tutto è mafia”, con il rischio di non vederla quando c’è realmente. Non è una novità. Ma quello che bisognerebbe capire che, con o senza mafia, il calcio è diventato, di per sé, un fenomeno criminogeno.

Pubblicato su “Repubblica Palermo” del 10 febbraio 2007