Contro il racket
Pubblicato il: 30 Agosto 2025
Giovanni Burgio
La difficile lotta nell’anniversario di Libero Grassi
Nei giorni in cui si ricorda a Palermo l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi è avvenuto nel quartiere mafioso di Brancaccio un fatto che sintetizza questi 34 anni di contrasto al racket. Un tortuoso e quanto mai difficile contrasto tra il controllo del territorio da parte delle cosche e la labile presa di coscienza e iniziale rivolta sociale del mondo commerciale.
Il titolare di un’officina di pneumatici, di un parcheggio e di altre attività commerciali, alle pressanti richieste di pizzo, dapprima si rivolge ai boss della zona per sistemare le cose, ma poi non ricevendo un’adeguata copertura va dai carabinieri e denuncia gli estortori.
Si è verificato, cioè, un percorso che partendo dall’abitudine a cercare protezione va verso l’orgoglio di svolgere il proprio lavoro liberamente e senza condizioni. Una via di mezzo fra vecchie consuetudini e nuove strade da percorrere.
Ai primi di luglio per incutere timore si erano presentati in otto a bordo di quattro grossi scooter. Le possibilità erano tre: o si versavano 1.500 euro mensili, o si davano 15.000 euro in un’unica soluzione, o si sarebbe dovuto accettare nella ditta la presenza di un uomo del clan. Dopo avere tergiversato un po’, l’imprenditore si rivolgeva ai boss, chiedendo l’intervento di chi già nel passato era intervenuto in suo favore, Cosimo Fabio Lo Nigro. Questi però gli faceva capire che nulla poteva contro “quei pazzi scatenati. Questi ci vogliono fare andare tutti in galera”.[1]
Dopo ulteriori insistenze, minacce e violenze fisiche, l’impresario ha deciso di andare in caserma e dire tutto quello che sapeva alle forze dell’ordine. Seguendo le indicazioni dell’uomo e dopo qualche appostamento sono stati arrestati il 22 agosto Filippo Bruno, figlio del boss Natale, e Francesco Capizzi detto bicicletta.
Il Gip nell’ordinanza di custodia cautelare ha definito la denuncia dell’imprenditore come “evento straordinario”, e questo perché negli ultimi anni tutta la zona di Brancaccio si è distinta per una vasta e diffusa omertà adottata dagli operatori commerciali, che pur in presenza di riscontri evidenti hanno negato le richieste di pizzo. E infatti i pubblici ministeri di quest’inchiesta hanno descritto questa parte di città un “famigerato rione connotato storicamente e sul piano giudiziario da un elevatissimo tasso di endemica omertà”.[2]
Inoltre, la circostanza che un personaggio del calibro di Cosimo Fabio Lo Nigro non sia potuto intervenire per alleggerire le richieste estorsive conferma che nelle famiglie mafiose palermitane regna una lotta continua e sotterranea fra vecchie figure e nuove leve, fra reggenti temporanei e scarcerati di peso. A Brancaccio in particolare, oltre ai tre componenti del triumvirato che negli anni scorsi hanno retto la famiglia, Nino Sacco, Cesare Lupo e Giuseppe Faraone, gli altri personaggi di rilievo rimangono Girolamo Celesia, Antonio Lo Nigro (cugino di Cosimo) e Giuseppe Arduino. Non dimenticando Giuseppe Guttadauro, “il dottore”.
Ma sono nomi e ruoli che possono essere stati contestati, e quindi sostituiti, da soggetti nuovi e agguerriti. “Nuove leve” che vogliono farsi spazio nel vuoto lasciato dai continui arresti dei capi.
[1] Michele Giuliano, Pressioni e botte per il pizzo. A Brancaccio c’è chi si ribella, Giornale di Sicilia, 23.8.25, pg. 13; Riccardo Lo Verso, “Quei pazzi scatenati”, 8 persone in scooter: la ′squadraccia′ del pizzo, LiveSicilia.it, 26.8.25.
[2] R. Lo Verso, ibidem.







