Lotta all’estorsione

Pubblicato il: 23 Febbraio 2026

Giovanni Burgio

Due arresti per estorsione

Giovedì 5 febbraio sono stati arrestati a Palermo Giuseppe Vernengo e il figlio Giusto, accusati di estorsione e violenza privata esercitati con metodo mafioso, su un imprenditore edile (di cui non è stato reso noto il nome) che li aveva denunciati.

I due arrestati portano un cognome pesante nella storia di Cosa Nostra palermitana. Infatti sono imparentati con i fratelli Antonino e Pietro Vernengo, due personaggi, oggi deceduti, che negli anni ottanta hanno ricoperto un ruolo importante nella seconda guerra di mafia a fianco dei corleonesi. Entrambi erano gestori di una raffineria di droga in via Messina Marine, e Pietro Vernengo, ergastolano condannato al maxiprocesso, nel 1991 si rese artefice di una rocambolesca fuga dall’ospedale Civico di Palermo.

La famiglia mafiosa di appartenenza dei Vernengo è quella di S. Maria di Gesù, il territorio dove svolgono i loro affari è quello di Corso dei Mille. È proprio in questa zona a est della città che un imprenditore edile, impegnato nella costruzione di un edificio pubblico, dopo anni di minacce e vessazioni, a gennaio 2026 ha deciso di denunziarli.

La storia ha inizio nel 2017 quando il giovane Giusto non solo impedisce l’entrata dei camion nel cantiere posteggiando alcune macchine davanti l’ingresso, ma minaccia di “non fare lavorare la ditta a Palermo”. Passa qualche anno e nel febbraio 2022, essendosi ripetuta la medesima azione ostruttiva al cantiere, l’imprenditore chiama i vigili per far rimuovere le auto. La reazione rabbiosa di Giusto Vernengo si materializza immediatamente in aggressioni verbali e con un violento schiaffo.

Nel 2023 è il padre “Pippo” che reitera le intimidazioni e avanza le richieste di denaro. All’inizio dell’anno chiede 2.000 euro “per gli amici”; a settembre altri 2.000 euro come prestito. Somme che l’imprenditore, preso alla sprovvista e per tergiversare, versa in parte, 1.500 euro in tutto.

A dicembre 2025 è di nuovo Vernengo padre che minaccia un figlio dell’imprenditore con una mazza da baseball. Inoltre, rivendica il ruolo di “detentore” della strada e afferma che senza il suo permesso “non si sposta neanche un sasso o una pianta”.

Infine, a gennaio 2026, un potente petardo esplode nell’edificio in costruzione e un altro ordigno viene ritrovato inesploso nel cantiere. A questo punto l’imprenditore decide di denunciare e le indagini conducono agli arresti.

Ci sembra interessante riportare il dialogo tra Giuseppe Vernengo e l’imprenditore. C’è un botta e risposta fra i due: l’estorsore dice di parlare a nome suo e degli “amici”, l’estorto gli risponde che lui come riferimento ha solo le forze dell’ordine, specificando “Io amici non ne ho. I miei amici sono i carabinieri, la polizia, il prefetto”. Vernengo risponde usando un lessico tipicamente mafioso utilizzando con insistenza i termini “sbirri” e “sbirritudine”, che vengono ripetutamente rinfacciati al costruttore edile colpevole di essersi rivolto alla polizia: “Parlate sempre di sbirri. Sempre di sbirritudine parlate. Lei può parlare con gli sbirri, lei può fare quello che vuole. Noi altri parliamo. Noi, gli altri. Ma lei è sempre di sbirritudine. A me mi seccano gli sbirri”.

Come si evince da tutta questa lunga vicenda di velati segnali d’intimidazione, minacce ed esplicite richieste di pizzo, e soprattutto dalle battute fra l’imprenditore e l’estorsore, la lotta fra le vecchie pratiche di controllo del territorio e il libero svolgersi delle attività economiche sarà ancora lunga e faticosa. Bisogna però notare come il cambiamento del clima sociale e culturale avvenuto negli ultimi anni abbia favorito per un verso la capacità di risposta dei soggetti che subiscono le vessazioni, dall’altro la pronta risposta degli organismi istituzionali.

14.2.26

 

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