Le madri dell’antimafia civile
Pubblicato il: 30 Dicembre 2025
Umberto Santino
Le madri dell’antimafia civile
“Io sono la madre dell’infelice Sansone Emanuela che la sera del 27 dicembre 1896 fu assassinata in via S. Polo; ed anch’io nelle stesse circostanze di tempo e di luogo fui gravemente ferita d’arma da fuoco, rimanendo per lungo tempo in pericolo per la vita ed inabilitata al lavoro”. Così comincia il verbale della deposizione di Giuseppa Di Sano, trascritta nel linguaggio dei delegati di Pubblica Sicurezza che la raccolgono e sbagliano la denominazione della strada, attribuendola a un santo, forse il San Polo (Paolo) veneziano, mentre la denominazione corretta doveva essere Sampolo, una famiglia o il Pietro Sampolo, giurista e avvocato ucciso il 17 maggio 1861. Giuseppa dice che gestisce un negozio di merci e di vino, che fornisce di alimenti le Guardie di finanza e i Reali Carabinieri della stazione Giardino Inglese e racconta che alcuni clienti compravano da lei generi vari e volevano pagarli con biglietti e monete falsi. Lei capisce che sono falsi e non li accetta. Qualche giorno dopo nel quartiere ci sono degli arresti e viene individuato lo stabilimento in cui si fabbricavano monete false.
Da quel giorno comincia la persecuzione nei suoi confronti. Nel quartiere ci sono dei mafiosi che fanno parte del gruppo Falde, individuato dal questore Ermanno Sangiorgi come uno dei gruppi in cui si articola la mafia palermitana. Sangiorgi è stato questore a Palermo dal 1898 al 1907 e in una serie di relazioni ha tracciato una geografia della mafia che, rivisitata oggi, dopo un lungo oblio, è di grande attualità. Scrive nella relazione dell’8 novembre 1898: “L’agro palermitano è purtroppo funestato da una vasta associazione di malfattori, organizzata in sezioni, divisa in gruppi; ogni gruppo è regolato da un capo e, secondo il numero dei componenti e la estensione territoriale su cui debba svolgersi la propria azione, a questo capo viene aggiunto un sottocapo. E a questa compagine di malviventi è preposto un capo supremo”. E il questore tiene a sottolineare: “I caporioni della mafia stanno sotto la salvaguardia di Senatori, Deputati ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono, per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi”. Quindi: una mafia strutturata, gerarchica, unitaria, non un’informe congerie di cosche o solo un modello comportamentale, un modo d’essere. Una Cosa nostra ante litteram, un fenomeno criminale ma anche sociale e politico, con un sistema di relazioni che la colloca all’interno di un blocco dominante.
Vengono individuati otto gruppi: Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza, in pratica tutto il territorio della città e dei sobborghi. I mafiosi del gruppo Falde, che sono tra gli arrestati, pensano che la Di Sano abbia informato le forze dell’ordine e la pensano così anche molti abitanti del quartiere, succubi della mafia, che disertano il negozio, la offendono palesemente come “donna da 22 soldi”, cioè spiona. Ma ai mafiosi questo non basta e preparano il delitto. Praticano un foro nel muretto di fronte al negozio e da lì sparano. Un primo colpo ferisce gravemente Giuseppa, un secondo uccide Emanuela, accorsa per soccorrere la madre. Tutto poteva finire qui, con una notizia da cronaca nera e una parodia di inchiesta che non individua né esecutori né mandanti. Un mistero come tanti altri. Ma le cose vanno diversamente: Giuseppa denuncia quelli che ritiene responsabili del delitto, resiste alle minacce, a un secondo attentato, e riesce ad ottenere la condanna di uno degli esecutori. Una vittoria parziale, ma che paga a caro prezzo. Scrive a conclusione della sua deposizione: “E quasi che fossi io la colpevole, mi sono veduta da allora mal vista e sfuggita da tutti, tanto che sono pochi coloro che vengono a fare acquisti nel mio negozio, restringendosi il loro numero agli onesti, che non sentono le influenze della mafia; sicché al danno sofferto, in conseguenza del disastro che mi colpì, e per cui dovetti sostenere ingenti spese e alla piaga insanabile che mi produsse nel cuore la disgraziata morte della diciottenne mia figliola, si aggiunse ora il danno economico prodotto dalla persecuzione della mafia, che non mi perdona una colpa che io mai commisi”.
Il Centro Impastato, la Biblioteca delle donne, il Museo sociale di Danisinni, con il sostegno di varie associazioni, hanno ritenuto di dover far rivivere una storia che Palermo ha dimenticato. È stato piantumato un albero nel Giardino della Memoria di Casa Felicia, nei pressi di Cinisi; è stata apposta una lapide nel luogo del delitto (ma ora al numero 20, dove c’era il negozio, c’è un brutto palazzone); in uno spazio circostante, intitolato ad Antonino Caponnetto, è stata installata un’opera d’arte effimera, e il 27 dicembre al No mafia Memorial si è presentato il volume “Il delitto di via Sampolo. Ricordando Emanuela Sansone e Giuseppa Di Sano”. Più che celebrare una commemorazione, abbiamo voluto dare un contributo alla riconsiderazione del ruolo delle donne nella storia dell’antimafia civile. Emanuela non è, come si è scritto e si continua a scrivere, la prima donna uccisa dalla mafia e Giuseppa non è la prima donna a denunciare e sfidare la mafia. Il 10 marzo 1878 a Palermo scompare la diciassettenne Anna Nocera. Era a servizio presso la casa dei fratelli Amoroso e uno di essi l’ha sedotta e messa incinta e per metterla a tacere l’ha fatta scomparire. Al processo la madre, Vincenza Cuticchia, una donna del popolo palermitano, accusa l’assassino della figlia. Il processo si conclude con nove condanne a morte. E ci sono altre donne che parlano e denunciano. Sono le madri di un’antimafia civile, che trasformano l’amore materno in una presa di coscienza e in una volontà di ribellione a una società che coniuga mafia e patriarcato e vuole le donne succubi e marginali. Si dirà: sono casi individuali, ma nelle mobilitazioni dei Fasci siciliani le donne sono in primo piano e fondano Fasci di sole donne, dando vita a un’esperienza collettiva di protofemminismo. La repressione sanguinosa vorrà cancellare quella stagione di lotte, ma si troverà il modo per riprenderle e nelle lotte contadine le donne continueranno ad essere in prima linea. Da questa storia proviene Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, il sindacalista ucciso nel 1955, e Felicia Bartolotta, la madre di Peppino Impastato, apre un nuovo ciclo di antimafia civile al femminile, con Michela Buscemi e Vita Rugnetta, parti civili al maxiprocesso, purtroppo isolate dal vicinato ma anche dall’antimafia “ufficiale” e che il Centro Impastato e l’Associazione delle donne siciliane contro la mafia hanno sostenuto come esempi di liberazione dalla sudditanza alla mafia, che ancora coinvolge buona parte della popolazione.







