Mafia e droga tra continuità e trasformazione

Pubblicato il: 11 Settembre 2025

Umberto Santino

Mafie e droga tra continuità e trasformazione

 

Il contesto e le mafie nella società digitale

 Nella relazione della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) del secondo semestre del 2022 si dà un quadro delle mafie attuali, caratterizzato da una rigenerazione per adattarsi al contesto, segnato dalle molteplici forme della società digitale. Leggiamo nella relazione:

Bisogna, quindi, adeguare gli strumenti tecnologici a disposizione delle agenzie di sicurezza alle nuove sfide nel contrasto alla criminalità organizzata, aumentare le capacità di penetrazione del metaverso, delle comunicazioni criptate e in generale del web (sia la rete internet che il dark web) e in altri settori del mondo digitale meno conosciuti, perché le mafie sono capaci di rigenerarsi continuamente, perché hanno a loro disposizione tecnologie e tecnici di altissima specializzazione. Per rimanere al passo dei tempi, cercando di prevenirli, ed essere magari un passo avanti a loro, perché esse operano sempre più sul web e nel metaverso[1].

Come risulta dal testo, le attività sofisticate sono svolte da tecnici, che agiscono come consulenti, gestori di agenzie di servizio, che prestano le loro competenze a chi le richiede e tra questi ci sono o possono esserci le mafie. Il servizio viene richiesto se ci sono grandi somme di denaro da riciclare, se si è alla ricerca di nuove forme di speculazione e di investimenti. Quale rapporto si costituisce tra le mafie e i tecnici superspecializzati? Si potrebbe parlare di una collocazione nel sistema relazionale, nella forma di “borghesia mafiosa”[2] o di “tecnocrazia mafiosa”, o di una riqualificazione della cosiddetta “area grigia”[3], ma è più probabile che la “disposizione” indichi un rapporto che va oltre le configurazioni tradizionali. Il problema non riguarda soltanto l’aggiornamento dei mezzi delle “agenzie di sicurezza”, ma anche le trasformazioni strutturali indotte dai processi in atto. A tal proposito leggiamo ancora nella Relazione:

(…) è in atto un processo di trasformazione dove dal “lavorare-Networking” in rete dei criminali si sta passando al “collavorare-Coworking” (lavorare insieme) nella rete di relazioni criminali. È così, che mediante il coinvolgimento di liberi professionisti, imprenditori senza scrupoli e aziende (…) si realizza il riciclaggio o si perseguono attività anche apparentemente lecite. È una mafia silente che predilige il mimetismo (segretezza) e l’ibridizzazione con le imprese (…). La configurazione in “cluster” di aziende permette di realizzare filiere integrate e articolate, distribuite sul territorio internazionale, che tramite la diversa localizzazione consente movimentazioni di risorse che apparentemente sono oggetto di normali interazioni economiche, celando allocazioni di denaro (i ricavi e le provviste realizzati dalle aziende mafiose sedenti in un paese, mediante una filiera di passaggi mimetizzati, alimentano la liquidità e gli investimenti delle aziende mafiose sedenti altrove). La capacità di adattamento delle mafie, le interazioni multietniche e lo sfruttamento delle capability tecnologiche hanno visto il crimine organizzato assumere una dimensione globale, costituendo una crescente e mutevole minaccia per tutti gli stati e la società mondiale[4].

Il contesto è caratterizzato dalle ulteriori evoluzioni di quella che già nel 1986 chiamavo “mafia finanziaria”[5] e dallo sviluppo del “finanzcapitalismo”, teorizzato da Luciano Gallino[6], secondo cui esso è di per sé potere, nel senso che determina le scelte non solo economiche. La valorizzazione del capitale, che passava attraverso la produzione di merce, ora scavalca i processi produttivi e si realizza con l’interazione tra denaro e denaro. Mentre nel capitalismo industriale si applicava la formula classica: Denaro-Merce-Denaro: D1-M-D2, con il capitale che cresceva attraverso la produzione di merci, sotto forma di profitto, nel capitalismo finanziario la formula è diventata: D1-D2, cioè “il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati finanziari allo scopo di produrre immediatamente una maggiore quantità di denaro”[7]. In questo quadro l’economia reale si è drasticamente ridotta, l’economia finanziaria ha avuto uno sviluppo abnorme[8].

Queste analisi hanno offerto un contributo significativo alla lettura della società e del capitalismo contemporanei, in cui si è verificato uno stravolgimento delle dinamiche sociali, dei conflitti che si sono riscritti con un’inversione delle parti storiche. La lotta di classe ora la fanno i padroni[9], perché hanno vinto la partita e amministrano la loro vittoria, calcando la mano sugli strati subalterni: lavoratori ancora legati a forme tradizionali, o in nero, sottopagati e non tutelati, e la sovrabbondante marea degli emarginati. In questo contesto si sono inserite le innovazioni dell’era digitale che riguardano la società nel suo complesso e le organizzazioni criminali in particolare.

 

 Le mafie tra globalizzazione e de-globalizzazione

 Le mafie si sono sviluppare nel contesto della globalizzazione, con la creazione di un mercato unico mondiale, e ora debbono rapportarsi ai processi di de-globalizzazione. La globalizzazione ha favorito le mafie per il suo carattere mafiogeno, materializzato attraverso due aspetti: l’aggravamento delle disuguaglianze e degli squilibri territoriali, per cui gran parte della popolazione mondiale ha fatto ricorso all’economia illegale, gestita da gruppi criminali, per procurarsi redditi di sopravvivenza; i processi di finanziarizzazione, con il ricorso a forme innovative, le financial innovations, con lo scopo di sfuggire ai controlli, rendendo difficile la distinzione tra capitale legale e illegale. Negli ultimi anni si è avviata una nuova stagione, all’insegna della de-globalizzazione, con lo svilupparsi dei sovranismi, con politiche legate agli interessi nazionali, la ripresa di ideologie e pratiche razziste, con i muri e i fili spinati per tentare di arrestare i flussi di migranti costretti a fuggire dai paesi sconvolti dalla carestia e dai mutamenti climatici, soggetti a regimi dispotici e condannati a sopravvivere in condizioni di estrema povertà.

La popolazione mondiale è arrivata a otto miliardi, continua ad aumentare e, secondo i dati forniti da OXFAM (Oxford Committee for Famine Relief), l’1% più ricco possiede quanto il 43% della popolazione mondiale[10]. Le mafie, o gruppi ad esse assimilabili, gestiscono l’immigrazione illegale, a cui si ricorre in mancanza di forme legali, assicurano forme di welfare, come nel caso della pandemia, si attrezzano per avere la loro parte nella spartizione dei fondi europei del PNRR ( Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), approfittano delle occasioni create dalle guerre, quella tra Russia e Ucraina e quella nel Medio Oriente. Se si considerano altri conflitti in corso, stiamo assistendo, impotenti, a una “guerra mondiale a pezzetti”, come l’ha definita Papa Francesco. Le guerre offrono alle mafie possibilità di speculazione con il mercato nero delle armi e delle merci di consumo, ma esse possono intervenire nei conflitti o finanziarli con i proventi di attività illecite, soprattutto il traffico di droghe, e possono ricavarne vantaggi, in particolare per il loro ruolo nel controllo sociale nei dopoguerra[11].

In un contesto come quello attuale le mafie si possono collocare tra i soggetti che hanno mantenuto e sviluppato caratteri transnazionali, con traffici che si svolgono in vari Paesi e coinvolgono soggetti di vari Paesi. Sono uno dei protagonisti del nuovo internazionalismo dominato dal capitalismo finanziario.

 

Dalla violenza alla corruzione

Secondo la DIA, le mafie, per avere un ruolo nella società digitale, avrebbero abbandonato l’uso della violenza e ricorso sempre più a pratiche corruttive:

Gli elementi investigativi finora raccolti confermano che le organizzazioni criminali di tipo mafioso, nel loro incessante processo di adattamento alla mutevolezza dei contesti, hanno implementato le capacità relazionali sostituendo l’uso della violenza, sempre più residuale, con strategie di silenziosa infiltrazione e con azioni corruttive e intimidatorie[12].

Bisogna vedere se è una scelta tattica o strategica. Nel secondo caso bisognerebbe riconcettualizzare l’idea di mafia, finora connessa con l’uso della violenza, agita o potenziale (e l’intimidazione, richiamata dal testo citato, presupporrebbe la violenza potenziale o eventuale). A mio avviso, viviamo in un periodo di transizione, in cui la corruzione tende a prevalere sulla violenza, ma non è detto che questa sia stata archiviata. Negli ultimi anni e nelle settimane scorse ci sono stati omicidi mafiosi, dovuti a frizioni tra membri di gruppi criminali[13]: un segnale inequivocabile che la violenza continua a far parte del corredo mafioso. Non è in atto una mutazione antropologica, ma soltanto un processo di adattamento alle nuove esigenze che non abolisce aspetti che fino ad oggi sono stati considerati costitutivi del fenomeno mafioso. La definizione di associazione di tipo mafioso della legge antimafia del 1982 è ancora valida, anche se occorrerebbe qualche aggiornamento[14].

Nonostante le premesse che ridurrebbero le famiglie mafiose a una sorta di lobby, non molto dissimile dalle altre in circolazione, le mappe sulla mafia siciliana, in particolare Cosa nostra, riprodotte nelle relazioni della DIA, sono frutto di un copia e incolla, replicando quelle degli altri anni: a Palermo ci sono sempre 8 mandamenti e 32 famiglie, in provincia 7 mandamenti e 48 famiglie. Anche per altre province i dati sono quelli registrati negli ultimi anni.

La novità per Cosa nostra sarebbe la mancanza di un organo di vertice, che sostituisca la cupola: i tentativi di ricostituirla sono stati vanificati dall’efficace attività di monitoraggio effettuata dalle forze dell’ordine. Gli arresti nel dicembre del 2018 riguardavano soggetti designati per rivestire posizioni di comando all’interno di una nuova cupola[15].

Dalle inchieste recenti o in corso si può dedurre che le varie famiglie si muovano unitariamente, le tradizionali divisioni territoriali sarebbero accantonate perché non sarebbero funzionali alla gestione del traffico di droghe. Segnale che i mutamenti in atto non riguardano soltanto la mancanza di un organo centrale, ma la relativa autonomia delle famiglie che però trovano il modo di agire congiuntamente.

L’insistenza sugli aspetti innovativi, anche se vengono riproposti gli schemi organizzativi consueti, rischia di dare un’immagine che non tiene conto, o sottovaluta, ritenendoli sopravvivenze marginali, aspetti tradizionali che non sono archiviati e obsoleti. Il paradigma che lega continuità e innovazione continua a reggere[16]. Si legga, per fare un esempio, un articolo di Giovanni Burgio[17] in cui si parla di un caso, che non penso sia un’eccezione o un episodio isolato e marginale, ma è significativo proprio per la sua apparente banalità: un dissidio tra zio e nipote per un parcheggio viene risolto dalla mediazione di capimafia e dalla decisione di un vero e proprio tribunale mafioso. A condire il racconto, ci sono continui riferimenti a Cosa nostra di una volta, ai suoi codici, riconfermati dal foglietto trovato in casa Lo Piccolo, nel corso dell’arresto del novembre 2007. C’è la formula del giuramento, che è quella tradizionale; c’è una sorta di decalogo con i divieti e i doveri.

Si potrebbe parlare di una mafia dei nonni o dei bisnonni, una tradizione di famiglia mantenuta per mero spirito di conservazione, ma questo codice identitario permane e convive con le nuove strade aperte dalla digitalizzazione. Senza questa convivenza tra tradizione e innovazione, arcaico e postmoderno, non si potrebbe parlare più di mafia come sistema unitario, ma di corpi senza collegamento tra loro: una supermafia mercatista e transnazionale, formata dai vertici dell’organizzazione e con i tecnocrati a disposizione, sganciata dall’uso della violenza e dedita ai grandi traffici e alle operazioni finanziarie, e un “popolo di Cosa nostra”, arroccato nelle riserve originarie, che continua a servirsi di pratiche violente e intimidatorie, ma sarebbe un passato sempre più circoscritto, una mera sopravvivenza. Non pare che, almeno fino ad oggi, le cose stiano così. Non sono mondi separati, ma conviventi.

L’estorsione, per richiamare l’attività più nota, una fiscalità parallela a quella statuale, costitutiva del fenomeno mafioso, in quanto espressione dell’esercizio della signoria territoriale[18], della sua soggettività politica[19], continua ad essere pratica quotidiana. Anche se è cresciuta la ribellione di commercianti e imprenditori che si sono messi sulla strada di Libero Grassi, ci sono ancora molti che pagano il “pizzo” ed entrano in rapporto con i mafiosi, ritenendolo non privo di convenienze. L’estorto non paga soltanto il prezzo della protezione (che rimane, in gran parte, protezione dalla stessa organizzazione mafiosa, che sarebbe discutibilmente considerata “industria della protezione privata” in una società aperta a ogni tipo di rischio) ma gode di servizi come, per esempio, il recupero di crediti, inesigibili se non interviene il mafioso con la sua capacità di “persuasione”, o di beni rubati che con le vie legali sarebbero irrecuperabili: siamo nel pieno del modello tradizionale. Il “mettersi a posto” comporta, o può comportare, non soltanto la materializzazione di una sudditanza storica, ma anche l’ingresso in un campo in cui si incrociano favoritismi e opportunità[20].

Del resto anche la ripresa del traffico di droga si inserisce tra le pratiche già sperimentate, anche se è mutata la posizione di Cosa nostra all’interno dei rapporti con altre organizzazioni. Il traffico di droga, dalla produzione allo smercio, è proprio l’esempio più calzante di un legame tra tradizione e innovazione. Negli anni ’70 e ’80 la droga, l’eroina in questo caso, veniva prodotta in Sicilia, in laboratori apprestati nell’area circostante l’aeroporto di Palermo, dove la famiglia Badalamenti esercitava una storica signoria territoriale, veniva imbarcata sugli aerei dall’aeroporto di Punta Raisi, ora Falcone e Borsellino, sotto il controllo della mafia, e smerciata negli Stati Uniti attraverso la rete delle pizzerie[21].

 

Il traffico di droga: dall’egemonia alle alleanze

 Il traffico di droga ha segnato uno snodo fondamentale per l’evoluzione del fenomeno mafioso poiché ha indotto una lievitazione dell’accumulazione illegale, paragonabile a quella derivante dal proibizionismo degli alcolici negli anni ’30 negli Stati Uniti. La proibizione non diminuisce i consumi del prodotto illegale e comporta la costituzione del monopolio o oligopolio della produzione e della commercializzazione, gestito da gruppi illegali. La mafia siculo-americana ha avuto un ruolo centrale e ha segnato il picco della sua egemonia negli primi anni ’80, con la Pizza Connection, come già si diceva gestita da Gaetano Badalamenti.

I traffici internazionali, in particolare quelli di droga e di armi, che si svolgono su un mercato internazionale, sono all’origine dalla finanziarizzazione delle mafie e segnano il passaggio da “via criminale al capitalismo”, cioè attività che miravano a far uscire i gruppi criminali dalla marginalità e dalla dipendenza, a “vie criminali del capitalismo”, con una lievitazione dell’accumulazione tale da far fronte ad altri soggetti delle scenario capitalistico. Qualche esempio: anche se i dati riportati da varie agenzie differiscono tra loro, in ogni caso si tratta di cifre comparabili con i fatturati delle imprese più grandi del mondo tra gli anni ’80 e ’90. L’Istituto San Gallo in Svizzera parlava di 400 miliardi di dollari USA ricavati annualmente dal traffico internazionale di droghe, mentre il Comitato antidroga del Gruppo dei Sette, cioè i Paesi più industrializzati (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Inghilterra, Italia, Canada) indicava un cifra compresa tra i 690 e gli 800 miliardi di dollari. Le imprese più grandi del mondo presentavano fatturati oscillanti tra 152 miliardi e 97 miliardi[22]. Ciò significava che i trafficanti di droga, cioè l’industria del crimine, considerata solo nel suo settore più remunerativo, erano in testa nella graduatoria dei soggetti più ricchi dell’economia mondiale.

Successivamente la mafia siciliana ha perduto posizioni e negli ultimi anni c’è stato un ritorno alla droga, soprattutto cocaina e il suo derivato crack, per far fronte all’indebolimento dei proventi ricavati dalle estorsioni, dagli appalti di opere pubbliche o da altre attività. Ma più che di un ripristino dell’egemonia, si può parlare di un legame, non è detto se paritario o subalterno, con altre organizzazioni, come la ’ndrangheta, che nel frattempo si è imposta nel mercato nazionale e internazionale, scavalcando Cosa nostra. Ma la droga era, e rimane, un fenomeno-calamita, che coinvolge una lunga schiera di soggetti e di gruppi sociali.

Già prima il traffico di stupefacenti comprendeva una serie di figure esterne a Cosa nostra[23]; ora, soprattutto per la produzione e lo smercio del crack, sono coinvolti interi gruppi familiari, anche i bambini, che, in mancanza di risorse legali, acquisiscono redditi consistenti con le attività illegali, che costituiscono gran parte dell’economia reale di interi quartieri di Palermo. Da varie inchieste risulterebbe che i consumatori coprono la compagine sociale della città: non ci sono solo i giovani, ci sono professionisti, imprenditori, alto-borghesi come i clienti del ristorante di Villa Zito, nel centro della Palermo bene, tra cui un personaggio come Gianfranco Miccichè, che da tempo riveste un ruolo pubblico ma che ha dichiarato che è un suo “affare privato”. Sintomo di una totale estraneità rispetto alla Costituzione che all’articolo 54 prescrive: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di compierle con disciplina ed onore”.

 

La società civile

 Il ruolo delle varie organizzazioni della società civile, di cui parla Nino Rocca, non è una novità; volendo ricostruire una breve storia dei precedenti, si può ricordare la Lega contro la droga, composta soprattutto da genitori e familiari delle vittime[24]. Sul piano dell’analisi e della documentazione vanno ricordati i seminari del Centro Impastato[25], il numero speciale della rivista “Segno” del 1982[26], il Progetto Droga del Centro con il CISS (Cooperazione Internazionale Su-Sud) e il partenariato con Ong di vari Paesi, con la produzione di un libro in quattro lingue destinato soprattutto alle scuole[27]. E sul piano dell’azione sul territorio, l’attività del Centro sociale San Saverio, in un quartiere come l’Albergheria[28], in cui già nei primi anni ’90 il contrabbando di sigarette si coniugava con il traffico di droga.

Dai racconti dei ragazzi del quartiere, raccolti da Nino Rocca, questa era l’economia reale, che colmava i vuoti di un’economia legale quasi inesistente[29]. E per capire cos’era quel quartiere e cos’era la città, il libro La città spugna di Amelia Crisantino[30], raccoglieva e analizzava le poche ricerche sulla città e ospitava un esempio pionieristico di indagine sociale, condotta da un gruppo di studiosi, di assistenti sociali e operatori territoriali coordinato da Donatella Natoli[31], fondatrice di un Distretto socio-sanitario, l’unico a Palermo, che per mancanza di fondi dovrà chiudere i battenti. Ricordo questi precedenti perché continua a prevalere, nelle “narrazioni” correnti, una mancanza di memoria e sembra che ogni volta si parta da zero.

Ora tra i soggetti della società civile, impegnati sul terreno della dipendenza da sostanze stupefacenti, fondamentale è sempre il ruolo dei familiari delle vittime. La formazione del gruppo Sos Genitori, La Casa di Giulio, fondata da Francesco Zavatteri, il padre di Giulio, stroncato dall’uso del crack nel settembre del 2022, le altre iniziative si saldano con le preesistenti associazioni antimafia e l’interlocuzione con le istituzioni comincia ad avere qualche risposta. Come il camper in giro per la città per un primo rapporto con i consumatori di droga, il Centro di pronto soccorso sorto a Palermo il 27 gennaio scorso. Ma occorre elaborare e praticare una politica complessiva ed è quello che si propone il disegno di legge regionale sulle tossicodipendenze presentato il 25 luglio 2023.

 

Dalla Dipendenza all’Interdipendenza

Il disegno di legge è innovativo nel metodo e nei contenuti. Esso è frutto di un lavoro collettivo di realtà di base, insieme a docenti e studenti dell’ateneo di Palermo, in particolare del dipartimento di Filosofia del diritto, con le docenti Clelia Bartoli e Alessandra Sciurba, oltre ad esperti e operatori sul campo. Il percorso di studi ha fatto da base per l’ideazione e l’elaborazione del progetto. E la relazione che accompagna il testo del disegno di legge sviluppa un’analisi che coniuga conoscenza e progettualità. Leggiamo nella relazione:

 

La diffusione di vecchie e nuove droghe è una catastrofe in primo luogo per coloro che ne fanno uso e per i loro familiari, in secondo luogo per quanti, a causa di deprivazioni sociali ed economiche, diventano con facilità manovalanza a buon mercato del narcotraffico e, in definitiva per l’intero corpo sociale. Dentro le case dei quartieri consolidatisi come principali aree di spaccio, il crack è cucinato da donne in condizioni di spiccata marginalità, i cui figli si ritrovano ad essere impiegati come piccoli agenti dello smercio, spesso precocissimi assuntori, con pesantissime ricadute per la loro salute, educazione e predestinazioni sociale. A ciò si aggiunga che il consumo di crack non è l’unico fenomeno di asservimento psicologico in espansione. In ossequio a spregiudicate strategie di marketing, i colossi del web utilizzano le acquisizioni delle neuroscienze per indurre nei sempre più precoci e vulnerabili utenti una crescente dipendenza dai loro dispositivi e piattaforme. E, giacché si riscontra una facilitazione nel passaggio tra dipendenze diverse, giovani che nel loro faticoso percorso di crescita soggiacciono acriticamente alla invasività tecnologica, sono più esposti ad abusare di sostanze psicotrope, a sviluppare disturbi alimentari o altri comportamenti autoinvalidanti (…). Tutte le dipendenze patologiche, legate a comportamenti compulsivi o all’assunzione di sostanze più o meno lecite, stanno crescendo a dismisura (…) e si diffondono sia nei grandi comuni, sia nei piccoli centri di provincia, tra i giovanissimi e tra gli adulti, tra i ceti più poveri, come tra quelli più abbienti, tra gli autoctoni e tra i migranti.

 

In questo contesto la criminalità organizzata espande la propria ricchezza e la sua influenza sull’economia, la politica e l’ordinaria esistenza della popolazione siciliana e non solo. Un contesto di “inquietante e capillare involuzione ” di fronte al quale la Sicilia è gravemente impreparata:

(…) il dibattito pubblico ha per lungo tempo accantonato sia il tema delle droghe, sia quello delle mafie, come se fossero questioni sostanzialmente “risolte”. E parallelamente, nel corso degli anni, fondi, personale e servizi dedicati al trattamento delle dipendenze patologiche sono stati progressivamente ridotti, fino a diventare del tutto insufficienti. Appare urgente invertire rotta.

 

Il progetto

si propone di organizzare un sistema integrato e diffuso per prevenire, curare e arginare tempestivamente il devastante impatto che le dipendenze patologiche e il mercato che le alimenta possono avere non solo sui singoli individui, peraltro sempre più numerosi, ma sull’intero tessuto sociale, culturale e produttivo dell’Isola.

Il confronto con altre regioni dimostra questa condizione di grave insufficienza dei servizi connessi alle dipendenze, che mantengono spesso un approccio vetusto e inadeguato. La causa è da ricercare nell’indebolimento della sanità pubblica e dei servizi sociali ed educativi, nella carenza di strumenti normativi e la mancata applicazione di norme vigenti, nei vuoti degli organici. Il personale per i Ser.D (Servizi per le Dipendenze) della città di Palermo è composto da 25 unità di fronte a un’utenza di circa 3.000 persone, mentre dovrebbero esserci 110 operatori. Ma il problema di fondo è integrare la dimensione sociale e sanitaria, non ridurre tutto alla medicalizzazione. Il problema non è solo sanitario, è un problema sociale, che riguarda la società nel suo complesso.

La relazione tiene a sottolineare che il progetto “nasce grazie a un percorso di studio del fenomeno e ideazione legislativa partecipata”. In particolare nel quartiere Albergheria, luogo di spaccio e di raduno dei tossicodipendenti, associazioni, tra cui il comitato Liberi tutti e l’assemblea pubblica SOS Ballarò, in dialogo con l’ASP (Aziende pubbliche di servizi alla persone) di Palermo, erano riusciti ad attivare un’unità mobile che ha interrotto il servizio durante il lockdown, che ha visto un incremento dell’uso di droghe, anche in altri quartieri.

Le morti di giovani, come Noemi e Giulio[32] hanno suscitato una reazione popolare che è culminata nella manifestazione del 4 novembre 2022, che ha visto una grande partecipazione. In questo clima il dipartimento di Giurisprudenza ha proposto di elaborare il disegno di legge, e il lavoro di redazione, coordinato dalla docente di Sociologia del diritto Clelia Bartoli, ha coinvolto gli studenti del suo corso e si è avviata una partecipazione diffusa che rappresenta una novità nella storia dell’istituzione universitaria e nel suo rapporto con soggetti della società civile.

 

L’Albergheria-Ballarò: centro e marginalità. Dall’osservazione partecipata alla ricerca collettiva

 L’elaborazione del disegno di legge non per caso ha come centro il quartiere Albergheria-Ballarò, individuato come una realtà emblematica della città. Già nel 2006 era stata pubblicata una ricerca multidisciplinare dal titolo Al centro del margine, che raccoglieva vari interventi ed era a cura di due docenti universitarie[33]. Il libro proponeva un’analisi fondata sul concetto di margine, con riferimento alla condizione di larga parte della popolazione che vive nel quartiere.

Il concetto dell’uomo marginale (marginal man) nasce originariamente all’interno della Scuola di Chicago, ad opera di uno dei suoi fondatori, Robert Park. Con la Scuola di Chicago nasce la sociologia urbana, che studia la città americana nei primi decenni del Novecento, in seguito ai grandi flussi migratori che pongono problemi prima inesistenti: quale ruolo hanno nello spazio urbano, nel rapporto con gli altri abitanti? Il saggio di Park è del 1928[34] e si occupa dei mulatti, persone che stavano tra i bianchi e i neri ma non appartenevano a nessuno dei due gruppi. La stessa cosa poteva dirsi per gli immigrati rispetto agli autoctoni.

Nelle successive evoluzioni della ricerca sociologica, in particolare in Italia, l’analisi della marginalità riguarda soggetti come i migranti dal Sud Italia che vivono ai margini delle grandi città del Nord, o nelle comunità del Sud coloro che vivono in condizioni di povertà e sono socialmente esclusi. Sono gli abitanti del cortile Cascino, a 200 metri dalla Cattedrale, “scoperto” da Danilo Dolci. O gli abitanti del Borgo vecchio che vivono una loro vita, anch’essi marginalizzati e chiusi in una sorta di ghetto[35].

Nella ricerca a più mani venivano indicati come fonti del disagio sociale degli abitanti del quartiere le condizioni sanitarie, economiche e abitative e la “carenza di capitale sociale e umano, inteso come disponibilità (…) di risorse non solo economiche, ma anche sociali e soprattutto di reti relazionali”[36].

Una ricerca più recente pone al centro proprio questo aspetto, già sul piano della genesi e dell’impostazione[37]. In una costruzione da tempo abbandonata, prima sede del cinema Edison, acquisita dall’Università, il dipartimento di Giurisprudenza svolge le lezioni dei primi anni, con un notevole numero di studenti. Il contesto è letteralmente invaso da un mercatino dell’usato, dove si vende di tutto, dalla merce proveniente dalla raccolta dei rifiuti nei cassonetti a oggetti provenienti da furti. Ovviamente è tutto irregolare, “fuorilegge”. La pratica dell’illegalità accanto a uno spazio dove si insegna il diritto.

Da questa palese, ma fino ad allora inavvertita contrapposizione, nasce l’idea di un’inchiesta che vada oltre le modalità dell’osservazione partecipata, poiché gli studenti del corso di Sociologia del diritto con la docente Clelia Bartoli (che abbiamo già visto impegnata nell’elaborazione del progetto sulle dipendenze) che si incontrano con gli abitanti del quartiere e i “mercatari”, cioè gli esercenti del mercatino, non si limitano a fare delle interviste ma interloquiscono con essi ponendo proprio il problema di un “diritto visto dal margine”. Un diritto che, dicono gli abitanti, “esiste, certo che esiste, ma non per noi”[38].

Riferimenti principali dell’inchiesta sono due testi di Danilo Dolci degli anni ’50: Banditi a Partinico e Inchiesta a Palermo[39]. Che rapporto ci può essere tra gli anni ’50 e oggi? All’Albergheria, in contesti certamente mutati, non ci sono “banditi”, ci sono persone più o meno legate ad ambienti mafiosi, ma ci sono soprattutto tanti che vivono di illegalità, “fuorilegge per bisogno”. E nella città ci sono molti “industriali”, cioè che si “industríano”, fanno quel che capita per sbarcare il lunario, proprio come nell’inchiesta di Dolci. Ma ci sono esempi di gruppi organizzati in associazioni di volontariato che si pongono i problemi del quartiere, elaborano proposte per la loro soluzione e fanno precise richieste alle istituzioni. Si potrebbe dire, con un termine abusato, il “capitale sociale” c’è e dà prova quotidiana della sua esistenza.

 

 SOS Ballarò, ovvero: “l’assemblea che non finisce mai”

SOS (Storia, Orgoglio, Sostenibilità) Ballarò nasce il 30 novembre del 2015, dopo un evento che non è insolito a Palermo: l’incendio di un locale, confiscato alla mafia, che doveva essere utilizzato come pub. Per rispondere alla provocazione mafiosa, come si legge nella scheda pubblicata nel dossier, “residenti nel quartiere, commercianti, operatori culturali, associazioni decidono di convocare un’assemblea che per il suo metodo di lavoro è stato definita ‘l’assemblea che non finisce mai’”[40]. I temi affrontati coprono tutta la realtà del quartiere, remota e attuale: il mercato storico e il mercato dell’usato, le aree abbandonate, il problema della droga, le condizioni di vita. E si organizzano iniziative per animare una vita comunitaria: un mercante del mercato storico che adotta un artista, un artista che adotta un mercante, artisti che adottano una bottega, un tratto del mercato; un festival internazionale dedicato alle arti di strada, il carnevale sociale, l’esposizione delle attività produttive del quartiere.

Il quartiere e l’attività di SOS Ballarò sono al centro della tesi di dottorato di un giovane antropologo, Francesco Montagnani, pisano, che, ultimata la tesi, ha deciso di rimanere a Palermo e di cooperare con l’organizzazione. In realtà SOS Ballarò non è un’organizzazione formalizzata, è una realtà informale e la scelta dell’informalità è legata alla volontà di evitare la gerarchizzazione e di coinvolgere decine di associazioni, centri studio, collettivi studenteschi, operatori economici e sociali, parrocchie, considerati come soggetti dell’assemblea a pari titolo. Oggi si può dire che SOS Ballarò sia una delle realtà più significative dell’antimafia sociale, anche se l’antimafia e lo stesso problema della droga e della tossicodipendenza non sono gli unici temi di cui si occupa, ma rientrano in quadro più ampio che riguarda i problemi del quartiere nel suo complesso.

La tesi si sviluppa come ricerca corale, in cui i protagonisti sono gli abitanti del quartiere, gli operatori dei mercati, in particolare quello dell’usato. Francesco scrive in una sua testimonianza:

Lì ho digerito tutte le informazioni che i venditori mi proponevano ed ho capito che la premessa del mio compito, testare le idee di un gruppo di attivisti del mercato, era sbagliata. Andava ribaltata. Il mercato non aveva bisogno di altre idee, ma di tempo e sforzo per sistematizzare le proprie. Il mercato non aveva bisogno di un nuovo sistema politico, ma del fatto che la moltitudine di sistemi politici al suo interno fosse riconosciuta, messa in ordine, e fatta funzionare. Non siamo noi attivi, “illuminati”, a dover illuminare a nostra volta il mercato, ma il mercato a dovere illuminare se stesso. Noi dobbiamo metterci le parole giuste, quelle dell’antropologia, quelle del diritto, della politica istituzionale, della viabilità, della raccolta dei rifiuti. I concetti, le idee, sono tutte già lì. Vanno riqualificate e fatte respirare, perché altrimenti non saranno riconosciute dalle istituzioni o dai media; ma non vanno sostituite, o non godranno di nessun rispetto da parte dei venditori[41].

Una sorta di manifesto di un’antropologia, ma il discorso non vale solo per l’antropologia, come servizio e come ascolto.

Il riferimento alle istituzioni rappresenta un nodo non eludibile nell’attività di SOS Ballarò. Le proposte elaborate collegialmente, se vogliono essere realizzate, non possono non avere un’interlocuzione con le istituzioni, a cominciare da quelle locali che spesso non hanno mostrato un’effettiva disponibilità. Informato dei problemi del quartiere, il presidente della Repubblica, ha annunciato una sua visita per incontrare gli operatori che da anni svolgono la loro attività.

 

Il ruolo delle istituzioni

Il progetto “Dalla Dipendenza all’Interdipendenza” rappresenta il ponte tra iniziativa professionale e sociale e istituzioni. Non si sa che tempi avranno la discussione e l’approvazione del disegno di legge, ma l’inaugurazione del Centro di pronto soccorso dovrebbe indicare che le istituzioni hanno cominciato a capire che il problema esiste e va affrontato offrendo servizi indispensabili. E questo è il modo più efficace di lottare la mafia, togliendo clienti all’attività più lucrosa dei gruppi criminali e manodopera giovanile per il ricambio generazionale.

Per i problemi posti da SOS Ballarò, tra cui il completamento del mercato coperto e la regolarizzazione del mercatino, dopo reiterate richieste, il sindaco si è impegnato a creare una task force che dovrebbe istituire un confronto costante tra l’amministrazione e le associazioni[42] e tra le prime iniziative ci sarebbe il futuro del mercato storico: i due capannoni al coperto attendono ancora di essere completati e assegnati ai commercianti. Nel frattempo, come accade abitualmente a Palermo, le strutture incomplete sono state vandalizzate e bisogna cominciare dal recupero delle opere danneggiate. Nel progetto si parla di rigenerazione degli spazi occupati dallo spaccio di droga, di costruzione di spazi per i bambini, attualmente inesistenti, per cui l’unico spazio fruibile è la strada. Il progetto viene definito “un modello di collaborazione tra pubblico e privato come nelle città europee”.

Sulla carta è un programma ambizioso, bisogna vedere cosa e quando sarà realizzato. Il problema è la disponibilità di fondi adeguati e questo vale anche per la regione: non si sa come si risolverà il contrasto in atto tra regione siciliana e governo nazionale, con l’impugnazione di alcuni degli articoli della Finanziaria regionale, abitualmente infarcita di donazioni clientelari, ma tra le voci contestate ci sono i fondi riguardanti la lotta al crack[43].

 

Vecchie e nuove sostanze, il mercato mondiale, la rassegna stampa

 Il contributo di Giovanni La Fiura al dossier va dalle schede sulle sostanze e i loro effetti alla ricostruzione del mercato mondiale, alla rassegna stampa che ci permette di seguire il tracciato delle inchieste e delle iniziative degli ultimi anni.

Alle sostanze classiche (cannabis, hashish, marijuana, eroina, cocaina) si accompagnano nuove sostanze: sono le droghe non naturali, come gli oppioidi sintetici, tra cui il fentanyl, più potenti della morfina, e l’uso di essi, combinato con quello d’eroina, è tra le cause maggiori delle morti per overdose. Negli Stati Uniti le morti per overdose di droghe che coinvolgono gli oppioidi dal 1999 sono aumentate di oltre sei volte e nel 2019 i morti sono stati 50.000 e il 73% si deve all’uso di oppioidi sintetici.

Il mercato mondiale ha visto negli ultimi anni la flessione della produzione di oppio nell’Afghanistan, e le droghe sintetiche hanno anche lo scopo di colmare i vuoti e, tra l’altro, hanno costi di produzione minori.

Per la cocaina i Paesi produttori della foglia di coca sono sempre i Paesi andini, in particolare la Colombia, ed è cresciuto il ruolo de Messico nel transito della cocaina verso gli Stati Uniti, ma anche come luogo di produzione di eroina e di stimolanti sintetici.

Anche per il mercato mondiale delle droghe e per la circolazione dei proventi valgono le considerazioni che facevamo prima. Per esempio, nell’approvvigionamento delle sostanze, in particolare la coca, un ruolo fondamentale hanno i broker, professionisti che fanno da mediatori tra produttori e compratori. Spesso sono le stesse organizzazioni criminali che “formano” i loro broker; è il caso in particolare della ’ndrangheta, ma anche Cosa nostra e la camorra si sono serviti di propri rappresentanti per assicurarsi carichi di droga al miglior prezzo e di buona qualità, aprendo corsie preferenziali[44]. Ritornando sul tema dei rapporti, qui le figure professionali possono essere autonome o, preferibilmente, fanno parte degli organici delle associazioni criminali.

Riguardo ai proventi, l’uso delle criptovalute e di altre forme sofisticate azionate schiacciando un pulsante, va a braccetto con una delle forme più antiche di trasferimento del denaro: l’hawala. Originario del Medio Oriente, è un sistema basato su accordi fiduciari, al di fuori delle istituzioni finanziarie e si presta per operazioni di riciclaggio del denaro sporco[45].

La rassegna stampa, che riguarda gli ultimi due anni, il 2022 e il 2023, ha come principale riferimento Palermo e contiene anche riferimenti a livello regionale nazionale e internazionale.

Non possono non suscitare una riflessione le informazioni riguardanti un evento recente: il corteo del 5 dicembre 2023 ha avuto una partecipazione molto limitata rispetto a quello del novembre del 2022. Cosa è accaduto? Entrambi i cortei avevano lo stesso contenuto, tra cui la sollecitazione della discussione e approvazione del disegno di legge regionale sulla tossicodipendenza. Ma mentre nel primo si era realizzata una convergenza tra le varie componenti, nel secondo ha prevalso uno spirito diverso.

All’assemblea del 25 ottobre, in cui si era discusso dell’organizzazione del corteo, l’obiettivo era di dare un segnale di continuità del percorso già avviato e di dargli maggior forza. Ma nel frattempo, un mese prima, si era costituito un Coordinamento per la riduzione del danno e la prevenzione dei rischi che ha lanciato in autonomia la proposta del corteo, con il risultato di lasciar fuori la maggior parte degli altri soggetti, avvertiti con un messaggio poco prima del corteo. Il risultato si è visto e anche l’arcivescovo Corrado Lorefice, che sul tema della tossicodipendenza ha mostrato un vivo interesse e che si è inserito nel corteo abbastanza sparuto, non ha potuto fare a meno di notarlo e di invitare all’unità.

Quello che è accaduto per il corteo del 5 dicembre è la spia di qualcosa che non si limita a un singolo evento, ma fa emergere problemi che riguardano il movimento antimafia nel suo complesso. I problemi si erano già avvertiti il 23 maggio del 2023, con i due cortei e il malaugurato intervento delle forze dell’ordine in tenuta da sommossa per impedire l’accesso all’albero Falcone del corteo “alternativo”, che poneva la questione dei rapporti con ambienti mafiosi di personaggi che rivestivano cariche pubbliche e presidiavano il corteo “ufficiale”.

Del neonato Coordinamento che ha organizzato il corteo del 5 dicembre fanno parte collettivi studenteschi, l’associazione Our Voice e altre associazioni come la Casa di Giulio. Our Voice è formata da un gruppo di giovani molto attivi, provenienti da altre regioni e la sua presidente è figlia di Giorgio Bongiovanni, il fondatore della rivista “Antimafia duemila”[46].

Si potrebbe dire che si è avviata una gara egemonica che replica quel che era avvenuto in città con il Coordinamento antimafia, nato nel 1984 su proposta del Centro Impastato, in cui i rapporti erano caratterizzati dalle appartenenze: allora c’erano militanti del Partito comunista, delle Acli, più o meno legate alla Democrazia cristiana, che controllavano le attività. Dopo le stragi del ’92 e del ’93 si costituì un’altra forma di coordinamento, “Palermo anno uno”, a cui aderirono molte associazioni, alcune delle quali solo sulla carta. L’attività era svolta da poche persone, che però riuscirono a gestire grandi manifestazioni e proposero e attuarono progetti significativi come “Palermo apre le porte”[47]. L’istituzionalizzazione di iniziative come la commemorazione della strage di Capaci del 23 maggio si risolse con l’emarginazione delle persone più impegnate, fino allo scioglimento del coordinamento. E già allora si pose il problema del rapporto tra società civile e istituzioni.

Ora la gara avviene sul terreno della radicalità e dello scontro con rappresentanti delle istituzioni che hanno legami con personaggi come Dell’Utri, condannato per concorso esterno, e Cuffaro, condannato per favoreggiamento. Entrambi hanno scontato la pena e sono tornati sulla scena: Dell’Utri dietro le quinte, Cuffaro sul proscenio. Il problema è reale, bisogna vedere come lo si affronta. Con visioni apocalittiche o con analisi adeguate? Cercando di costruire progetti unitari o levando in alto la propria bandierina?

 

[1] DIA, Relazione secondo semestre settembre 2022, p. 9. Il termine “metaverso” indica un universo parallelo in 3D, simile a un mondo virtuale, controllato dalle aziende più importanti, che ha tra i suoi “prodotti” Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp. Cfr. N. Gratteri, A. Nicaso, Il Grifone. Come la tecnologia sta cambiando il volto della’ndrangheta, Mondadori, Milano 2023, p. 128.

[2] Cfr. U. Santino, La borghesia mafiosa. Le relazioni di Cosa nostra, Di Girolamo, Trapani 2023, ed. or. 1994.

[3] Sull’area grigia cfr. R. Sciarrone, L’area grigia delle mafie: un articolato e multiforme campo organizzativo, in U. Santino, a cura di, Mafie a che punto siamo? Le ricerche e le politiche antimafia, Di Girolamo, Trapani 2022, pp. 147-167.

[4] DIA, Relazione, cit., pp. 10-11.

[5] U. Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione illegale del capitale e complesso finanziario-industriale, in “Segno” nn. 69-70, aprile-maggio 1986, pp.7-49; The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in “Contemporary Crises”, vol. 12,. n. 3, September 1988, pp. 203-243.

[6] L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011.

[7] Ivi, p. 7.

[8] Qualche dato: “Nel 1998 le transazioni giornaliere aventi un carattere puramente finanziario (…) hanno toccato i 2.000 miliardi di dollari (…). Questa cifra (…) corrisponde a 50-100 volte il volume giornaliero del commercio mondiale”. Cfr. L. Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 111.

[9] Cfr. L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista a cura di P. Borgna, Laterza, Roma-Bari 2012.

[10] L’OXFAM è una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che sostengono le popolazioni più povere attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo. È stata fondata a Oxford nel 1942; la sede centrale è a Nairobi, capitale del Kenya.

[11] Sul rapporto tra mafie e guerre cfr. DIA, Relazione, cit., p. 13. Viene riportata una dichiarazione del Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo: “La guerra è uno straordinario bacino di sperimentazione tecnologica: le armi elettroniche, i droni (…) intrecceranno i percorsi del terrorismo e della criminalità organizzata”.

Il caso più noto del ruolo della mafia nei dopoguerra è quello della mafia siciliana alla fine della seconda guerra mondiale, non tanto sul piano militare quanto su quello del controllo sociale, con la ripresa dell’attività politica e delle lotte contadine. Rimando al mio Mafia e Alleati, la vexata quaestio, in Lo sbarco, “la Repubblica Palermo” 2023, pp. 58-74.

[12] DIA, Relazione, cit., p. 8.

[13] Alcuni esempi: gli omicidi di Giuseppe Dainotti, del 21 maggio 2017, e di Giuseppe Incontrera, del 30 giugno 2022, sarebbero dovuti a contrasti all’interno del mandamento di Porta nuova. L’assassinio, nel quartiere Sperone, di Giancarlo Romano e il ferimento di Alessio Caruso, del 26 febbraio del 2024, potrebbero essere legati alla gestione del traffico di droga e delle scommesse clandestine.

[14] Secondo l’art. 416 bis del codice penale “L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte, si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi per sé e per gli altri”. Successivamente è stato inserito un riferimento al cosiddetto “scambio elettorale politico-mafioso”: “ovvero al fine di impedire o ostacolare il libero esercizio del voto o procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”. Come si vede, al centro c’è la “forza di intimidazione”, anche se nella parte riguardante concessioni, autorizzazioni e appalti, che implicano un rapporto con le istituzioni, si può ritenere che più che l’intimidazione possa valere lo scambio nella forma del do ut des. La definizione è tarata sul concetto di “mafia imprenditrice”, dominante nei primi anni ’80, quando già si profilava la “mafia finanziaria”.

[15] Tra gli arrestati c’era Settimo Mineo, che sarebbe stato eletto nuovo capo di Cosa nostra. Mineo, che aveva riportato condanne ed era stato liberato nel 2013, per mostrare il suo ravvedimento, faceva il doposcuola ai bambini dell’Albergheria e ogni domenica andava a messa nella chiesa di San Saverio, il cui rettore era don Cosimo Scordato, impegnato da anni nella formazione di una cultura antimafia e nell’azione di rinnovamento, che ha dichiarato: “Sembrava aver cambiato vita”.

[16] Il riferimento è al “paradigma della complessità”: cfr. U Santino, Dalla mafia alle mafie. Scienze sociali e crimine organizzato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. 243-300.

[17] G. Burgio, A Mezzomonreale la nostalgia della vecchia Cosa nostra, https://gioburgio.wordpress.com.

[18] Sulla “signoria territoriale”: cfr. U. Santino, L’omicidio mafioso, in G. Chinnici, U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni ‘’60 ad oggi, F. Angeli, Milano 1989, p. 319.

[19] Cfr. U. Santino, La mafia come soggetto politico, Di Girolamo, Trapani 2013; ed. or. 1994.

[20] Su Libero Grassi cfr. Autori Vari, Mafia o sviluppo. Un dibattito con Libero Grassi. 1991-2011, Di Girolamo, Trapani 2011. Sull’estorsione e la teorizzazione della mafia come “industria della protezione privata” cfr. D. Gambetta, La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata, Einaudi, Torino 1992;.

  1. Santino, Dalle mafia alle mafie, cit., pp. 27-48.

[21] Cfr. S. Alexander, The Pizza Connection. Lawyers, Money, Drugs, Mafia, Weidenfeld & Nicolson, New York 1988.

[22] Cfr. U. Santino, G. La Fiura, Dietro la droga, Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993, pp. 207-208. Il libro era il frutto di una ricerca a cui avevano partecipato le Organizzazioni Non Governative di vari Paesi.

[23] Cfr. U. Santino, Mafia e maxiprocesso: dalla “supplenza” alla “crisi della giustizia”, in Autori Vari, Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, F. Angeli, Milano 1992, pp. 173-174.

[24] Cfr. R. Mignosi, Programma e attività della Lega contro la droga, in “Segno”, Droga. Dal ghetto all’impegno collettivo, n. 31-32, aprile-maggio 1982, pp. 7-22.

[25] Seminari su droga e tossicodipendenza, Palermo, 21 aprile – 11 maggio 1982.

[26]“Segno”, già citato.

[27] Cfr. U. Santino, G. La Fiura, Dietro la droga, cit.

[28] Cfr. L’opuscolo Ricostruire Palermo. Un centro sociale in ogni quartiere, pubblicato dal Centro San Saverio e dal Centro Impastato nel 1987. La proposta di costituire altri centri sociali, a parte qualche altro esempio, non si potè realizzare pienamente.

[29] N. Rocca, I ragazzi di Palermo, in Dietro la droga, cit., pp. 193-195.

[30] A. Crisantino, La città spugna. Palermo nella ricerca sociologica, Centro Impastato, Palermo 1990.

[31] Centro sociale “S. Francesco Saverio”, Indagine sociale sul quartiere Albergheria, in A. Crisantino, op. cit., pp. 259-278.

[32] Noemi Ocello, morta il 5 dicembre 2020, a cui è dedicato il volume Noemi. Crack Bang di Victor Matteucci e Gilda Sciortino, Mediter, Palermo 2021; Giulio Zavatteri, morto il 15 settembre 2022; un altro giovane, Diego Mancuso, amico di Giulio, è morto il 5 dicembre 2022.

[33] V. Capursi, O. Giambalvo, a cura di, Al centro del margine. Standard di vita in un quartiere del centro storico di Palermo, F. Angeli, Milano 2006.

[34] Robert Park, Human Migration and the Marginal Man, in “American Journal of Sociology”, vol. 33, n. 6, pp. 881-893. La Scuola di Chicago nacque nel 1914 e tra i temi affrontati erano fenomeni come la devianza e la criminalità. Tra gli studiosi che facevano riferimento ad essa Edwin Sutherland, autore del volume White Collar Crime, una ricerca sui crimini di imprenditori e altri soggetti della borghesia professionale. Cfr. U. Santino, Introduzione, in U. Santino, G. La Fiura, L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1990, pp.71-85.

[35] Cfr. F. M. Lo Verde, Le sorti di Zaita, in V. Capursi, O. Giambalvo, op. cit., pp. 23-30. Danilo Dolci, sociologo e protagonista dell’azione sociale sulla base della nonviolenza, nel dicembre del 1956 digiunò nel cortile, suscitando un’attenzione a livello nazionale e internazionale per una realtà prima totalmente ignorata. Sul Borgo cfr. V. Guarrasi, La condizione marginale, Sellerio, Palermo 1978. Cfr. anche M.G. Franco, Centralità ai margini. Palermo e suoi quartieri: Cortile Cascino, l’Albergheria e il Capo, Mohicani Edizioni, Palermo 2021.

[36] V. Capursi, O. Giambalvo, op. cit., p. 17.

[37] C. Bartoli, a cura di, Inchiesta a Ballarò. Il diritto visto dal margine, Navarra Editore, Palermo 2019.

[38] Ivi, p.71.

[39] D. Dolci, Banditi a Partinico, Laterza, Bari 1956; Inchiesta a Palermo, Einaudi, Torino 1957.

[40] La definizione è di Francesco Montagnani, che ha dedicato al quartiere la sua tesi di dottorato presso l’Università di Manchester, dal titolo Who knows What: The Politics of activism and urban re-qualification in Palermo, Anno accademico 2020-2021. Un altro studioso, Federico Prestileo, ha svolto una tesi di dottorato, analizzando in particolare i problemi legati alla gentrificazione (la transizione da quartiere popolare a quartiere borghese) e al turismo.

[41] In C. Bartoli, a cura di, Inchiesta a Ballarò, cit. p. 182.

[42] Cfr. SOS Ballaro. Le promesse di Lagalla: “Task force del Comune”, in “la Repubblica Palermo”, 24 febbraio 2024, pp. 1-3.

[43] Cfr. “Giornale di Sicilia”, 12.3.2024, prima pagina e pagina 9.

[44] Cfr.T. Ricciardelli, G. Rotundo, I broker della coca, “La Gazzetta dello Sport”, Mafie. Storia della criminalità organizzata,. n. 60, Milano 2024.

[45] Ivi, pp. 108-109.

[46] Su Bongiovanni cfr. P. Giovetti, L’esperienza straordinaria di Giorgio Bongiovanni. Segreti, stigmate, esseri di luce, Edizioni Mediterranee, Roma 1997. Alla rivista e alle iniziative frequentemente organizzate collaborano alcuni dei più noti personaggi dell’antimafia, tra cui giornalisti e magistrati.

[47]Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti University Press, Roma 2009, pp. 375-378.

Introduzione a Mafia&Droga, Mediter Italia edizioni, Palermo 2024

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