Vecchi e nuovi sistemi di arricchimento di Cosa Nostra
Pubblicato il: 19 Giugno 2026
Giovanni Burgio
Vecchi e nuovi sistemi di arricchimento di Cosa Nostra
Il 20 aprile 2026 vengono arrestate 32 persone, e 35 sono gli indagati, in seguito a un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo su Cosa nostra nei quartieri Brancaccio e Corso dei Mille. Attraverso intercettazioni, dichiarazioni di pentiti e indagini, sono stati messi in luce gli scontri avvenuti per ricostituire i vertici mafiosi in questi quartieri, in seguito al vuoto di potere creatosi dopo l’omicidio di Giancarlo Romano, ultimo reggente di questa parte della città e alla scarcerazione, avvenuta nel maggio del 2024, del boss mafioso Nino Sacco.
“Qui al Corso dei Mille siamo combinati che siamo senza boss, senza niente. Non c’è niente. Cioè chi si alza la mattina… comanda… perché non ci sono gli assetti. Gli assetti lo sai che vuol dire?” dice Salvatore Di Pasquale, uno degli arrestati, in una conversazione con la moglie. E ancora, parlando con un altro mafioso aggiunge, riferendosi ai continui arresti “È finito. Tutti là dentro sono. Non esce nessuno, non si salva nessuno. È finito il film, hanno pulito tutti”. Direttamente dall’interno di Cosa Nostra si avrebbe una descrizione di quale sia oggi lo stato dell’organizzazione: un insieme di famiglie senza vertici, gruppi di associati senza capi riconosciuti, cosche decimate da arresti, processi e decenni di carcere, lotte fratricide per il controllo del territorio.[1]
L’inchiesta ha anche dimostrato come, nonostante i numerosi arresti avvenuti negli ultimi anni e le conseguenti difficoltà di operare delle famiglie mafiose, continua l’attività estorsiva e il traffico di droga assieme alla utilizzazione di nuovi sistemi d’arricchimento.
Gli assetti di potere
Il 24 maggio 2024, tredici giorni dopo essere stato scarcerato, Nino Sacco convoca una riunione di boss del mandamento mafioso di Ciaculli, comprendente le famiglie di Brancaccio, Corso dei Mille, Roccella.
Sacco, oltre a essere pronto a riprendersi il potere in Corso dei Mille, vorrebbe governare anche a Brancaccio, dove però a capo si erano insediati Matteo Scrima e Giuseppe Caserta. Ma anche all’interno della famiglia di Corso dei Mille non mancano conflitti e contrasti fra i Sacco e i Lo Nigro, tra cui c’è sempre stata una dura rivalità.
Sacco, tre condanne sulle spalle, è perentorio “O con me o contro di me”. Nelle settimane successive all’incontro, le discussioni e i confronti fra i vari contendenti porteranno a un accordo, grazie al quale al boss vengono attribuite le zone di Corso dei Mille, via Messina Marine, Sperone. In tutta quest’area e per le diverse attività criminali il capo famiglia nel periodo successivo si sarebbe avvalso della collaborazione del nipote Carmelo e del genero Antonino Giuliano.
Aste, testamenti e altri illeciti
È Giuseppe Vulcano, 37 anni, ragioniere non iscritto ad alcun albo o ordine professionale, il personaggio chiave di questa inchiesta. Cugino di Teresa Marino, moglie del capomafia di Porta Nuova Tommaso Lo Presti, avrebbe offerto trasversalmente ai vari mandamenti mafiosi della città le proprie competenze e capacità.
Assieme ad altri quattro collaboratori avrebbe costituito un vero e proprio gruppo delinquenziale, con precisi obiettivi da raggiungere, pratiche da portare avanti, divisione dei compiti ben strutturata. Nelle sue molteplici operazioni illecite si sarebbe avvalso della complicità di impiegati nei pubblici uffici, notai, avvocati, commercialisti, geometri, dipendenti delle banche, promotori finanziari. Avrebbe perfino bucato l’archivio centrale informatizzato del Ministero dell’Economia e delle finanze che confronta i dati dei redditi personali con quelli in possesso delle banche, lo Scipafi (Sistema Centralizzato Informatico per la Prevenzione Amministrativa del Furto d’Identità), ottenendo il via libera a mutui e prestiti che normalmente non sarebbero stati concessi.
Vulcano si era anche inserito nel sistema delle aste immobiliari giudiziarie, cioè quei procedimenti legali che attribuiscono al miglior offerente la proprietà di case e terreni che sono stati pignorati. Un giro d’affari che nel 2025 solo in Sicilia ha interessato 8.491 immobili per un valore di circa un miliardo di euro, volume patrimoniale superato solo dalla Lombardia.
Padroneggiando da esperto questo settore, avrebbe ottenuto diversi risultati: far recuperare ai boss i loro beni perduti; attraverso gli acquisti degli immobili schermare il denaro sporco; infine portare a termine alcune importanti occasioni speculative consistenti nel comprare a basso costo e rivendere a prezzi elevati. Complicate ed elaborate operazioni affaristiche condotte a buon fine, grazie al ricorso a prestanomi di fiducia e azioni fortemente intimidatorie nei confronti di altri eventuali concorrenti all’asta. Il caso delle villette di via Parrini e via Castellana è quello che sintetizza meglio questo modo di procedere del ragioniere Vulcano. I due beni, aggiudicati all’asta a dei prestanomi, in realtà sarebbero venuti in possesso del boss di Porta Nuova Tommaso Lo Presti. Vulcano avrebbe seguito e guidato tutto l’iter delle complesse operazioni di passaggio e di occultamento di queste proprietà.
Il ragioniere aveva escogitato un altro modo originale per speculare e nascondere i proventi illeciti, cioè la falsificazione di testamenti. Individuati soggetti facoltosi senza eredi, d’accordo con notai e operatori tecnici compiacenti, sarebbero stati falsificati i testamenti, apposto firme non autentiche, prodotto documenti contraffatti. Emblematico il caso dell’ufficiale della marina mercantile, celibe, senza figli né parenti, proprietario di tredici immobili per un valore di quasi un milione di euro, nel quale si sono riscontrati ben tre testamenti falsi.
Ma Vulcano non lavorava solo per boss e gregari. Avrebbe pure prestato i suoi servizi a comuni cittadini che, non possedendo i requisiti per ottenere mutui dalle banche, si sarebbero rivolti a lui per produrre buste paga fittizie, creare redditi inesistenti, ottenere quindi l’agognato finanziamento. I casi scoperti sono tanti e alcuni veramente eclatanti: c’è il parcheggiatore abusivo che diventa titolare di una partita Iva, la signora delle pulizie esperta in pubbliche relazioni, una disoccupata che improvvisamente fa la “wedding planner”.
Le estorsioni
Dalle indagini è emerso che tutto il territorio di competenza delle famiglie di Corso dei Mille e di Brancaccio è sottoposto alle estorsioni: da Villabate (alle porte di Palermo) a Brancaccio, da alcune attività nel centro commerciale Forum a via Messina Marine, da via Giafar e piazza Torrelunga a via XXVII maggio, e naturalmente Corso dei Mille.
La richiesta della “messa a posto” può andare dalle poche centinaia di euro fino a 15.000 euro, e si chiede a tutti, perfino al cognato del capo cosca. Non sfugge alcun tipo di attività: negozi di giocattoli, surgelati, abbigliamento, telefonia, macellerie, autotrasporti, gomme auto, e perfino i caf. Naturalmente, e tradizionalmente, lavori pubblici e privati, cantieri edili piccoli e grandi, sono quelli maggiormente nel mirino dei clan. Ed è proprio da questo settore che sono arrivate due delle tre denunce delle diciotto estorsioni accertate dalle indagini.
C’è da sottolineare che in questi due casi i protagonisti della resistenza e della decisa presa di posizione contro gli uomini delle cosche sono stati gli operai e i capo cantiere che hanno raccontato ai titolari delle imprese e agli investigatori le minacce e le intimidazioni subite. Un importante novità proprio nella zona dove, invece, in tempi recenti a numerosi imprenditori è stata imputata l’accusa di favoreggiamento perché si sono rifiutati di ammettere le evidenti richieste di pizzo. Una speranza proveniente da un territorio tra i più difficili della città.
Esperti criminali
Tra i tanti episodi violenti e delittuosi immortalati dalle microspie e dalle intercettazioni, ce n’è uno che ancora una volta qualifica “la speciale competenza criminale” degli affiliati ai clan mafiosi. In una conversazione tra un esperto in armi da fuoco e un debuttante in omicidi, non solo si sentono le istruzioni per uccidere in modo certo e sicuro, ma si ascoltano pure i pareri tecnici per cancellare ogni traccia dell’assassinio.
Tenendo in mano l’arma, l’uomo competente illustra al principiante la delicata operazione: “La devi caricare? Così, guarda. Vedi come esce? Schiaccia, esce da solo… Non ti dimenticare i passaggi… basta che sbagli un passaggio e fai danno”. Poi indica il punto preciso del corpo dove colpire in modo letale: “Tu basta che spari quattro colpi dietro, qua, e partono i polmoni. Ti avvicini e ti ho tolto di mezzo”. Infine, l’eliminazione delle prove “Scippi una fognatura, ci infili le braccia, le devi pulire. Solo così si leva la polvere da sparo. I vestiti li devi buttare”.
Dal carcere traffici di droga via chat
Fonte principale dei proventi delle famiglie mafiose rimane il traffico di droga, come dimostra un’altra inchiesta della DDA di Palermo, che il 20 maggio 2026 ha portato in carcere 21 persone, più cinque ai domiciliari.
Le comunicazioni dal carcere viaggiavano attraverso le piattaforme di messaggistica Signal, Threema e Zangi, con le chat denominate “i fuorilegge” e “fratelli”. Gabriele Pedalino, prima dalle celle di Ascoli Piceno e poi da quelle di Livorno, appena quarantotto ore dopo essere stato trasferito, avrebbe impartito ordini e gestito il traffico di droga servendosi dei nuovi mezzi di comunicazione. Uno dei punti più rilevanti che emerge dall’inchiesta è l’estrema facilità con cui il boss sarebbe venuto in possesso dei cellullari superando tutti i controlli del 41bis.
Gabriele Pedalino è figlio di Francesco, ambedue condannati a 30 anni di reclusione per l’omicidio di Salvatore Sciacchitano commesso nel 2015. La madre è Concetta Profeta, figlia di Salvatore, storico boss di Cosa Nostra. Un’appartenenza e un pedigree mafioso che incutono rispetto e timore. Giuseppe Bronte, arrestato nel blitz e a capo di un altro gruppo che aveva stretto accordi con Pedalino, con sottomissione e riverenza gli si rivolge in questa maniera “Voi altri… ce n’è poca nel mondo. Sangue mio, tu basta che tu mi dici… io sono sempre a disposizione. Dimmi cosa posso fare per te”.
Il mandamento mafioso interessato è quello di Palermo Villagrazia – S. Maria di Gesù, ma è coinvolto anche il territorio del Villaggio S. Rosalia. L’affare al centro delle indagini è quello dello smercio di cocaina. Denominata dai trafficanti “puzza, palline, minuti, bianca, cuosa”, proveniva dalla Bolivia, di qualità purissima del tipo “007”, e arrivando in Europa attraverso la Spagna, veniva poi smistata in Italia e recapitata alle cosche palermitane da camorra e ’ndrangheta.
Dalle indagini è emerso che la sostanza, nella quantità di 57 chili in meno di due anni, avrebbe portato nelle casse dei boss oltre un milione di euro, con prezzi d’acquisto per i clan oscillanti fra i 25 a i 41 euro al grammo. Nelle intercettazioni emergono anche altre cifre: una volta si parla di cinque pacchi di cocaina per centomila euro, in una telefonata si discute d’affari per 255 mila e 400 mila euro.
Particolari rapporti e forniture sarebbero stati gestiti da Roma da un albanese, Alban Cjapi, che si faceva chiamare Thomas Shelby, come il personaggio della celebre serie televisiva Peaky Blinders. Con lui avrebbe avuto contatti soprattutto Mario Mirko Brancato, uomo di fiducia di Pedalino, che, oltre alla gestione della cassa e a curare i conti del clan, rendicontava al boss tutti gli affari. Assieme a Vincenzo Toscano si sarebbe occupato pure delle riscossioni dai creditori e avrebbe distribuito i pagamenti agli affiliati. All’approvvigionamento e al commercio delle sostanze stupefacenti avrebbe partecipato anche un altro gruppo, diretto da Vincenzo Mastrosimone. Originario dello Zen, aveva a disposizione utenze telefoniche e auto che servivano a consegnare la droga ai numerosi “clienti”. In tre mesi gli investigatori hanno registrato ben diciannovemila contatti tra fornitori e consumatori.
Tutte le comunicazioni finanziarie e contabili venivano regolarmente recapitate in carcere a Pedalino tramite “pizzini” fotografati e inviati con le chat criptate. [2]
[1] Ulteriore conferma di una situazione senza controllo sono le sventagliate di mitra, pistole e kalashnikov succedutesi nelle ultime settimane e mesi nella parte nord di Palermo, tra S. Lorenzo, Tommaso Natale, Zen, Sferracavallo, Isola delle Femmine e Capaci.
[2] Le fonti delle notizie riportate sono articoli del “Giornale di Sicilia” (a firma di: Andrea D’Orazio, Virgilio Fagone, Davide Ferrara, Fabio Geraci, Connie Transirico) e di “LiveSicilia.it” (a firma di Riccardo Lo Verso).
29.5.26







