Augusto Cavadi

Sradicare il potere mafioso. Anche la Chiesa faccia la sua parte

“Famiglia cristiana” è il settimanale più diffuso in Italia. Meno noto il mensile “Jesus” che la stessa casa editrice dedica, da venticinque anni, ad approfondire l’attualità religiosa per un pubblico più esigente intellettualmente e, per ovvie ragioni, meno ampio. Sul primo numero del 2004, il giornalista di “Repubblica” Salvo Palazzolo riferisce in esclusiva i colloqui con due notissimi preti della diocesi palermitana che ammettono di aver incontrato, durante la sua lunga latitanza dal 1989 al 1997, il boss Pietro Aglieri, noto non solo per aver frequentato da ragazzo il liceo del seminario di Monreale ma anche per la cura con cui, nel suo covo, aveva preparato una cappelletta e aggiornava una bibliotechina di teologia. Dopo la dichiarazione di aver colto, in Aglieri e in altri casi simili, una sincera volontà di pentimento, i due sacerdoti si rammaricano di non aver potuto coltivare adeguatamente quel filo di apertura. “Mi resi conto – afferma don Giacomo Ribaudo, parroco della Magione – che né lo Stato né la società civile né la Chiesa volevano costruire un ponte verso questi uomini intenzionati a cambiare vita”. “I magistrati mi trattarono come fossi un correo degli uomini della mafia. Evidentemente il loro punto di vista non era il mio” gli fa eco don Lillo Tubolino, parroco della “Sacra Famiglia”.Ancora più dure le espressioni di un terzo intervistato, il parroco del “Santissimo Sepolcro” di Bagheria, don Mario Di Lorenzo, che richiama le vicissitudini del carmelitano della Kalsa condannato per favoreggiamento in primo grado, ma assolto in Appello e in Cassazione: “La Chiesa deve saper rispondere con coraggio alle richieste di chi vuol cambiare vita. Se solo lo Stato l’avesse capito. E invece quei preti si trovarono a operare nell’illegalità. Sì, è vero, Mario Frittitta è stato assolto dalla giustizia, ma quanto ha patito? Tutti ricordano ancora la foto del sacerdote in manette che esce dalla Squadra mobile di Palermo. Non ebbe certo subito il sostegno di tutta la Chiesa: non sono forse queste condanne?”.
Sarebbe difficile negare che queste dichiarazioni sollevano, o risollevano, una problematica seria e articolata: ma che, proprio per questo, esige lucidità mentale, completezza d’informazione storica ed estrema correttezza espressiva. Proviamo a dirlo in estrema sintesi.
Il primo punto fermo è che non si può delegare alla sola magistratura l’immane compito di sradicare il sistema di potere mafioso dal tessuto sociale. Accanto alla necessaria via giudiziaria, occorre perseverare nella via pedagogica: nella via quotidiana e laboriosa della prevenzione educativa, della promozione sociale e della rinascita culturale. Partiti e sindacati fanno quello che possono (o forse un po’ meno): a scuole, chiese e associazionismo laico spetta il resto.
Il secondo punto fermo è che questa distinzione di ruoli implica una distinzione di metodi. Gli organi giurisdizionali devono privilegiare le ragioni della legalità, del rigore, della forza dissuasiva; la società civile e religiosa deve sperimentare canali di ascolto, di confronto dialettico, di persuasività. Non che i cittadini, specie se impegnati in progetti di recupero di concittadini impelagati nella ragnatela mafiosa, possano rinunziare al dovere di maturare un giudizio critico; ma senza dimenticare l’avvertenza dello staretz Zosima nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij: “Sulla terra nessuno può giudicare un delinquente, se quello stesso uomo che giudica non abbia riconosciuto di essere anche lui delinquente come quello che gli sta davanti”.
Il terzo punto fermo, almeno a mio avviso, è che la ‘distinzione’ fra via giudiziaria e via pedagogica non deve mai, in nessun caso, diventare ‘estraneità’ o addirittura conflitto. Si può andare oltre la logica della legge solo rispettandola nella sua oggettività: non mettendola fra parentesi o, peggio ancora, calpestandola. Molto opportunamente Palazzolo completa il suo servizio su “Jesus” con due interviste che chiariscono in maniera inequivoca questo criterio. Nella prima Gian Carlo Caselli spiega che padre Frittitta è stato incriminato e processato perché, dalle “intercettazioni ambientali”, era emerso che, a differenza di altri preti, “non solo aveva incontrato più volte Aglieri”, ma “secondo noi si era anche attivato per inquinare le prove dopo l’arresto del latitante”. Esattamente il contrario, dunque, di ciò che dovrebbe fare un prete secondo quanto sostiene, nell’intervista conclusiva, don Francesco Michele Stabile, docente di storia della Chiesa alla Facoltà teologica: “La cura delle anime è la regola suprema, certo. Ma ciò non significa che si può fare a meno di qualsiasi norma: la consegna del ricercato alle autorità potrebbe rappresentare un segno importante della reale intenzione di convertirsi”. Si può comprendere la resistenza psicologica di un mafioso, in via di pentimento sincero, a denunziare gli ex-complici: ma la fedeltà alla cosca può prevalere sulla preoccupazione per la vita di altri innocenti? “La consegna del latitante è un gesto significativo. Ma nell’ottica di un percorso di conversione è solo l’inizio. Come prescindere dalla riconciliazione con i familiari delle vittime, con gli orfani e le vedove? Il mafioso che vuole davvero convertirsi dovrebbe anche evitare che altro male si compia”.

Pubblicato su “Centonove”, 16 gennaio 2004