Sulla richiesta di archiviazione delle indagini sui depistatori del delitto Impastato

La notizia della richiesta di archiviazione delle indagini sull’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni e sull’allora brigadiere Carmelo Canale per il depistaggio dell’inchiesta sul delitto Impastato, non ci sorprende. E’ passato troppo tempo ma per fortuna sui responsabili dell’assassinio di Peppino Impastato e sui responsabili del depistaggio delle indagini siamo riusciti a raggiungere, grazie all’impegno dei familiari, di alcuni compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione intitolato al suo nome, dei punti fermi.
Il primo punto fermo è la condanna come mandanti del delitto di Vito Palazzolo e di Gaetano Badalamenti; il secondo punto fermo è la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, approvata nel 2000, che ha ricostruito, con nomi e cognomi, le responsabilità dei depistatori.
Abbiamo voluto ripubblicare la relazione nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, perché essa costituisce un fatto unico nella storia della Repubblica. Per la prima volta un soggetto istituzionale come la Commissione parlamentare antimafia indica dei soggetti delle istituzioni, al più alto livello, come responsabili del depistaggio di un delitto che colpiva un militante impegnato radicalmente nella lotta contro la mafia come Peppino Impastato.
Il volume, pubblicato da Editori Riunti University Press, riporta integralmente il testo della relazione, compreso un emblematico interrogatorio di Antonio Subranni, e nuovi interventi di Giovanni Russo Spena, presidente del Comitato costituitosi presso la Commissione per indagare sul delitto Impastato, di chi scrive e del fratello di Peppino, Giovanni.
Nonostante il depistaggio operato da rappresentanti della magistratura, a cominciare dal procuratore capo del tempo, Gaetano Martorana, e delle forze dell’ordine, a cominciare dal maggiore Antonio Subranni, che successivamente ha fatto una brillante carriera come generale dei carabinieri e consigliere militare del presidente del Consiglio, siamo riusciti a fare emergere per intera la verità sul delitto.
Peppino è stato ucciso dalla mafia per il suo decennale impegno di denuncia e di mobilitazione, ma alcuni rappresentanti delle istituzioni lo hanno ucciso un’altra volta, facendolo passare per terrorista e suicida.
Purtroppo i depistatori non sono stati puniti. Li ha salvati la prescrizione e ci chiediamo se essa debba valere anche quando si tratta di favorire degli assassini. Comunque su di essi il giudizio della Commissione parlamentare è chiarissimo, come, da quel che ne sappiamo, lo è il provvedimento della Procura. Se la verità giudiziaria non coincide interamente con quella storica la responsabilità è degli organi istituzionali che hanno coperto i mafiosi depistando le indagini che hanno dovuto superare resistenze interessate e colpevoli. Se il loro intento era l’impunità dei mafiosi omicidi, non ci sono riusciti, per il nostro impegno ma anche perché altri soggetti delle istituzioni hanno dato il loro contributo nella ricerca della verità. Vogliamo ricordare, tra i magistrati, Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto e gli altri che hanno seguito il loro esempio e, tra i politici, i componenti della Commissione parlamentare che hanno contribuito alla redazione della relazione. La nostra proposta di proseguire su quel cammino, ricostruendo la verità su delitti e stragi che hanno condizionato la vita del nostro Paese, dagli omicidi di dirigenti e militanti delle lotte contadine alle stragi di Portella della Ginestra, di Piazza Fontana, di Brescia e di Bologna, finora non è stata accolta. La rinnoviamo ancora una volta, convinti della necessità di far luce sui buchi neri della Repubblica. E per quei delitti e quelle stragi non può essere invocata la prescrizione.
Umberto Santino
Presidente del Centro Impastato