Trasferimento di Caselli

A proposito delle voci sul trasferimento di Caselli

Che Gian Carlo Caselli prima o poi dovesse lasciare la Procura di Palermo, per un altro incarico o per andare in pensione, era prevedibile, ma le voci che danno per scontato il suo trasferimento al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria destano più di una preoccupazione.
Caselli è stato mandato a Palermo dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, in una fase che è stata considerata un'”emergenza speciale”, e dato che negli ultimi anni non ci sono stati né stragi né “omicidi eccellenti”, molti capimafia sono stati arrestati, processati e condannati, ormai si è radicata e diffusa l’idea che l'”emergenza-mafia” sia finita e che il ritorno alla normalità sia già avvenuto o sia questione di giorni. Quindi non occorre più un giudice e un personaggio come Caselli. Al suo posto, possibilmente usando il criterio “sacrosanto” dell’anzianità, può andare qualsiasi altro, se non subito, dopo la conclusione del processo Andreotti, che diventerebbe l’ultimo atto della stagione dell’emergenza.
Se dietro il trasferimento di Caselli c’è questa idea di mafia, diciamo chiaramente che non siamo d’accordo. La mafia non è mai stata e non è un’emergenza; conclusasi con i ben noti effetti boomerang la fase delle stragi e del delirio di onnipotenza criminale di Riina & soci, sono in atto processi di adattamento a un quadro locale, nazionale e internazionale già mutato e in corso di ulteriore mutamento.
Caselli ha avuto il merito di costruire e sperimentare una strategia giudiziaria, in continuità con Chinnici, Falcone e Borsellino, fondata non sul tamponamento dell’emergenza ma su una visione complessa della mafia e del suo sistema di relazione con l’economia e con la politica. E, in momenti particolarmente delicati in cui il “ritorno alla normalità” veniva teorizzato e praticato, ha avuto la capacità di alzare la voce e di farsi ascoltare, suscitando polemiche velenose ma anche conseguendo qualche risultato.
Ora c’è il rischio che il suo trasferimento interrompa questa linea strategica, privi la magistratura più seriamente impegnata di una voce coraggiosa ed autorevole e riporti le attività della Procura di Palermo alla “normalità”, cioè a un sostanziale arretramento. Appunto per questo non ci sentiamo di rassegnarci al “fatto compiuto” e di spedire bigliettini di ringraziamento e di addio.
In ogni caso, se Caselli pensa che sia arrivato il momento di lasciare un incarico tanto gravoso, senza ignorare l’importanza delle carceri in generale e in particolare nella lotta contro la mafia, ci pare che un incarico più adatto per lui, per le competenze ed esperienze che ha accumulato in tanti anni di attività e nei sei anni, durissimi, che ha trascorso a Palermo, sia quello di Procuratore nazionale antimafia.

Umberto Santino