Umberto Santino

A 20 anni dal delitto Impastato la giustizia comincia a muovere i primi passi…

Finalmente a quasi vent’anni dall’assassinio di Impastato, la magistratura ha compiuto un passo decisivo nella direzione che i familiari, i compagni di Peppino, noi del Centro siciliano di documentazione, successivamente intitolato a Impastato, avevamo indicato subito dopo il delitto, dicendo chiaramente che si trattava di un omicidio di mafia, mascherato da atto terroristico, e che il mandante non poteva che essere il capomafia Gaetano Badalamenti. Contro di lui infatti si indirizzavano quotidianamente le denunce e le irrisioni di Peppino, nei comizi e nelle trasmissioni di Radio Aut.

C’è da chiedersi perché si è perso tanto tempo per arrivare all’incriminazione di Badalamenti. La risposta dei magistrati è che solo ora, con le dichiarazioni di alcuni mafiosi collaboranti di giustizia, si sono raccolte le prove sulle sue responsabilità. Cioè vale nel caso di Impastato quella che ormai è diventata convinzione generale: le inchieste sui delitti di mafia non possono arrivare in porto se non c’è una collaborazione dall’interno dell’organizzazione mafiosa. Sono convinto dell’insostituibilità dei collaboratori di giustizia, purché non si prenda per oro colato tutto quello che dicono e il prezzo da pagare non sia troppo alto, tale da regalare loro l’impunità e consentire di continuare a fare i mafiosi all’ombra della protezione di Stato, com’è avvenuto per qualcuno di essi, anche se si è fatto di tutto per correre ai ripari.

Ma nel caso di Impastato, la risposta dei magistrati non mi pare soddisfacente. L’inchiesta è stata chiusa e riaperta varie volte e ogni volta essa è ripartita su sollecitazione dei familiari e del Centro Impastato. Con la pubblicazione del libro “La mafia in casa mia” e del dossier “Notissimi ignoti”, nel 1986, e con la presentazione di esposti, fino all’ultimo del marzo 1996, abbiamo cercato di attivare le indagini e ci attendevamo che si facesse almeno un cenno nell’ordinanza del gip con cui si dispone la custodia cautelare di Badalamenti. Sia chiaro: nessuno di noi è alla ricerca di medagliette, ma questi sono fatti storici che non si possono ignorare, se non si vuole falsare la realtà.

A pagina 4 dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Renato Grillo leggiamo: «Senza dire poi che l’auspicabile collaborazione da parte di chi, per quieto vivere, era indotto a rispettare i segni di un ambiente dove il culto della sopraffazione e dell’omertà regnavano sovrani, avrebbe certamente impedito quei ritardi che, uniti ai depistaggi iniziali e a segnali fuorvianti, hanno negativamente segnato le indagini su questo gravissimo fatto di sangue».

Il gip ignora totalmente che la madre e il fratello di Peppino, pur provenendo da famiglia mafiosa, hanno collaborato con la giustizia fin dal primo momento; che i compagni di Peppino hanno rischiato la pelle e offerto alle forze dell’ordine e alla magistratura elementi preziosissimi (dai frammenti del corpo di Peppino alle pietre del casolare vicino ai binari, macchiate del sangue di Peppino, a prova che prima di essere posto sui binari era stato tramortito, a un promemoria dettagliatissimo presentato nel novembre del ’78); che noi del Centro abbiamo fatto tutto il possibile perché si individuassero i responsabili. Mai, forse, i giudici hanno avuto tanta collaborazione.

La verità è che fin dal giorno del delitto è stata svolta una vera e propria opera di depistaggio e senza l’azione dei familiari, dei compagni e del Centro, Peppino sarebbe passato alle cronache come un terrorista-suicida e dopo avrebbe fatto parte del novero dei morti dimenticati.


Il depistaggio

Di depistaggio parlava già l’ordinanza del maggio 1984, predisposta dal consigliere istruttore Rocco Chinnici e completata e firmata dal suo successore, Antonino Caponnetto, e parla ampiamente l’ordinanza del novembre 1997. La tesi dei magistrati è che gli inquirenti sono stati “depistati” dalla scoperta della lettera in cui Peppino scriveva del suo proposito di suicidio. La lettera era stata scritta alcuni mesi prima e nei giorni in cui è accaduto l’omicidio era ormai acqua passata. Ma il depistaggio era cominciato già la mattina del 9 maggio 1978, data del delitto. Carabinieri e Digos sposarono subito la tesi dell’atto terroristico e perquisirono le case dei familiari e dei compagni di Peppino alla ricerca di “prove” della loro complicità con l’attentatore. Ciò risulta chiarissimamente dalle testimonianze rese dai compagni di Peppino e raccolte nel dossier “Notissimi ignoti”. E nell’esposto presentato nel marzo del 1996 avevamo ribadito cosa intendevamo per depistaggio, indicando episodi concreti in cui la volontà depistatrice si era concretata. Di tale esposto non c’è traccia nell’ordinanza del novembre scorso.


Il ruolo delle forze dell’ordine

Eppure il testo dedica qualche attenzione al ruolo dei carabinieri della zona e riporta le dichiarazioni di alcuni mafiosi collaboranti (Di Carlo, Onorato, Giovanni Brusca, finora solo “dichiarante”) secondo cui le caserme dei carabinieri erano “nelle mani” di Badalamenti.

Quel che è certo è che le forze dell’ordine al momento del delitto non hanno avuto problemi: tra Badalamenti, capomafia e uomo di potere temuto e rispettato, e l'”estremista” Peppino Impastato, la scelta era scontata. In un periodo in cui “la mafia non esisteva”, cioè era al vertice del suo potere ma veniva completamente ignorata, e imperversava il terrorismo e la prima cosa a cui si pensava era che tutte le “teste calde” non potevano non avere rapporti con i terroristi, carabinieri e servizi segreti si sono trovati toto corde contro Peppino e i suoi compagni e, intenzionalmente o oggettivamente, a fianco di don Tano. Poi la scoperta della lettera è stata come la ciliegina sulla torta: l’estremista in crisi si era suicidato compiendo un atto terroristico. Cosa c’era di meglio per sotterrare sotto palate di fango un’esperienza scomoda per tanti?

Ora, dopo le dichiarazioni gravissime dei collaboranti, bisogna fare piena luce sui rapporti tra mafiosi e forze dell’ordine, dai tempi di Peppino Impastato a oggi. Solo così si potranno capire tante cose, compresi il suicidio del maresciallo dei carabinieri di Terrasini Lombardo e i fatti che hanno portato recentemente allo scontro tra carabinieri e procura di Palermo.

Per cominciare occorre una vera e propria indagine sull’indagine per accertare qual è stato il ruolo dei carabinieri, della Digos, della magistratura subito dopo il delitto Impastato. Come scrivevamo nell’esposto del marzo del ’96, «è arrivato il momento di verificare se quelle “tecniche” di indagine furono il frutto soltanto di scarsa professionalità, di incuria e di “supponenza” oppure vi fu chi ebbe interesse specifico a “guidarle” nella maniera nota». Il comportamento dei carabinieri nei confronti dei compagni fu intollerabile: sul luogo del delitto c’era un mucchio di gente, solo i compagni di Peppino furono respinti e invitati a presentarsi in caserma. Il maresciallo di Cinisi non voleva neppure andare nel casolare nei pressi del binario dove i compagni di Peppino avevano trovato le pietre macchiate di sangue. L’allora maggiore Subranni sposò la tesi del suicidio con attentato terroristico e solo quatto anni dopo ha riconosciuto di essersi sbagliato. I resti di Peppino furono raccolti in gran fretta e fu ordinato l’immediato ripristino del binario, distruggendo in tal modo elementi importanti per la ricostruzione del delitto. Ci è stato riferito che l’allora pretore di Carini Trizzino sostiene di non avere responsabilità in quella decisione, perché l’indagine gli fu subito tolta. Lo dica ufficialmente. Tra i magistrati che si occuparono del delitto ci fu Scozzari, che nel diario di Rocco Chinnici viene indicato come colluso con la mafia e che in seguito dovette lasciare la magistratura. Ci fu anche Signorino, successivamente suicidatosi per le accuse rivoltegli da un mafioso collaboratore di giustizia. Il procuratore capo Pizzillo sosteneva che chi affermava che il delitto Impastato fosse opera della mafia cercava di fare una strumentalizzazione politica. Per quel che sappiamo solo il procuratore Costa e il consigliere istruttore Chinnici si adoperarono perché si accertasse la verità.


Buscetta e Badalamenti “posato”

Ma a depistare le indagini c’è stato anche il protopentito Buscetta, ormai salito sugli altari e nominato maestro di vita e luminare di storia. Ha sempre dichiarato che Badalamenti già in quel periodo era “posato”, cioè non era più capomafia e neppure mafioso, e che con il delitto Impastato non c’entrava nulla. Ora un selva di collaboranti smentisce sonoramente Buscetta, parlando di un Badalamenti ancora in sella alla famiglia mafiosa di Cinisi e dicendo a chiare lettere quello che abbiamo ripetuto, inutilmente, in tutti questi anni, e cioè che il mandante del delitto Impastato era proprio lui.

Finalmente Buscetta non è più l’ipse dixit e viene fuori un’immagine di don Tano più rispondente alla realtà. C’è da augurarsi che ciò valga a cancellare definitivamente il mito di Badalamenti che anche i media hanno veicolato, presentandolo come un mafioso all’antica, moderato e ragionevole di fronte ai “deregolati” corleonesi. Chi non ricorda un’intervista televisiva, mandata in onda due volte, in cui l’intervistatore gongolava dello scoop di cui era coprotagonista assieme al capomafia, che più che pronunciare parole articolate si limitava a masticare mugugni e a sciorinare sorrisini? E nello studio televisivo c’era qualcuno che assisteva a bocca aperta a tanta esibizione di sapienza mafiosa!

Si sappia che Badalamenti, non è solo un trafficante di droga, condannato a 45 anni di carcere negli Stati Uniti, ma anche il mandante di un omicidio come quello di Impastato, in cui la ferocia si sposa alla vigliaccheria. Per il capomafia di Cinisi è arrivato il tempo della giustizia anche in Italia. Nel ventesimo anniversario dell’assassinio di Peppino, ci auguriamo che arrivi anche per i complici e per i depistatori.


E gli altri mafiosi di Cinisi?

La Procura aveva chiesto l’incriminazione di Vito Palazzolo, ma il gip ha detto di no, addossando tutto il peso sulle spalle di Badalamenti. Se, come finalmente è stato riconosciuto, Badalamenti era a capo della famiglia mafiosa di Cinisi, non vedo perché non possano essere chiamati in causa tutti i mafiosi che facevano parte del gruppo criminale. Se alcuni di essi, a cominciare da Finazzo, che Peppino definiva lo “strascinaquacina” (cioè il portacalce, il manovale) di Badalamenti, sono morti, altri sono ancora vivi e vegeti. Risulta ad esempio, che Vito Palazzolo si recò in casa Impastato a chiedere che il padre di Peppino andasse da Badalamenti, che doveva certamente parlargli di suo figlio e della decisione già presa, o in cantiere, di ucciderlo (si veda quanto racconta la madre di Peppino a p. 39 del volume La mafia in casa mia).

Se i colpi di Peppino era rivolti principalmente contro il capo, gli altri mafiosi non venivano risparmati e l’interesse ad eliminarlo non era solo del boss ma di tutta la mafia della zona. L’indagine va allargata anche ai mafiosi di Terrasini, doveva aveva sede Radio Aut.

I magistrati si sono accorti solo recentemente dei fratelli D’Anna, parenti e soci di Badalamenti in varie imprese (come risulta dalla ricerca pubblicata nel volume L’impresa mafiosa, scritto da me e da Giovanni La Fiura). Che i D’Anna in seguito alla guerra di mafia dei primi anni ’80 per sopravvivere si siano schierati con i “corleonesi” interessa fino a un certo punto, ai fini dell’inchiesta sul delitto Impastato. A quel tempo sicuramente erano d’amore e d’accordo con Badalamenti ed è ipotizzabile un loro coinvolgimento anche nell’omicidio di Peppino.


La sparata di Gava e il silenzio di Scalfaro e Napolitano

Siamo ancora in attesa del riconoscimento di Impastato come vittima della mafia, anzi più esattamente come caduto nella lotta contro la mafia, essendo stato uno dei protagonisti più significativi del movimento antimafia, in un periodo in cui a lottare contro la mafia si era davvero in pochissimi. Il Pci negli anni ’70 era invischiato nelle spire del compromesso storico e Impastato a Cinisi era solissimo e a Palermo il gruppo del Manifesto raccolto intorno a Mario Mineo, che avviò l’analisi sulla borghesia mafiosa e propose l’espropriazione della proprietà mafiosa, operava in grande isolamento: anche il Manifesto nazionale non aveva il minimo interesse per quel tipo di analisi e di lavoro. Ci voleva l’assassinio di Dalla Chiesa, nel settembre del 1982, perché la legge Rognoni-La Torre disponesse la confisca dei beni dei mafiosi.

Ora il gip scrive che è ampiamente documentato come «Peppino Impastato, rivoltandosi contro il suo stesso ambiente familiare, avesse perseguito come scopo principale della sua militanza politica la lotta alla mafia ed al malaffare e fosse riuscito, in un momento storico non certo facile, a portare avanti con manifestazioni pubbliche, iniziative politiche e le trasmissioni di Radio Aut di Terrasini, un movimento di lotta alla mafia di Cinisi e dei territori limitrofi, impensabile in quei tempi ed antesignano di quelli attuali».

Bene, ma dall’interno delle istituzioni ancora non arrivano segnali concreti. Per chi avesse dimenticato, è bene ricordare che nel luglio del 1990, l’allora ministro dell’Interno Gava, che poi sarebbe stato incriminato per i suoi rapporti con la camorra, rispondendo con due anni di ritardo a un’interrogazione presentata dall’allora deputato di Democrazia Proletaria Guido Pollice, affermava che non era possibile attestare che Peppino Impastato fosse “vittima innocente della mafia”, ignorando che l’ordinanza del 1984 definiva il suo omicidio come delitto di mafia. In un comunicato stampa chiesi le dimissioni del ministro, che dimostrava la più assoluta ignoranza, parlando tra l’altro di un inesistente procedimento penale contro Michele Greco e altri. Nel marzo del 1996 il ministero dell’Interno ha respinto la richiesta della madre di Impastato di ottenere la speciale elargizione prevista per le vittime del terrorismo e della mafia. Contro quella decisione la madre di Peppino ha presentato un ricorso al presidente della Repubblica e il senatore di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena nel giugno del ’96 ha presentato un’interrogazione al nuovo ministro dell’Interno Giorgio Napolitano. Né Scalfaro né Napolitano hanno fino ad oggi dato una risposta. E recentemente la segretaria generale della Società siciliana di Storia Patria di fronte alla decisione del comune di Gangi di intitolare una strada a Impastato, ha espresso parere sfavorevole, non motivandolo. Lo sappiamo benissimo: Peppino Impastato è un morto scomodo, com’era scomodo da vivo, e per molti sarebbe bene dimenticarlo. Nei giorni scorsi abbiamo appreso dalla stampa che il prefetto di Palermo e la Regione siciliana avrebbero invertito la rotta, riconoscendo la matrice mafiosa del delitto e disponendo che venga assegnata alla famiglia la somma prevista per le vittime innocenti della mafia.

Per le istituzioni, e anche per la società civile, ci sono morti di mafia e familiari di serie A e di serie B e altri totalmente inesistenti o che si fa presto a dimenticare. Si ricordi come sono stati trattati l’autista di Rocco Chinnici Paparcuri e quello di Falcone Costanza, fortunosamente scampati alle stragi, ai quali si è quasi rimproverato di essere sopravvissuti, umiliandoli in mille modi. Si ricordi il silenzio calato su tanti caduti nella lotta contro la mafia, in nome di un’antimafia, più spettacolare che effettiva, che reclama primogeniture fondate sulla più assoluta ignoranza della storia e di cui sarebbero depositari e portavoce alcuni personaggi supergettonati dalle televisioni. Nel mio Sicilia 102 ho cominciato un’opera di recupero della memoria, che parte dalla fine del secolo scorso, cioè dai Fasci siciliani, e attualmente sto lavorando a qualcosa di più ampio e documentato.

Peppino Impastato per tanti è un “estremista” datato, per moltissimi un morto senza volto. Le iniziative che stiamo preparando nel ventesimo del suo assassinio, mirano a farlo conoscere in tutta la sua ricchezza, nella lucidità della sua attività politica e culturale, nell’irriverenza delle sue sferzate satiriche, nella radicalità che lo portò giovanissimo a rompere conil padre, nell’abbandono confidato ai suoi versi, nell’amarezza delle delusioni e nella capacità di riprendere l’impegno, nonostante tutto.

In tutta la storia della lotta contro la mafia, che io sappia, non ci sono altri casi di militanti che hanno lottato la mafia a partire dalla propria famiglia. Ma senza una rottura così radicale, cioè dalla radice, è possibile lottare sul serio contro la mafia? Capisco che negli anni che stiamo vivendo la radicalità può sembrare fuorimoda, ma forse ne abbiamo bisogno oggi più di sempre.


Per saperne di più

10 anni di lotta contro la mafia, bollettino del Centro siciliano di documentazione, 1978. Esaurito.
Accumulazione e cultura mafiose, bollettino del Centro siciliano di documentazione, 1979. Ci sono ancora poche copie disponibili presso il Centro Impastato.
F. Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, intervista di Anna Puglisi e Umberto Santino, La Luna, Palermo 1986.
S. Vitale – F. Vitale Impastato, Notissimi ignoti, dossier del Centro Impastato, Palermo 1986. Esaurito.
Amore non ne avremo, poesie di Peppino Impastato, Ila Palma, Palermo 1990. Esaurito.
C. Fava, 5 delitti imperfetti. Impastato, Giuliano, Insalaco, Rostagno, Falcone, Mondadori, Milano 1994.
S. Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995.
S. Vitale (a cura di), Quasi un urlo di libertà. Poesie per Peppino Impastato, edizioni della Battaglia, Palermo 1996.

Pubblicato su “L’inchiesta”, n. 31, 28 gennaio – 10 febbraio 1998, pp. 11-14.