Anna Puglisi

Voci di donne contro la mafia

Il 2 settembre 2010, in ricordo di Felicia Bartolotta Impastato, la madre di Peppino, è stato presentato a Cinisi il cd con le interviste che Gabriella Ebano aveva fatto a donne parenti di siciliani uccisi perché avevano lottato contro la mafia e che erano state pubblicate nel 2005 nel libro Felicia e le sue sorelle.

Ascoltare le voci delle donne intervistate aggiunge interesse al libro che avevo presentato il 7 dicembre 2005, nel primo anniversario della scomparsa di Felicia.

Riporto quanto dissi quel giorno:

Il libro di Gabriella Ebano è utile e bello.

È utile, perché utile e preziosa è ogni pubblicazione che ricordi le vittime nella lotta contro la mafia e l’impegno di chi è rimasto in vita, ma anche perché è messo in evidenza il filo che lega le donne dei martiri delle lotte contadine con quelle che hanno subìto la violenza mafiosa degli ultimi anni.
Tra l’altro si ricordano personaggi quasi totalmente dimenticati, come, per fare soltanto un esempio, Calogero Cangelosi, il segretario della Confederterra e esponente socialista di Camporeale, ucciso il 2 aprile 1948.

È bello perché Gabriella Ebano ha saputo guidare i ricordi di queste donne con un attenzione, una discrezione e un amore, veramente notevoli, come quelli che le ho visto mettere anche nel suo lavoro di fotografa. Ricordo che è stata lieta che venisse utilizzata, nel giorno del funerale della signora Impastato per un manifesto di saluto, una sua fotografia in cui la signora spalanca, con un sorriso, la finestra di casa. È una fotografia che meglio esprime quanto ha fatto la signora Impastato negli anni successivi alla morte di Peppino: chiudere la casa ai mafiosi e aprirla a quanti avessero voluto conoscere suo figlio. Ricordo la sua gioia quando la casa si riempiva di giovani, di studenti che, alla domanda su cosa dovessero fare per impegnarsi contro la mafia, si sentivano dire, dalla signora che aveva frequentato soltanto le elementari e parlava soltanto in siciliano, che dovevano studiare, come aveva fatto suo figlio “che era coltissimo”, perché “studiare apre la mente” e dà gli strumenti per capire e cambiare la realtà.

Mi auguro che il libro di Gabriella Ebano venga letto, non solo al di fuori della Sicilia, ma anche qui da giovani e meno giovani, perché anche molti siciliani non conoscono cosa è stata la lotta contro la mafia o, nella migliore dei casi, la considerano come avvenuta soltanto negli ultimi anni.

Nella prefazione Giuseppe Casarrubea dice che il lavoro della Ebano è nuovo e importante e che è il racconto “di un’inedita resistenza dalla doppia faccia: quella dei caduti e quella dei superstiti”.
Il libro è sicuramente importante per le ragioni che dicevo prima. Quello che non mi sembra esatto dire è che la tipologia del libro è “nuova” e che le interviste pubblicate delineano una resistenza “inedita”.
Non vedo perché, per mettere in evidenza il valore di un lavoro e di un impegno come questo si debba parlarne come di una assoluta novità.
Penso che Gabriella Ebano, al contrario, converrà con me, e sarà lieta che venga sottolineato, che il suo libro rientra a pieno titolo, soltanto per rimanere nell’ambito delle lotte del popolo del Meridione per il proprio riscatto e contro la mafia, nel solco aperto da Rocco Scotellaro, Danilo Montaldi, dallo stesso Carlo Levi, da Danilo Dolci.
Voglio ricordare, inoltre, che non è inedita la resistenza della Sicilia alla mafia, che è stata narrata nella Storia del movimento antimafia di Umberto santino e ancora, nel caso più particolare di donne contro la mafia, La mafia in casa mia, la storia di vita della signora Impastato raccolta da me e Umberto, il mio Sole contro la mafia, con le storie di vita di Michela Buscemi e Piera Lo Verso, e altre storie di vita di donne parenti di vittime di mafia che hanno saputo impegnarsi, correndo anche dei rischi, e non ancora pubblicate nella loro interezza ma utilizzate ampiamente da Renate Siebert nel suo Le donne, la mafia 1.

Ma entrando nel merito delle interviste pubblicate nel libro, il dato che emerge è che le diverse reazioni delle donne parenti di martiri della lotta alla mafia non dipendono né dalla estrazione sociale né dalla scolarizzazione. Così, accanto a Francesca Serafino, moglie di Calogero Cangelosi, andata via dalla Sicilia qualche anno dopo l’assassinio del marito e che ripete diverse volte a Gabriella di avere paura, ancora dopo tanti anni, abbiamo Felicia Impastato, decisamente schierata a chiedere giustizia per il figlio, senza cedimenti o paure, malgrado l’estrazione mafiosa della famiglia del marito.
E in un ambiente diverso da quello in cui hanno vissuto Francesca e Felicia, accanto a donne che si sono impegnate non soltanto per ottenere giustizia per i loro cari, ma anche socialmente e politicamente, troviamo altre che non hanno avuto la forza di uscire dal loro dolore e venire allo scoperto.

Leggendo le interviste delle donne dei caduti nel secondo dopoguerra, durante le lotte contadine, emerge un dato che mi sembra importante sottolineare. Da parte di tutte c’è il ricordo costante della tragedia subìta, il lutto mantenuto per non dimenticare e non fare dimenticare, ma anche un tirarsi indietro rispetto alla difficoltà di ottenere che gli assassini dei loro cari venissero scoperti e puniti.
Bisogna chiedersi il perché di questo.
Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, che invece chiese giustizia per l’uccisione del figlio, ebbe accanto il partito socialista e uomini come Sandro Pertini. Chi hanno avuto, invece, accanto a loro le altre donne? Negli altri casi c’è stato, come per Carnevale, attenzione e aiuto da parte dei partiti e dei sindacati?
Antonella Azoti, figlia di Nicolò, ucciso a Baucina il 21 dicembre del ’46, parla di un estremo isolamento tanto che, da bambina e per tanti anni ancora, pensava al padre colpevolizzandolo per le scelte che lo avevano portato alla morte, scelte, secondo lei, prese e attuate senza pensare alla famiglia. Dice di avere taciuto per anni, come pure sua madre, di avere riconosciuto il valore del padre dopo un grande travaglio e di avere trovato la forza di parlare della sua uccisione soltanto dopo la strage di Capaci.

Le interviste delle donne dei caduti degli ultimi anni mi hanno coinvolta in modo particolare, perché ho preso parte del dolore di tutte e a molte di loro sono stata vicina, diventandone amica.
Con la signora Giovanna Terranova ho vissuto l’esperienza importante dell’Associazione donne contro la mafia, fondata nel 1982 da donne provenienti di diverse esperienze, dopo qualche anno di attività informale e di cui lei è stata presidente.
Pina Maisano Grassi, che conoscevamo da anni, ricorda l’impegno di Umberto Santino per le iniziative in appoggio al marito.
Non abbiamo avuto rapporti con Maria Sagona, moglie di Mario Francese, ma siamo stati amicissimi di Giuseppe, che si era accostato a noi perché eravamo tra i pochi che non avevano mai dimenticato suo padre e perché lo avevamo aiutato nella sua lotta per ottenere la condanna degli assassini del padre, lotta che lo ha stremato fino a portarlo alla morte.
Rita Borsellino, Vita D’Angelo Ficalora, che per un certo tempo è stata anche socia del nostro Centro.
Piera Aiello, che abbiamo potuto conoscere personalmente soltanto quest’anno.

Michela Buscemi. Nella sua intervista ricorrono spesso i nostri nomi come di due amici che le sono stati vicini. È tutto vero. Michela però non ricorda in seguito a cosa ci siamo avvicinati a lei. Era successo che il comitato che aveva lanciato una sottoscrizione per pagare le spese delle parti civili, a maxiprocesso iniziato, aveva deciso che le somme raccolte dovessero andare soltanto ai familiari dei servitori dello Stato.
Michela e la signora Vita Rugnetta erano le uniche, tra i parenti di vittime non servitori dello Stato, che si erano costituite parti civile nel maxiprocesso, le uniche quindi a non avere neanche il sostegno delle varie istituzioni statali. Inoltre si trovavano in notevoli difficoltà economiche per l’isolamento in cui erano state lasciate dalle famiglie e dai loro clienti (Michela aveva un bar e Vita un negozietto di mobili) dopo le loro scelte. Secondo noi la decisione del comitato era totalmente sbagliata, non soltanto perché loro due avevano particolarmente bisogno di un sostegno dal punto di vista economico, ma specialmente perché il loro comportamento doveva essere considerato un fatto importante, un esempio da incoraggiare. Noi del Centro lanciammo a nostra volta una sottoscrizione e consigliamo alle socie dell’Associazione donne di devolvere la somma raccolta con la loro sottoscrizione (ad apertura del maxiprocesso l’Associazione aveva deciso di lanciare una sottoscrizione per sostenere le parti civili donne) a Michela e Vita. Poi il rapporto con Michela si è intensificato quando ho raccolto la sua storia di vita pubblicata in Sole contro la mafia e poi quando è diventata socia e membro del direttivo dell’Associazione donne contro la mafia.

E infine, ma prima di tutte, la signora Felicia.
A un certo punto della sua intervista lei dice, a proposito di un’osservazione di Gabriella sul suo coraggio: “Sì. Io ringrazio Umberto Santino che mi ha aiutato; ma lui mi ha detto: “Ma se non ci fosse stata lei non avrei potuto fare niente””. Felicia si riferisce alla nostra tenacia, di Umberto, e anche mia e di tutto il nostro Centro, nel non lasciare morire il ricordo di Peppino e nella ricerca di ogni possibile indizio per fare riaprire l’inchiesta sul suo omicidio ogni volta che è stata chiusa.
È vero però che, come abbiamo sempre detto e ricordiamo ogni volta che parliamo di lei, se non ci fosse stata la sua decisione di rompere con la famiglia del marito e di costituirsi parte civile già durante l’istruttoria condotta da Rocco Chinnici, noi e i compagni di Peppino non avremmo potuto fare niente. Il suo racconto del viaggio del marito negli Stati Uniti, all’interno della storia di vita pubblicata, con lei come autrice, nel libro La mafia in casa mia, ha avuto un ruolo decisivo nella riapertura delle indagini. Ricordo che portammo il libro in procura, ancora in bozze e senza copertina, avendo capito l’importanza di quella rivelazione, giunta purtroppo dopo otto anni dall’assassinio di Peppino.

Voglio, oggi, nell’anniversario della sua scomparsa, finire rivolgendole un pensiero affettuoso, come per un’amica che non può essere dimenticata.

1 La storia di vita di Giovanna Terranova è stata pubblicata nel mio libro Storie di donne. Antonietta Renda, Giovanna Terranova e Milly Giaccone raccontano la loro vita, Di Girolamo, Trapani 2007.