L’assoluzione di Andreotti: verità storica e verità giudiziaria

Prendiamone atto: Andreotti è stato assolto “perché il fatto non sussiste” e lasciamo ai tecnici le discussioni sul secondo comma dell’art. 530 del codice di procedura penale: non c’erano le prove o sono state ritenute insufficienti?
Il “fatto” su cui riflettere, soprattutto per chi in questi anni ha cercato di battersi contro la mafia sul fronte della società civile, è che, dopo il crollo del bipolarismo e dopo le stragi del ’92 e del ’93, molti di noi hanno pensato che finalmente si potesse fare chiarezza sui delitti e sulle stragi, andando oltre l’ala militare di Cosa nostra e cominciando a dare un nome e un volto ai mandanti. Finalmente c’era la possibilità di far coincidere, non completamente, ma almeno in buona parte, verità storica e verità giudiziaria. E questo poteva e doveva valere anche per tutte le stragi, da Piazza Fontana a Bologna, che hanno insanguinato l’Italia.
I processi ad Andreotti, ben più di quelli ad altri politici o uomini delle istituzioni, sono stati vissuti come la grande occasione. Anche se solo qualche imbecille poteva pensare che tutto il male d’Italia fosse invenzione di un Grande Vecchio, l’icona Andreotti, nella versione Belzebù clonata dai vignettisti, si prestava perfettamente per materializzare quel fantasma. Dopo l’assoluzione di Palermo Andreotti, già beatificato dopo il verdetto di Perugia, scala i cieli della santità e non è escluso che possa essere accanto al vecchio Papa ad aprire i riti del Giubileo.
La sentenza di Palermo non era scontata, ma diciamolo francamente: l’incriminazione per associazione mafiosa, dopo una precedente imputazione per concorso esterno, è stata una forzatura, come pure è stata una forzatura considerare il processo a un singolo personaggio, certamente tra i più potenti di mezzo secolo di storia italiana, come il processo alla Dc. Anche se continuamente si diceva che non era così, moltissimi hanno pensato che di questo si trattasse.
Ora non possiamo non subire gli effetti boomerang derivanti dall’aver caricato il processo di un peso troppo gravoso e improprio. E sulla base delle assoluzioni si riscriverà una storia che coincide con questa verità giudiziaria, in piena coerenza con un “revisionismo” che appiattisce e cancella responsabilità gravissime, una volta inchiodata la bara delle ideologie defunte.
Ricordiamole queste responsabilità, che non sono solo di Andreotti ma di una parte consistente del gruppo dirigente democristiano. Da Scelba che liquida la strage di Portella della Ginestra con un secco: “non c’è un movente politico”, a De Gasperi che, nel 1949, durante un dibattito al Senato, rispondendo a chi accusa per l’ennesima volta il ministro di Caltagirone di non far nulla contro il banditismo e contro la mafia, dichiara: “non si tratta della politica di un uomo, ma della politica solidale di un governo”. E ricordiamo Pasquale Almerico, il sindaco democristiano di Camporeale, ucciso nel 1957, che aveva denunciato l’ingresso dei mafiosi nel partito e l’allora segretario provinciale Gioia gli aveva risposto: “Il partito ha bisogno di uomini nuovi”: quegli uomini nuovi erano Vanni Sacco, Paolino Bontate, Pietro Torretta, Vincenzo Nicoletti, i Greco e i La Barbera, il Gotha della mafia siciliana.
E poi c’è Lima, non solo Ciancimino; ci sono i Salvo, che Andreotti non ha mai conosciuto; ci sono i mafiosi nella corrente andreottiana; ci sono i morti anche all’interno della DC (Reina, Mattarella, lo stesso Lima). Su tutto questo Andreotti e gli altri dirigenti democristiani, al di là del processo, non hanno nulla da dire? Basta mettere tutto nel calderone del “quieto vivere”? Non ci sono responsabilità politiche ed etiche che dovrebbero porre qualche problema anche al Vaticano che si prepara a beatificare Padre Puglisi?
Dai processi di Perugia e di Palermo viene una precisa indicazione: sul terreno dei rapporti tra mafia e politica, mafia e istituzioni, mafia e società i protagonisti debbono essere le forze politiche e i soggetti della società civile. Quali forze sono oggi seriamente disponibili per questo impegno? E anche sui temi della giustizia non è arrivato il momento di condurre in porto le riforme di cui si parla (a cominciare da quella sui pentiti) o si pensa ancora che basti qualche dichiarazione e qualche comunicato di solidarietà ai magistrati più esposti?

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato