Sull’assoluzione di Andreotti per il delitto Pecorelli
Non sono per niente sorpreso per la sentenza della corte d’assise di Perugia con cui sono stati assolti Andreotti, Vitalone e gli altri imputati per l’assassinio Pecorelli. Non tanto per l’andamento del processo e per le valutazioni più o meno prevedibili che leggeremo nelle motivazioni della sentenza, quanto per una considerazione di carattere più generale. Rispetto al 1993, anno a cui rimontano le richieste di autorizzazione a procedere contro Andreotti per associazione mafiosa e per l’omicidio Pecorelli, il clima è radicalmente mutato.
Allora le stragi in cui caddero Falcone e Borsellino con le loro scorte e che insanguinarono l’Italia innescarono la reazione delle istituzioni e, sempre nell’ottica dell’emergenza che ha caratterizzato finora l’azione antimafia, si volle dare una risposta alla tracotanza mafiosa. Si vararono nuovi provvedimenti, si arrestarono finalmente alcuni capimafia latitanti e con i pentiti, a cominciare da Buscetta, che si decisero a parlare anche del cosiddetto “terzo livello” (espressione che ho sempre contestato: non esiste una supercupola che dà ordini ai mafiosi, i rapporti sono molto più complessi), si pensò che ci fossero materiali bastevoli per portare nelle aule giudiziarie il vecchio problema dei legami tra mafia e politica.
Questi legami non sono un’invenzione di visionari “giacobini” o delle “toghe rosse”, sono costitutivi del fenomeno mafioso così come si è storicamente sviluppato, dalla repressione del movimento contadino ai delitti politico-mafiosi degli ultimi decenni, ma un conto è il giudizio storico-politico un altro la sua traduzione in termini giudiziari. Si è ritenuto che le dichiarazioni dei mafiosi collaboratori di giustizia finalmente colmassero un vuoto e potessero mettere fine ad alcuni dei “misteri d’Italia”, e in pieno clima d’emergenza sono arrivate le autorizzazioni a procedere e si sono celebrati i processi di Perugia e di Palermo. In questi sei anni l’emergenza è sbollita ed è ritornata la “normalità”.
Non credo che bisogna rassegnarsi a vedere eternamente irrisolti i misteri del nostro paese, ma i mafiosi “pentiti” non sono professori di storia, come qualcuno ha creduto, né le loro dichiarazioni da sole bastano per portare alla condanna gli uomini politici incriminati. Ci vogliono riscontri obiettivi ma ci vuole soprattutto una reale volontà di cambiare pagina, prima ancora che nelle aule di giustizia, nelle istituzioni e nella società. Questa volontà pare che ci sia dopo i grandi delitti, ma non è destinata a durare e i risultati delle elezioni recenti lo dimostrano ampiamente.
Cosa succederà dopo la sentenza di Perugia? Anche il tribunale di Palermo assolverà Andreotti? Dovremo contentarci delle condanne dei capimafia e rassegnarci all’assoluzione dei politici imputati di rapporti con la mafia?
Quel che è certo è che la lotta politica non può essere fatta dai magistrati, che in questi anni hanno avuto una funzione di supplenza rispetto a un ceto politico e a una società civile che non hanno saputo fare la loro parte. Adesso c’è la levata di scudi dei “perseguitati dalla giustizia” e c’è da attendersi una sorta di controprocesso alle procure “rosse”, ma le forze politiche che ancora pensano di doversi battere contro la mafia, quel tanto di società civile che è ancora in piedi, non si limitino a dichiarazioni verbali di solidarietà ai magistrati più esposti e alle lamentazioni. Il processo di Perugia non può segnare la fine delle indagini su mafia e politica, anche se bisognerà rivedere molte cose, a cominciare dall’uso dei pentiti. In ogni caso i cittadini interessati a cambiare questo paese debbono essere coerenti: non possono limitarsi a scendere in piazza dopo i grandi delitti, confidare in qualche leader più o meno carismatico e stare a guardare. Se la democrazia non diventa pane quotidiano, l’Italia rimarrà terra di misteri e il trasformismo segnerà profondamente questo pasticcio che chiamiamo seconda repubblica e sarà il terreno favorevole per nuovi legami tra politici per tutte le stagioni e mafiosi indigeni o importati.

Umberto Santino, presidente del Centro Impastato