Umberto Santino

Movimenti sociali e movimento antimafia


Dal conflitto di classe all’impegno civile

L’espressione “movimento antimafia” viene adoperata per indicare le manifestazioni e le iniziative contro la mafia sviluppatesi negli ultimi anni, in particolare dall’assassinio del generale-prefetto Dalla Chiesa (3 settembre 1982) in poi, non solo in Sicilia ma in tutto il territorio nazionale.
Si tratta di iniziative diverse (dibattiti, convegni, petizioni, raccolte di firme, cortei, fiaccolate, spettacoli, formazione di centri, associazioni, comitati, gruppi formali o informali, coordinamenti, cartelli ecc.) condotte da vari soggetti (studenti, insegnanti, intellettuali, commercianti, religiosi, uomini delle istituzioni, cittadini comuni) in forme precarie o continuative.
Spesso si guarda a queste iniziative come a un fatto nuovo, mai registratosi in precedenza, e anche le denominazioni che vengono usate dagli stessi protagonisti del movimento (per esempio, il cartello di associazioni che si è formato a Palermo nel 1993 si chiama “Palermo anno uno”) lasciano intendere che la lotta contro la mafia sia cominciata solo adesso, stia muovendo i primi passi, sia appunto all’anno uno.

Sembrerebbe che prima tutti i siciliani, o quasi, fossero con la mafia, complici o sudditi della mafia, considerata come l’incarnazione più congeniale di una “cultura siciliana” monoliticamente “perversa”, e che da qualche anno tutti i siciliani, o quasi, siano contro la mafia, in uno sforzo di liberazione da un male atavico che somiglia a una sorta di mutazione antropologica.
In realtà non esiste una cultura siciliana come un blocco compatto e i caratteri che sono stati indicati come tipici di essa (il familismo, l’onore, la mafiosità diffusa) sono soltanto degli stereotipi se non vengono analizzati seriamente e colti all’interno di un contesto articolato e contraddittorio(1). In Sicilia c’è stata, e c’è, la mafia, e c’è stata, e c’è, la lotta contro la mafia. E questa lotta non è cominciata solo da qualche anno ma ha più di un secolo sulle spalle.
Possiamo distinguere tre fasi:

– la prima fase va dai Fasci siciliani (1891-1894) al secondo dopoguerra (anni ’40 e ’50),
– la seconda abbraccia gli anni ’60 e ’70,
– la terza va dagli anni ’80 a oggi(2).

Nella prima fase la lotta antimafia si presenta come aspetto specifico della lotta di classe e per la democrazia in Sicilia, e in particolare nella Sicilia occidentale, area in cui storicamente si è formata e sviluppata la mafia.
Il soggetto protagonista è il movimento politico-sindacale nelle fasi iniziali: una sorta di “stato nascente” di sindacati e partiti. La storia delle lotte sociali contro la mafia comincia con i Fasci siciliani e continua con le lotte contadine fino agli anni ’50. Queste lotte si scontrarono duramente con la mafia e con gli agrari, congiunti da un patto di dominio che per perpetuarsi ricorse puntualmente agli assassinii e alle stragi per reprimere qualsiasi tentativo di metterlo in forse.
Nella seconda fase la lotta contro la mafia è condotta dalle forze politiche di opposizione e da piccole minoranze, raccolte in alcuni dei gruppi di Nuova sinistra che si formano dopo il ’68.
Dagli anni ’80, in particolare dopo il delitto Dalla Chiesa, il movimento antimafia assume dimensioni di massa, almeno in alcune manifestazioni, e si presenta come una forma di impegno civile che si diffonde in varie regioni d’Italia. Non è più il conflitto di classe la molla che fa scattare il movimento ma l’indignazione per la tracotanza mafiosa, che si esprime con delitti che colpiscono gli uomini più rappresentativi delle istituzioni che si oppongono all’espansione del fenomeno mafioso, in nome dello Stato, che però li condanna all’isolamento e li espone alla ritorsione violenta. Con l’indignazione si fa strada la consapevolezza che il fenomeno mafioso non è più limitato a una piccola area del paese e costituisce un attentato continuato alla vita democratica.

La prima fase è la più esplorata, anche se non è stata studiata finora sotto il peculiare punto di vista dello scontro con il fenomeno mafioso. Per essere la più lontana nel tempo, essa è stata e continua ad essere oggetto dell’analisi storica ma è totalmente, o quasi, ignorata dalle giovani generazioni.
I problemi di fondo da mettere in luce riguardano gli obiettivi, le forme organizzative, la composizione di classe del movimento contadino e più in generale della società siciliana, convinti come siamo che la mafia è un fenomeno che va ricostruito nella sua base sociale e nel suo ruolo all’interno del contesto sociale, da cui va distinta per le sue specificità ma non separata, come se si trattasse di qualcosa di estraneo, marginale o patologico(3).
Dai Fasci siciliani agli anni ’40 e ’50, in contesti mutati, si sono riproposti sostanzialmente gli stessi problemi, sia a livello di dibattito teorico che di prassi politico-sindacale. Data l’eterogeneità della composizione del movimento contadino siciliano, bisognava coinvolgere tutte le componenti (comprese quelle piccolo-borghesi, cioè i contadini medi, piccoli proprietari) o solo i proletari (cioè i braccianti, la forza-lavoro salariata e i contadini poveri) e obiettivo della lotta doveva essere la socializzazione della terra o la sua distribuzione ai contadini?
La questione della composizione di classe si pose fin dai primi passi del movimento contadino a livello internazionale, con analisi e decisioni operative diverse (basti pensare al programma francese, che comprendeva anche le componenti piccolo-borghesi, e ai congressi di Zurigo dell’agosto 1893 e di Reggio Emilia del settembre successivo, in cui si tracciarono confini precisi per quanto riguarda i soggetti, esclusivamente i proletari delle campagne, e gli obiettivi, con al centro la collettivizzazione) e si riaffacciò puntualmente nelle tappe successive fino agli anni ’50. Essa presenta risvolti notevoli riguardo alla mafia, anch’essa con una base sociale complessa: gli affiliati alle associazioni mafiose provenivano da varie classi, il blocco sociale con cui le organizzazioni mafiose interagivano in vari modi aveva composizione interclassista, coincidente in parte con quella stessa del movimento contadino, ma al suo interno la funzione dominante era svolta, e con gli aggiornamenti richiesti dai mutamenti del quadro, continua ad essere svolta, da quella che ho definito “borghesia mafiosa”, cioè dai soggetti illegali-legali più ricchi e potenti(4). Si ripercuotono sul terreno della lotta alla mafia i grandi problemi e le non meno grandi divisioni che hanno attraversato tutta la storia del movimento operaio, le sue scelte strategiche e le non meno importanti e laceranti scelte tattiche: riforme o rivoluzione, intransigenza o elasticità ecc. ecc.
Un dato che spesso viene ignorato o sottovalutato è l’imponente flusso migratorio che segue alle sconfitte del movimento contadino e che nei primi anni del XX secolo e nel secondo dopoguerra ha dissanguato la Sicilia, inchiodandola al ruolo di produttrice di forza lavoro per il mercato internazionale.

La seconda fase è pressoché sconosciuta, se si toglie la cerchia ristretta dei militanti di quella stagione politica, spesso avviati su altre strade e poco interessati a conservarne la memoria. La peculiarità di questa fase, che può essere definita un periodo di transizione, per i mutamenti in atto nel quadro sociale e nella mafia, è data dal recupero di una dimensione classista, operato da piccole minoranze che però presentano una notevole lucidità di analisi sugli sviluppi del fenomeno mafioso e riescono a sviluppare esperienze significative, tra cui quella conclusasi tragicamente di Giuseppe Impastato(5).

Sulla fase più recente la riflessione è appena avviata(6). Abbondano gli stereotipi, le informazioni-deformazioni, le mitizzazioni, mentre scarseggiano le analisi e le informazioni che tengano conto della varietà se non eterogeneità delle presenze. In essa prevalgono gli aspetti culturali, emotivi, etici; hanno largo peso le proiezioni spettacolari, spesso con funzione deformante. Gran parte delle iniziative si sviluppano come risposta ai grandi delitti e alle stragi che colpiscono personaggi-simbolo dell’immaginario collettivo. La mafia con i suoi delitti più eclatanti innesca la reazione e molto si consuma in un periodo di tempo abbastanza limitato, lasciando solo deboli tracce per il futuro.
Qui si dà un quadro sintetico dell’entroterra teorico alle spalle della ricostruzione della fase più recente, alla luce delle riflessioni sui movimenti in generale.


La società civile dalla politica al suo contrario

Secondo le idee correnti, che potremmo chiamare “pre-definizioni” per l’indeterminatezza che le caratterizza, l’attuale movimento antimafia è una manifestazione della società civile, è un movimento etico-sociale, è una forma di cittadinanza-militanza sociale. Sarà necessario pertanto chiarire preliminarmente il significato di questi termini, esplorare anche se in modo sintetico il terreno teorico in cui si sono sviluppati.
L’espressione “società civile” inizialmente designava la società della civitas e della polis, cioè la società politica, regolata dalle leggi e fondata sulla istituzione di un potere comune. Nella concezione aristotelica la polis era pur sempre una società naturale, corrispondendo perfettamente alla natura sociale dell’uomo, animale politico; invece nel modello hobbesiano la società civile era contrapposta allo stato di natura primitivo e costituiva una società istituita o artificiale. Rousseau chiamava “società civile” lo stato di corruzione in cui l’uomo naturale cade in seguito all’istituzione della proprietà privata, “attribuendo all’aggettivo civile il significato di “civilizzato””(7).
Nel sistema di Hegel, che si sviluppa in una serie di articolazioni trinitarie, lo spirito è trino (soggettivo, oggettivo e assoluto) e all’interno dello spirito oggettivo si distinguono tre momenti: diritto astratto, moralità ed eticità. L’eticità a sua volta è distinta nei tre momenti: famiglia, società civile, Stato. La famiglia è una società naturale, la società civile è un momento preliminare dello Stato, che rappresenta la forma più alta di eticità.

La società civile rappresenta per Hegel il momento in cui l’unità familiare, attraverso l’insorgere di rapporti economici antagonistici prodotti dalla necessità in cui l’uomo si trova di appagare i propri bisogni mediante il lavoro, si dissolve nelle classi sociali (il sistema dei bisogni), in cui la lotta delle classi trova una prima mediazione nella risoluzione pacifica dei conflitti attraverso l’instaurazione della legge e la sua applicazione (l’amministrazione della giustizia), in cui infine gli interessi comuni trovano una prima regolamentazione puramente esterna nell’attività della pubblica amministrazione e nel costituirsi delle corporazioni di mestiere (polizia e corporazione)(8).

Alla società civile, per essere Stato, manca il carattere dell’organicità. Anche per Marx la società civile è prestatale, ma nel senso che essa è la società borghese, che coincide con la sfera dei rapporti economici. Essa è simile alla società naturale, contrapposta alla società politica. Mentre prima la società civile prefigurava lo Stato, in Marx si identifica con l’hobbesiano stato di natura.
Gramsci usa il termine per designare il complesso delle relazioni ideologico-culturali che mirano alla trasmissione dei valori dominanti e attraverso cui la classe dominante esercita la propria egemonia. Quindi l’accento si sposta dalla struttura alla sovrastruttura.
Nel linguaggio contemporaneo per società civile si intende “la sfera dei rapporti tra individui, tra gruppi, tra classi sociali, che si svolgono al di fuori dei rapporti di potere che caratterizzano le istituzioni statali”(9), quindi tutto ciò che non è statuale, istituzionale, politico. I partiti politici sono i tramiti tra società civile e istituzioni.
Negli ultimi anni si è posto il problema se la distinzione tra società civile e Stato abbia ancora ragione di essere, poiché si sono incrociati due processi: la socializzazione dello Stato (cioè lo Stato si è trasformato da Stato di diritto in Stato sociale, riappropriandosi di molti aspetti della società, e si sono sviluppate forme di partecipazione alle scelte politiche attraverso le organizzazioni di massa) e la statalizzazione della società, cioè la regolazione dei rapporti sociali, a cominciare da quelli economici, da parte delle istituzioni statali.

Queste osservazioni sono giuste, eppure la contrapposizione fra società civile e Stato continua ad essere d’uso corrente, segno che rispecchia una situazione reale. Pur prescindendo dalla considerazione che i due processi dello Stato che si fa società e della società che si fa Stato sono contraddittori, perché il compimento del primo condurrebbe allo Stato senza società, cioè allo Stato totalitario, il compimento del secondo alla società senza Stato, cioè all’estinzione dello Stato, i due processi sono tutt’altro che compiuti e proprio per la loro compresenza nonostante la loro contraddittorietà non suscettibili di compimento(10).

Recentemente si è sempre più affermato un uso dell’espressione con intenti polemici, per denunciare la delegittimità dello Stato e dei partiti (si è sempre più spesso, a proposito o a sproposito, parlato di “partitocrazia” come del peggiore dei mali) se non si sanno rendere interpreti e realizzatori delle “istanze della società civile”, che in tal modo si configura come la sede di bisogni, esigenze di qualsiasi ordine (economici, culturali ecc.), considerati sempre e comunque positivi.


Movimenti sociali e azione collettiva

La riflessione sui movimenti sociali è più recente, si può dire che dati dagli anni ’60, che vedono la nascita dei nuovi movimenti, non inquadrabili nei vecchi schemi del sindacato e del partito politico.
Lo sviluppo di nuove forme di movimento ha portato a un ripensamento degli schemi sociologici e alla elaborazione di ipotesi per una teoria dell’azione collettiva in grado di analizzare e spiegare la nuova realtà.

I sommovimenti sociali degli anni Sessanta hanno portato, sia negli Stati Uniti che in Europa, ad una critica radicale delle rispettive tradizioni di studio dell’azione collettiva. In polemica con gli studiosi del comportamento collettivo, si è affermata negli Stati Uniti la “normalità” dei movimenti sociali. In Europa, l’uso del concetto di “nuovi” movimenti sociali è servito invece a sottolineare i mutamenti delle forme di protesta contemporanea rispetto alla tradizione del movimento operaio(11).

Quindi queste riflessioni sono, e vogliono essere, una svolta nelle analisi sociologiche, per metterle in grado di interpretare fenomeni che si presentano come nuovi e diversi rispetto a quelli verificatisi e studiati in passato. Così i sostenitori della tesi dei movimenti sociali come azioni razionali, suscitate da interessi di classe, si rifanno all’analisi di Marx, ma si discostano da essa e soprattutto dal marxismo corrente, mentre altri utilizzano le analisi di Weber e della scuola di Chicago in un sistema di significati diverso.
Weber aveva studiato il rapporto tra azione collettiva e nuove credenze: i movimenti sociali costituirebbero un’esperienza collettiva straordinaria, con al centro la personalità carismatica di un leader che annuncia un nuovo sistema di valori(12) e le credenze collettive avranno un ruolo fondamentale nella sociologia struttural-funzionalista(13).
La scuola di Chicago negli anni ’20 aveva introdotto nella cittadella della sociologia l’analisi del comportamento collettivo e delle trasformazioni in atto nella società americana del tempo. L’ordine sociale è visto come un sistema costantemente emergente e i comportamenti collettivi sono considerati come “fenomeni che mostrano nel modo più ovvio ed elementare i processi attraverso cui le società sono disintegrate nei loro elementi costituenti che poi si ricompongono insieme in nuove relazioni per formare nuove organizzazioni e nuove società”(14).
In tal modo i movimenti sociali sono parte integrante del normale funzionamento della società ed espressione di un più ampio processo di mutamento.
Riprendendo quella linea d’analisi, la scuola dell’interazionismo simbolico concepisce i movimenti sociali come “forme attraverso cui nuove legalità, nuove comprensioni, forme nuove e innovative della vita organizzata e istituzionalizzata sono create e sviluppate”(15).
I movimenti collettivi, a differenza di altre forme di azione sociale, non sono strutturati, scaturiscono dall’emergere di regole e norme nuove e rappresentano dei tentativi di trasformare quelle esistenti. Essi si sviluppano quando si diffonde un sentimento di insoddisfazione, a cui le istituzioni non riescono a rispondere, e nascono “dall’interazione di esseri umani coscienti, che assolvono al ruolo di creatori del mutamento sociale, piuttosto che essere da esso determinati”(16).
La sociologia dei movimenti sociali deve numerose acquisizioni alla scuola del comportamento collettivo, definito come azione cosciente e propositiva e studiato attraverso ricerche empiriche. I limiti di questo tipo di approccio sarebbero soprattutto due: viene usato un unico concetto per designare fenomeni diversi (folle, moti, panico, mode, manie); ci si limita a una descrizione della realtà senza guardare alle fonti strutturali dei conflitti.
Anche per i funzionalisti il comportamento collettivo è non-istituzionale, complesso, basato sull’emergere di una nuova visione del mondo, ma la loro attenzione si sposta sulle tensioni sociali che possono generare i movimenti collettivi, considerati come attori prevalentemente irrazionali. Essi sono il prodotto di una trasformazione sociale troppo veloce. Nella teoria di Talcott Parsons il sistema sociale è il risultato dell’equilibrio di tanti sottosistemi e i movimenti collettivi hanno un ruolo marginale essendo solo la spia di tensioni che i meccanismi di riequilibrio non riescono ad assorbire. Così essi compaiono nei capitoli dedicati alla devianza, in cui vengono analizzate condotte criminali e conflittuali, effetti degli squilibri del sistema di integrazione sociale, per cui la protesta è considerata una forma di “devianza utopica”(17).
All’interno della scuola funzionalista lo studioso che ha dedicato maggiore attenzione allo studio del comportamento collettivo è Neil Smelser, secondo cui il comportamento collettivo è una “mobilitazione non istituzionalizzata all’azione con lo scopo di modificare uno o più tipi di tensioni sulla base di una ricostruzione generalizzata di una componente dell’azione”(18). Smelser individua le seguenti componenti-base dell’azione sociale: i valori, cioè i fini generali; le norme che governano il perseguimento dei fini, l’organizzazione sociale, cioè i ruoli degli individui mobilitati nell’azione; le facilitazioni situazionali, cioè i mezzi e le risorse impiegate per perseguire gli obiettivi. Se si crea una tensione a un certo livello, l’attenzione si sposta a quello immediatamente successivo per cercarvi le risorse necessarie per risolvere lo scompenso e ridiscende nuovamente secondo un processo di destrutturazione e ristrutturazione.
L’attenzione si focalizza su due punti: le tensioni strutturali e l’emergere di credenze generalizzate, definite come “gli sforzi collettivi propositivi per ridefinire e ristrutturare l’ambiente sociale che si cristallizzano quando individui o gruppi sono soggetti ad alcune tensioni e ad alcuni vincoli alla propria capacità di risolvere queste tensioni”(19). L’azione collettiva è possibile perché si costituisce una fiducia in forze straordinarie, come accade con le credenze magiche, e nelle conseguenze eccezionali che si avranno se il tentativo operato con l’azione sociale avrà successo. Ad ogni componente dell’azione sociale corrisponde una diversa credenza generalizzata: su questa base vengono individuati cinque tipi di comportamenti collettivi: il panico, la moda, il moto ostile, i movimenti orientati alle norme e quelli orientati ai valori.
Smelser distingue quattro fasi nei movimenti sociali, ognuna delle quali richiede un diverso tipo di leadership:

Durante la prima fase di fermento sociale, il leader tipico è un agitatore, una persona che “smuove le acque”. Durante la seconda fase di eccitazione popolare, è necessario un profeta per diffondere il messaggio e per suscitare entusiasmo tra i seguaci. Nella terza fase di organizzazione formale, un amministratore che organizza la divisione del lavoro, definisce i requisiti di appartenenza e fa tutto il necessario per coordinare il movimento. Durante la fase finale di istituzionalizzazione, il movimento diventa più burocratico e un uomo di stato, uno che capisce la realtà politica, aiuterà il movimento a sostenersi e a raggiungere i suoi obiettivi(20).

In questa visione i movimenti sociali appaiono come attori irrazionali (come si è visto un ruolo decisivo giocano le credenze generalizzate, assimilate a quelle magiche) e fenomeni patologici, che nascono per la mancanza di strutture intermedie tra istituzioni e cittadini che assicurino la socializzazione.
L’obiezione di fondo all’approccio struttural-funzionalista è che esso è più adatto a spiegare la stabilità che il mutamento.


Mobilitazione delle risorse e processo politico

Contestano l’approccio struttural-funzionalista le scuole formatesi in concomitanza dei movimenti degli anni ’60 negli Stati Uniti (i suoi paradigmi: resource mobilization approach e political process model) e in Europa (analisi dei “nuovi movimenti sociali”).
L’analisi dei processi di mobilitazione delle risorse necessarie all’azione collettiva, sviluppatasi negli Stati Uniti nel corso degli anni ’70, ritiene i movimenti collettivi un’estensione delle forme tradizionali di azione politica e li considera come attori che operano in modo razionale per il perseguimento dei loro interessi. Si tratta pertanto di soggetti coscienti che applicano delle scelte razionali, protagonisti del normale funzionamento del sistema, e qui opera la derivazione dalla scuola di Chicago. L’azione collettiva quindi non è una devianza, una patologia e una disfunzione, ma nasce dal calcolo razionale degli interessi in una società composta da gruppi sociali in conflitto tra loro(21). È un approccio utilitarista, sulla scorta di Stuart Mill, che non si limita a registrare le situazioni di tensione e di disagio ma studia le condizioni, le risorse interne e le opportunità esterne che trasformano lo scontento in movimento. Il gruppo, in base a un calcolo dei costi e dei benefici, impiega le risorse, materiali e non, a disposizione, in vista degli obiettivi che si propone di conseguire. A tal fine si organizza lo scontento, si creano reti di solidarietà, si distribuiscono incentivi, si acquisiscono consensi.
Uno dei problemi più significativi è la forma di organizzazione e la mobilitazione della solidarietà. Non basta un interesse comune per produrre azione collettiva. Su tali aspetti gli studiosi del resource mobilization approach riprendono criticamente le analisi di Mancur Olson(22), sottolineando che oltre agli incentivi materiali sono importanti quelli simbolici, come l’impegno morale e la solidarietà: non vanno valutati solo i vantaggi e le perdite individuali ma anche quelli collettivi. Nell’azione collettiva c’è un progetto comune, un interesse condiviso, che va oltre l’interesse dei singoli partecipanti.
I teorici del political process model analizzano le relazioni tra attori politici istituzionali e protesta, rifiutando di concepire i movimenti esclusivamente come antiistituzionali e sottolineando il loro ruolo nella rappresentanza degli interessi. Tale approccio offre un contributo all’interpretazione politica dei movimenti contemporanei ma rischia di costringerli in un’ottica ristretta, prestando poca attenzione al fatto che essi spesso si sviluppano contestualmente sul terreno politico e su quello dell’innovazione culturale(23).
Tanto il paradigma della mobilitazione delle risorse che quello del processo politico studiano le condizioni dell’azione collettiva, il come essa si forma e si sviluppa, trascurando però il perché, cioè le origini strutturali del conflitto.


La sociologia europea e i nuovi movimenti sociali

Allo studio di questo aspetto si è dedicata la sociologia europea nell’analisi dei “nuovi movimenti sociali”: essi sono la spia e la forma del conflitto nel capitalismo maturo, nelle società che sono state definite in vari modi: post-industriali, post-fordiste, tecnocratiche ecc. Sociologi come Alain Touraine, Claus Offe e Alberto Melucci hanno individuato nei movimenti sociali degli ultimi decenni i caratteri del nuovo attore destinato a rimpiazzare la classe operaia.
Nell’analisi di Touraine “la sociologia dei movimenti sociali non è separabile da una rappresentazione della società come un sistema di forze sociali che si disputano la direzione di un campo culturale”(24). La sociologia è la scienza dei rapporti sociali e secondo la “sociologia dell’azione” tali rapporti sono conflittuali. “Differentemente dal concetto marxista di “contraddizione”, che si richiama al funzionamento del sistema, il “conflitto” nell’accezione tourainiana si riferisce ad un rapporto di opposizione tra due attori che partecipano allo stesso campo sociale”(25). Touraine distingue quattro tipi di società: la società agraria, la società mercantile, la società industriale e la società programmata. In ciascuna di esse opera una coppia di attori antagonisti. Nella società attuale (definita “società programmata”) il soggetto antagonista è rappresentato dai movimenti sociali, che costituiscono “l’azione collettiva organizzata attraverso la quale un attore di classe lotta per la direzione sociale della società in un insieme storico concreto”(26).
In qualsiasi tipo di lotta ci sono delle presenze costanti: l’attore, definito dal principio d’identità; l’avversario, definito dal principio di opposizione; la posta in gioco e il campo di azione, definiti dal principio di totalità. Attori dei moderni movimenti sociali sono le classi sociali in lotta per il dominio del sistema d’azione. Nella visione di Touraine “perché si possa parlare di movimento sociale, il conflitto deve essere vissuto come conflitto di classe e, quindi, situarsi al livello del modello culturale che è centrale nella società. Inoltre, il movimento nasce solo quando emerge una definizione cosciente della propria identità in quanto classe”(27). In ogni tipo di società operano due movimenti sociali, uno della classe superiore e l’altro della classe inferiore, portatori di una diversa visione del funzionamento della società. Il vocabolario rimane marxista ma qui al centro è il modello culturale non il rapporto strutturale del sistema produttivo. Il movimento sociale non è il soggetto del mutamento ma “una categoria per l’analisi sincronica della società”(28). Classe popolare e classe superiore si contrappongono non solo nelle società industriale e programmata ma pure in tipi di società precedenti, come l’agraria e la mercantile. La contrapposizione non tende al superamento del tipo di società ma solo a una gestione diversa del sistema di azione caratteristico del tipo societale.
Ritornando sull’argomento in testi più recenti, e tenendo conto dell’evoluzione del quadro storico, Touraine ha ripensato la sua valutazione del ruolo dei movimenti sociali, operando un’autocritica o quanto meno avvertendo la necessità di “uno sguardo critico” sulle precedenti riflessioni.
Ad avviso del sociologo francese, si possono definire movimenti sociali soltanto

i comportamenti collettivi che si pongono all’interno di un insieme di orientamenti culturali, ma che contestano il modello di controllo e di utilizzazione sociale di questi valori. È questa doppia caratteristica, di accettazione di un gioco culturale comune agli avversari e di affermazione di un conflitto diretto e centrale tra questi, a definire le azioni collettive a cui vogliamo riservare il nome di movimenti sociali(29).

Essi quindi non costituiscono uno scontro o un gioco a somma zero, come la guerra, né sono soltanto un gruppo di pressione o d’interesse che si contenta di una semplice rivendicazione.
Questa idea di movimento sociale si collega a un rovesciamento del pensiero sociologico, che finora ha rappresentato la società secondo un principio unitario (che può essere il logos divino, o il diritto naturale o il senso della storia). Scrive Touraine:

L’ordine sociale non è che il risultato temporaneo, fragile, debolmente integrato, dell’insieme di rapporti sociali fra attori in lotta per la dominazione e il controllo di ciò che chiamo la storicità, per definire con una sola parola l’insieme di questi modelli culturali attraverso i quali una società produce la sua prassi e, di conseguenza, la sua storia. L’idea di movimento sociale si associa a questo grande rovesciamento del pensiero sociologico che cessa di porre la società nella storia e inizia a interessarsi al modo in cui le società producono la loro storia, cioè si producono(30).

Nella società postindustriale c’è una pluralità di terreni di lotta e non è possibile fin da oggi “distinguere ciò che può unificarli in un movimento sociale che rivesta nel futuro il ruolo centrale già ricoperto dal movimento operaio nella società industriale”(31).
Il torto delle analisi sociologiche sui movimenti sociali degli anni ’60, ad avviso di Touraine, consisterebbe nell’avere identificato le azioni collettive con un modello teorico, sottovalutando gli elementi congiunturali di quegli anni: la fiducia nella capacità delle società industriali di svilupparsi indefinitamente e le ideologie che contestavano il dominio esercitato da un potere centrale politico-economico a livello mondiale.
Quanto alla situazione negli anni ’80, non si può parlare di scomparsa dei movimenti sociali ma di nascita di movimenti puramente sociali, cioè che non si formano con l’azione politica e lo scontro ma nell’opinione pubblica e si presentano diffusi e smembrati. Ciò per tre ragioni: i movimenti sono in parte incorporati nel sistema politico e in parte fuori di esso; sono solo parzialmente legati a utopie culturali e ideologie politiche, presentano una forte dissociazione tra difensiva e contro-offensiva. Per poterli adeguatamente analizzare bisogna sbarazzarsi dell’immagine che si aveva di essi negli anni ’60 (come protagonisti storici del mutamento) e studiare attentamente i processi e le circostanze della loro formazione, cioè il passaggio dalla rivendicazione alla pressione politica e da questa al movimento attraverso l’interazione tra un fattore integrativo e un fattore conflittuale.
“La situazione attuale delle società occidentali industrializzate è favorevole alla formazione di correnti di contestazione e anche alla loro trasformazione in gruppi di pressione ma […] il trasferimento al livello dei movimenti sociali appare ancora prematuro”(32). In ogni caso “non si vede la possibilità di indicare la lotta principale attorno alla quale potrebbero agglomerarsi tutte le altre”(33). La prospettiva futura viene così tratteggiata:

la cosa più probabile negli anni a venire, è che la situazione dell’Occidente industrializzato non favorirà né la formazione di movimenti rivoluzionari né la formazione di movimenti sociali positivi; di conseguenza, le azioni collettive osservabili saranno talvolta ridotte a pressioni esercitate sul sistema politico e a movimenti lacerati, la cui faccia positiva e quella negativa non arriveranno ad essere complementari(34).

Gran parte della sociologia considera la società come un sistema, meccanico o organico, con leggi proprie e l’analisi sociologica dovrebbe

far sparire l’illusione dell’attore. Questo metodo d’approccio esclude a priori l’esistenza di movimenti sociali. È per questo che bisogna difendere i diritti di un’altra sociologia che invece attribuisce un ruolo centrale all’idea del movimento sociale, ma che soprattutto crea una nuova prassi professionale la quale si sforza di cogliere l’attore stesso nella coscienza che egli ha della propria azione. Invece di dire che gli uomini fanno la propria storia ma non sanno di farla, questa sociologia ritiene che gli uomini fanno la propria storia sapendolo, pur essendo al tempo stesso rinchiusi in ideologie.

Occorrono nuovi metodi di ricerca: “sarebbe agire da ideologo, e nel modo più pericoloso, studiare i movimenti sociali come cose”, pensando che

essi possano essere ridotti a comportamenti di devianza o di disintegrazione, o ancora di rifiuto alla fine inspiegabili. Bisogna invece, a tutti i livelli della realtà sociale, esaminare in che modo i rapporti sociali producono la situazione e la modificano costantemente. La formazione di nuovi movimenti sociali e la trasformazione dell’analisi sociologica non sono separabili l’una dall’altra. I sociologi non possono accontentarsi di prendere in considerazione i movimenti sociali come oggetti d’analisi, ma devono anche domandarsi in che modo l’esistenza visibile dei nuovi movimenti sociali richiede da parte loro una riflessione critica sui loro metodi e un interrogativo sul significato del loro lavoro(35).

Secondo il sociologo tedesco Offe i movimenti sociali contemporanei si differenziano dal movimento operaio classico perché non si limitano a mobilitarsi per rivendicazioni materiali ma sono animati da una contestazione radicale della politica in nome di una concezione radicale della democrazia. Ciò si evidenzia sia a livello ideologico (per esempio, la critica della modernizzazione) che a livello organizzativo (sviluppando le forme di partecipazione dal basso e di decentramento e preferendo le forme fluide a quelle rigide di tipo partitico) e nei rapporti interpersonali, dando grande spazio ai problemi quotidiani e ai comportamenti di gruppo(36). Più recentemente Offe ha rilevato che nella pratica dei movimenti l’azione politica tradizionale ha un peso maggiore di quanto avesse pensato in precedenza(37).


L’analisi dei sociologi italiani

Una delle analisi più articolate sui movimenti sociali è quella di Melucci. Lo studioso distingue tra condotte di crisi, condotte devianti e azione collettiva. Le prime consistono in “comportamenti collettivi in cui mancano vincoli di solidarietà tra gli attori coinvolti” e sono “la risposta alla disgregazione del sistema sociale in qualche suo punto”(38). Le condotte devianti sono rotture delle regole comunemente accettate ma senza conflitto: non c’è uno scontro tra due attori per una posta comune. L’azione collettiva invece “è definita dalla presenza di una solidarietà, cioè di un sistema di relazioni sociali che lega e identifica coloro che vi partecipano, e inoltre dalla presenza di un conflitto. […] Essa implica la lotta tra due attori collettivi, definiti ciascuno secondo una specifica solidarietà, che si oppongono per l’appropriazione e la destinazione di valori o risorse sociali”. Quindi “per parlare di movimento sociale devono essere verificate entrambe le condizioni (conflitto e superamento dei confini del sistema considerato)”(39).
Si tratta, in tutti e tre i tipi di condotta, di definizioni analitiche, poiché “nessuna condotta empirica si riduce interamente a una sola di queste categorie”(40).
I movimenti sociali possono essere rivendicativi (tendenti a una redistribuzione delle risorse e a una ristrutturazione dei ruoli), politici (che si propongono di trasformare i canali della partecipazione politica e spostare i rapporti di forza), di classe (rivolti contro un avversario e miranti all’appropriazione e al controllo dei mezzi e degli orientamenti della produzione sociale): nelle realtà empiriche delle condotte elementi degli uni e degli altri si combinano in misura variabile.
In studi successivi Melucci ha riproposto le linee essenziali delle riflessioni precedenti adeguandole a un contesto mutato e che doveva mutare ancora più radicalmente negli anni successivi. Negli anni ’80 i movimenti sono “profeti senza incanto”, profeti del presente, essi “parlano avanti”, “annunciano ciò che si sta formando senza che ancora ne sia chiara la direzione e lucida la coscienza”; sono un segno, più precisamente “il segno di ciò che sta nascendo”. Il lavoro di analisi è sempre più necessario all’azione collettiva, perché coloro che parlano avanti “non restino inascoltati”, ma anche “perché non cedano all’illusione di rendere sacra la parola che portano, perché resistano al bisogno di totalità che li trasforma rapidamente in nuove chiese o in nuovo potere”(41). Come si vede, l’intellettuale nutre un notevole grado di fiducia nella propria funzione.
Se le due tradizioni teoriche, quella marxista (secondo cui il partito è il demiurgo necessario per trasformare in azione il potenziale “oggettivo” di lotta) e quella funzionalista (secondo cui l’azione collettiva, attivando credenze generalizzate, è uno dei meccanismi adattivi del sistema) si trovano in un’impasse, gli apporti successivi(42) costituiscono la base di una teoria dell’azione collettiva adeguata. Melucci ribadisce che i movimenti sociali debbono rispondere a due condizioni irrinunciabili: 1) essi debbono essere espressione di un conflitto sociale, “cioè dell’opposizione tra due attori per l’appropriazione e il controllo di risorse che entrambi valorizzano”; 2) l’azione collettiva deve provocare “una rottura dei limiti di compatibilità del sistema nel quale si situa, regole e procedure nel caso di un sistema organizzativo o di un sistema politico, forme di appropriazione e di investimento nel caso di un modo di produzione”(43).
Da questa definizione Melucci trae tre conseguenze: 1) i movimenti sociali non coprono l’intero campo dell’azione collettiva: esistono condotte in cui manca uno o entrambi gli elementi che definiscono i movimenti sociali (ad esempio, le azioni conflittuali, senza la rottura dei limiti di compatibilità; le condotte di aggregato in cui mancano entrambi gli elementi, le devianze in cui è assente il conflitto; 2) le condotte collettive concrete non coincidono con il concetto analitico; 3) i movimenti sociali hanno una portata più o meno generale e alcuni sono legati ai conflitti per il controllo del modo di produzione di una società.
I sistemi fondamentali di riferimento dell’azione collettiva sono tre: il modo di produzione, il sistema politico, l’organizzazione sociale. Il modo di produzione “indica il sistema di rapporti antagonisti entro i quali avviene la produzione, l’appropriazione e la destinazione-orientamento delle risorse fondamentali di una società”(44). Tali rapporti nella tradizione marxista sono definiti “rapporti di classe”, ma tale concetto viene considerato inadeguato rispetto alle trasformazioni delle società complesse. Il sistema politico “indica il livello di formazione delle decisioni normative di una società attraverso la competizione di interessi all’interno di regole condivise e attraverso processi di rappresentanza”. L’organizzazione sociale indica “quel sistema di rapporti che assicurano l’equilibrio di una società e il suo adattamento all’ambiente, attraverso processi di integrazione e di scambio tra le parti del sistema”(45).
A ciascuno di questi sistemi di riferimento corrispondono varie forme di azione collettiva, a seconda della presenza o meno delle condizioni che con la loro compresenza definiscono i movimenti sociali.
Un problema che si pone Melucci è se si può ancora parlare di conflitti di classe nelle società contemporanee, “in una situazione in cui le “classi” come gruppi sociali reali, definiti dalla loro posizione nei rapporti di produzione, tendono a dissolversi e sono sostituite da un’articolata stratificazione di gruppi”(46). Definendo un movimento antagonista come “un’azione collettiva portatrice di un conflitto che investe il modo di produzione e le forme di appropriazione e di destinazione delle risorse sociali”, bisogna chiedersi se è possibile sganciare il conflitto antagonista dal riferimento alle classi e quindi alla tradizione marxista. Se il paradigma marxista è inadeguato di fronte al moltiplicarsi dei gruppi e degli interessi, le critiche avanzate dalla sociologia del conflitto arrivano a negare la possibilità di conflitti antagonisti.
Melucci ritiene possibile sviluppare una “teoria sociologica della produzione sociale come rapporto agli oggetti”, liberata dai legami storici con l’industrializzazione capitalistica e adeguata alle condizioni di produzione delle società complesse. Le componenti analitiche di tale teoria sarebbero: una forma d’azione, una materia prima, i mezzi di produzione, un rapporto sociale. Non tutto però è riducibile alla sfera del “sociale”: materia prima e mezzi di produzione rimangono nella sfera del “non sociale”, costituiscono ineliminabili vincoli naturali, sono l’ambiente naturale entro cui avviene necessariamente la produzione sociale(47).

Per Manconi la definizione di Melucci (la ricordiamo: un movimento sociale è una forma di azione collettiva basata su una solidarietà, che esprime un conflitto, attraverso la rottura dei limiti di compatibilità del sistema di riferimento dell’azione) si può accogliere ma con delle precisazioni: “collettivo” oggi significa qualcosa di diverso da ciò che poteva significare in periodi precedenti (come vedremo, si è sempre più imposto il riferimento al sé); va ripensata anche la formula “rottura dei limiti di compatibilità”, di cui Melucci darebbe un’interpretazione troppo ampia, facendovi rientrare “qualunque evento che modifichi il sistema di relazioni precedente”, per cui il movimento rischia di diventare il contenitore di “tutto ciò che si muove nella società”(48).
Secondo l’analisi di Manconi fino agli anni ’70 si è imposto il modello-movimento operaio; dopo tale modello è andato in crisi con l’emergere di valori “egoistici”, intendendo per tali quelli fondati sull’ego, “inteso in senso psicologico, ma anche spaziale, temporale, sociale e culturale”. L’aggettivo “egoistico” vuole sottolineare “la tendenza all’autosufficienza e all’autovalorizzazione come tratto qualificante di questi movimenti: per un verso, concentrazione incondizionata sulla propria sfera di interessi e sulle proprie esperienze sociali, autoreferenzialità e dichiarata sfiducia nell’altro da sé; per un altro verso, enfatizzazione della propria identità e delle proprie energie, delle proprie qualità e delle proprie risorse”(49).
Ciò non vuol dire che i sistemi di azione tradizionale siano obsoleti o siano ormai soltanto veicoli di interessi tradizionali, come quelli di classe, mentre i nuovi sistemi di azione esprimono interessi nuovi. In realtà c’è “una reciproca interferenza e influenza, tale da produrre una combinazione tra vecchio e nuovo, uno scambio incessante, un fitto intersecarsi di modalità di aggregazione e di azione”. Gli attori ricorrono sia alle risorse dei movimenti tradizionali che a quelle dei nuovi movimenti, componendo figure miste (un soggetto multiplo, con affiliazioni incrociate a più realtà associative) e azioni composite. Ci sarebbe una specie di “terziarizzazione” del conflitto industriale, ma questo non segna la fine della lotta della classe operaia. “Si è modificato, senza dubbio, il suo ruolo e il suo peso all’interno dei rapporti sociali complessivi; e, in particolare, è il suo sistema di azione che stenta a rinnovarsi e a elaborare strategie efficaci, adeguate ai mutamenti avvenuti”(50).
Esaminando diversi “eventi di protesta” (scioperi autonomi, l’attività dell’associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, la vicenda di un lavoratore discriminato per la sua attività sindacale, l’apertura di una casa di accoglienza per malati di Aids, un giornalista che promuove una vertenza su un parco artistico-naturale), Manconi individua i seguenti tratti comuni: autonomia organizzativa, politicizzazione massima del conflitto, attività di lobby, proiezione sui media, enfasi espressiva, neutralità delle ragioni addotte, giuridicizzazione delle domande. Si dà vita a una struttura ad hoc, quella che si ritiene più adeguata al tipo d’interesse in gioco e agli attori in campo; si ricorre alle massime autorità dello Stato, saltando gli anelli intermedi, per ottenere il massimo di pubblicità e visibilità; si ricorre a figure di sostegno per assicurarsi il massimo di pressione; si bombardano i media per pubblicizzare l’azione e a tal fine si drammatizza la vertenza; le ragioni vengono supportate da dati, documentazione, pareri di esperti per conferire loro un carattere di scientificità e incontrovertibilità; si punta al riconoscimento normativo delle proprie ragioni, o attraverso la fissazione di regole o con l’esito favorevole di una vicenda giudiziaria.
Nei movimenti più recenti si intersecano pertanto varie componenti: nuove identità collettive (che fanno esclusivo o prevalente riferimento al sé), nuove poste in gioco (derivanti dalla politicizzazione del sociale e delle opzioni etiche legate alle “questioni di vita”), nuovi sistemi di azione (frutto della combinazione di più tipi di condotte).
Le definizioni correnti sono soltanto schemi di riferimento e le classificazioni, sia quelle “prodighe” che quelle “parsimoniose”, più che a criteri di analisi scientifica rimandano a “sentimenti di ottimismo o pessimismo sociale”(51). La realtà presenta modelli fluidi, difficili da ricomprendere dentro schemi prefissati. Quello che si può dire, in linea generale, è che “sono cambiate – in profondità – le due principali sequenze che costituivano il sistema di azione tradizionale della protesta”, cioè le sequenze relative ai luoghi dell’azione e alle forme della rappresentanza.
I luoghi dell’azione prima erano rigidamente ripartiti: c’era una sfera sociale, una sindacale, una politica, una elettorale-istituzionale. Una sequenza che rimandava alla teorizzazione marxiana sul passaggio della classe operaia da classe in sé a classe per sé e alla trascrizione leniniana che metteva al centro il partito come avanguardia delle masse.
Le forme della rappresentanza seguivano la ripartizione precedente: i bisogni collettivi nella loro forma spontanea si esprimevano nella società civile, il sindacato rappresentava una forma di mediazione e di organizzazione dei bisogni dei lavoratori, il partito era l’organizzazione che conferiva soggettività politica e l’assemblea elettiva la sede della competizione tra gli interessi organizzati.
Nella società contemporanea, che è una società mass-mediale, si è ridotta la separazione tra i vari passaggi e alcuni di essi vengono sostituiti da altri. Dimensione sociale e sindacale tendono a identificarsi, gli interessi tendono ad organizzarsi da subito e in proprio, perseguendo direttamente l’accesso alla sfera politico-istituzionale e svolgendo azione di lobby e di medium.
Negli ultimi anni sarebbe avvenuto il passaggio da un movimento-personaggio (che agisce con una unità di coscienza e azione) al movimento-medium e al movimento-lobby, a un attore che si potrebbe definire movimento-medium-lobby, in quanto agisce come soggetto di comunicazione, interloquendo con il sistema dei media, che enfatizza l’espressività e i contenuti etico-simbolici dell’azione e del messaggio, agisce come gruppo di pressione e ricorre a sponsors e tutors per acquisire e incrementare la propria credibilità, in modo da esercitare un’influenza sulle sedi decisionali.
Si può ipotizzare per il prossimo futuro che i conflitti saranno l’esito di un intreccio tra diversi sistemi d’azione, “tra lotta operaia tradizionale e nuova vertenzialità massmediale”(52).


Cento, mille forme di auto-organizzazione

Negli anni più recenti abbiamo assistito al proliferare di nuove forme di auto-organizzazione, in larga parte sperimentate nell’area del volontariato. Alla varietà delle forme corrisponde la varietà delle denominazioni:

Per quanto riguarda la vastissima area del volontariato, l’attenzione di studiosi e di operatori in questo campo si concentra, di volta in volta, su forme aggregative denominate, a seconda della sensibilità e degli approcci usati, agenzie volontarie, bénévolat (nel caso dei francesi), charities (le tradizionali associazioni inglesi), gruppi locali di volontariato, organizzazioni di servizio volontario, organizzazioni volontarie non-profit, organizzazioni volontarie private, privato sociale, realtà “ternarie”, settore indipendente, terzo settore, volontariato assistenziale, volontariato sociale e così via. Tutto questo senza contare la realtà dei gruppi di mutuo aiuto o di auto-aiuto (self help). […] Ai cosiddetti “nuovi movimenti sociali” (pacifisti, verdi, donne) e alle tradizionali organizzazioni per i diritti civili di particolari fasce di cittadini si affiancano ulteriori aggregazioni più o meno vaste, indicate a seconda dei casi, come azione collettiva popolare, grassroots organizations (organizzazioni di base, “alle radici dell’erba”), cittadinanza militante, contro-movimenti, gruppi di azione politica, movimenti di contro-potere urbani, organizzazioni di vicinato, neo-populismo, populismo progressivo, sesto potere, terzo sistema, tribù urbane ecc.(53).

La dizione invalsa all’interno del volontariato è quella di terzo settore: istituzioni, partiti, volontariato. Si parla anche di sesto potere(54), oltre i poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario), della stampa e della televisione.
C’è una grande varietà di forme sociali, “che vanno dai comitati delle madri o le cooperative di consumatori in ambiente urbano ai movimenti dei contadini in ambienti rurali”(55). Ci sono consistenti differenze, relative alla base sociale, ai diversi modelli di strutturazione; prevale in molti gruppi di volontariato il carattere culturale e non ideologico. L’asse del conflitto da cui essi scaturiscono e che esprimono con le iniziative a cui danno vita si sposta dal lavoro/capitale a sistemi/mondi vitali(56).
Alla base di tali mutamenti sono molteplici fattori: i processi di modernizzazione, con implicazioni economiche-strutturali e sociali-culturali; il pieno avvento della società di massa, che consente nuove forme di cittadinanza e partecipazione; la fine delle ideologie e la crisi delle grandi narrazioni che hanno accantonato le visioni unitarie e sprigionato nuove energie centrifughe.
Le varie forme di volontariato tendono ad evolversi verso l’impresa sociale, sia per lo sviluppo della cosiddetta economia sociale, sia per la crisi dello Stato sociale che comporta la sostituzione di servizi pubblici con attività di supplenza assicurate dal privato-sociale(57).


Cittadinanza sociale e cittadinanza attiva

La tripartizione classica del concetto di cittadinanza distingue tra cittadinanza civile (possibilità di stipulare contratti e assumere impegni con altri soggetti), cittadinanza politica (diritto ad eleggere i propri rappresentanti negli organi dello Stato e nelle assemblee elettive) e cittadinanza sociale(58). Quest’ultima indica l’insieme dei diritti sociali, cioè delle aspettative dei cittadini nei confronti dello Stato riguardanti le garanzie di sicurezza nella vita e nel lavoro. In concreto: ogni cittadino ha diritto a una quota di risorse necessarie per vivere dignitosamente.
Pertanto il concetto di cittadinanza sociale è storicamente connesso con un mondo diviso in classi e si regge sul conflitto e l’antagonismo sociale. Oggi l’espressione è usata più genericamente come equivalente di cittadinanza attiva: una cittadinanza che si esprime in vari modi, nella costituzione di organismi di base, nella ideazione e realizzazione di iniziative che mirano a coinvolgere altre persone per il raggiungimento di un determinato obbiettivo, nella conduzione di campagne di informazione e sensibilizzazione ecc., al di fuori degli schemi classici del partito e del sindacato. La cittadinanza così intesa non significa soltanto “godimento di diritti” ma svolgimento di un ruolo di partecipazione.
È stato osservato che “la cittadinanza democratica nella sua forma contemporanea non sembra incoraggiare alti livelli di coinvolgimento o di devozione”, con riferimento allo scarso numero di cittadini concretamente impegnati nelle organizzazioni politiche e che rivestono cariche politiche(59), ma parlare di cittadinanza attiva nella società contemporanea significa guardare oltre l’ambito limitato delle organizzazioni di partito, delle assemblee elettive e delle istituzioni decisionali. Guardare cioè alla “società civile” così come si è venuta definendo e configurando negli anni più recenti, in particolare attraverso forme associative di base.
Nel dibattito sull’associazionismo si è posto in rilievo il nesso tra crisi della politica e aumento della partecipazione sociale, nella prospettiva di un’autonomizzazione della società civile e di una rivitalizzazione della “cittadinanza democratica”. Si è detto che l’associazionismo può “contribuire alla formazione di una sfera pubblica pre-istituzionale, svolgendovi anche delle funzioni politiche: riattivando i canali di comunicazione politica connessi all’opinione pubblica e ponendosi altresì come una delle premesse decisionali e delle istanze di controllo per l’operato delle autorità politico-amministrative nei settori di attività in cui le associazioni hanno particolari interessi e competenze”(60).
Non si è mancato di far notare che l’associazionismo, per la sua episodicità e frammentarietà, può essere letto come una “forma “anomica” della partecipazione, che perde il formato e i contenuti dell’azione collettiva”, e in positivo come “momento di un processo di modernizzazione politica che offre una moltiplicazione delle occasioni di partecipazione, rompendo con modi di militanza dai caratteri totalizzanti” e luogo che allarga “le potenzialità di formazione e selezione del personale politico, fornendo così un serbatoio anche per i processi di ricambio del ceto politico”(61).
C’è una sostanziale ambivalenza in questi fenomeni:

Pur esprimendo infatti domande ed esigenze nuove, nascondono in certi casi – proprio a partire dalla intrinseca fragilità e delicatezza di tali manifestazioni – dei potenziali vincoli di dipendenza dalle istituzioni pubbliche (ad esempio sotto forma di finanziamenti, di dotazioni infrastrutturali ecc.), che possono arrivare a compromettere la loro carica creativa e trasformarsi in rinnovati processi di colonizzazione da parte del sistema politico. Inoltre la forte adesione alle associazioni da parte dei ceti medio-superiori potrebbe avere come risultato quello di aumentare ulteriormente il dislivello di influenza già esercitato da questi settori sociali mediante le forme della partecipazione politica che, sul piano individuale, favoriscono i soggetti maggiormente dotati di risorse(62).

Così da una parte abbiamo la crisi delle agenzie politiche tradizionali di massa e dall’altra forme di partecipazione che possono allargare, invece che restringere, la disuguaglianza sociale.
La sociologia delle associazioni deve misurarsi, con un approccio “multidimensionale”, con la complessità di un fenomeno che troppo spesso viene studiato con prospettive disgiunte e considerato semplicisticamente sempre e comunque positivo.


Il “familiare-cittadino” e il “familismo morale”

Una delle peculiarità dell’associazionismo attuale è data dalla costituzione di associazioni di familiari di vittime di eventi tragici, come per esempio le stragi. Anche sul terreno della lotta antimafia si registra un ruolo significativo di familiari di vittime della mafia. Ci sono precedenti storici, a partire da Giovanna Cirillo Rampolla, vedova di un funzionario suicida per il fallimento della sua azione contro la mafia, e da Leopoldo Notarbartolo, figlio di Emanuele, il direttore del Banco di Sicilia assassinato nel 1893(63), ma solo recentemente si è sviluppato un associazionismo dei familiari.
La riflessione ha sottolineato la novità del fenomeno, in mancanza di una tradizione associativa al di fuori delle organizzazioni politiche e di una cultura del self help. Il contesto è contraddittorio: da una parte ci sono la rottura del patto di fiducia tra rappresentanti e rappresentati nel sistema politico, la crisi dello Stato sociale e delle ideologie; dall’altro lo sviluppo delle “dotazioni” per l’azione sociale, l’allargamento delle cittadinanze e l’affermarsi di sistemi autocorrettivi della democrazia. Le associazioni dei “familiari-cittadini” hanno una doppia identità: quella dei gruppi primari e l’altra dei gruppi secondari; sono insieme gruppi che “riproducono la coesione affettiva, la solidarietà, i rapporti molto stretti fra i vari membri che li compongono” e si comportano come gruppi di pressione, di opinione, che vogliono interloquire con altri gruppi, le istituzioni e lo Stato o semplicemente manifestare pubblicamente la propria indignazione. Hanno perciò una doppia anima “fatta di affettività e di attivazione della propria cittadinanza”, e in ciò “sta la loro modernità e la loro novità nel panorama italiano”(64).
Rispetto ai tradizionali gruppi primari e secondari le associazioni dei familiari non delegano niente a nessuno, si autorappresentano, trasformandosi da vittime in protagonisti. In tal modo il “familiare cittadino” è un soggetto complesso: insieme privato, pubblico e collettivo. Siamo in presenza di un'”identità mobile”, sospesa tra “neoindividualismo” e “neosolidarismo”, di un Io che non è teso solo alla propria sopravvivenza, “perché si sviluppa in un contesto di crescita della società civile, in un contesto di ridefinizione dei fondamenti del legame sociale e dei valori comuni e soprattutto in un contesto in cui si moltiplicano risorse disponibili all’azione non solo individuale e occasioni a motivazioni per mobilitazioni non solo a fini utilitaristici”(65).
L’associazionismo dei familiari nasce come forma moderna di elaborazione del lutto (il familiare-cittadino si sottrae al destino di vittima, le donne rifiutano il ruolo di mater dolorosa e moglie dolente(66)), trasforma l’emozione in risorsa ed è qui l’innovazione culturale: il mondo relazionale ed emozionale diventa fonte di elaborazione di comportamenti e valori validi per la collettività. Ribaltando la nota tesi di Banfield sul “familismo amorale” delle comunità meridionali(67), si può parlare di “familismo morale”, di una cittadinanza a tempo pieno che reclama il rispetto dei diritti ogni giorno(68).
Trattandosi di esperienze ai primi passi, non mancano le contraddizioni e le ambiguità, soprattutto sul piano politico, con l’oscillazione continua tra difesa di interessi personali e richieste universalistiche, però il processo messo in moto decostruisce e ricostruisce identità e realtà e segna l’ingresso sulla scena sociale e politica di attori che rifiutando il ruolo di comparse “s’improvvisano protagonisti”(69). Con tutti i meriti e i rischi di tale improvvisazione.


Le associazioni in Italia e il dualismo Nord-Sud

Da ricerche sull’associazionismo in Italia risulta che rispetto a una media nazionale di 21 persone su cento, in età compresa tra i 18 e i 74 anni, membri di un’associazione, con una punta di 27 nel Nord-Est, nel Sud i membri di associazioni sarebbero solo 15 su cento(70). Un’altra ricerca riguardante le associazioni di volontariato registra i seguenti dati: il 51,7 per cento delle associazioni è al Nord, il 20,7 nel Centro e il 25,6 nel Sud(71). Però dal 1985 al 1991 nelle regioni meridionali si sarebbe avuto un incremento della quota di persone coinvolte in azioni di volontariato di 4 ogni cento, il doppio di quello medio registratosi in Italia(72).
Ricerche più recenti sull’associazionismo culturale nel Mezzogiorno hanno registrato una situazione in piena evoluzione: nel corso di una ricerca dell’Imes sono state censite 6.000 associazioni, con 700.000 soci e circa 3 milioni di utenti saltuari(73), mentre da una ricerca della Fivol risulta che tra le metropoli italiane Palermo ha la più alta concentrazione di associazioni di volontariato(74).
Questi dati smentirebbero l’immagine di un’Italia meridionale statica e caratterizzata dall’incivisme, cioè dalla mancanza di strutture della società civile, riproposta da uno studio recente di Putnam, secondo cui nel Mezzogiorno d’Italia

la comunità è meno civica, un fenomeno definito in modo pertinente dal termine francese incivisme. La vita pubblica è qui organizzata in modo gerarchico. Il concetto stesso di “cittadinanza” è storpiato. L’individuo pensa che l’amministrazione pubblica sia interesse di altri – i notabili, i “capi”, i “politici” – ma non suo. Sono pochissimi coloro che partecipano alle decisioni riguardanti il bene pubblico. L’interesse per la politica non è dettato dall’impegno civico ma scatta per obbedienza verso altri o per affarismo. Raro è il coinvolgimento in associazioni sociali e culturali(75).

Come si vede, una rappresentazione in piena linea di continuità con il “familismo amorale” di Banfield(76). E, poiché la vivacità della vita associativa viene considerata un indicatore-chiave della “sociabilità” civica, il Mezzogiorno sarebbe inchiodato a una condizione di carenza di “capitale sociale”(77), e quindi di sociabilità, definibile come riproduzione allargata del capitale sociale.
Le ricerche degli ultimi anni offrono un quadro diverso, travolgendo lo stereotipo dell’incivisme meridionale con una valanga di sigle e indirizzi di associazioni, ma bisognerà stare molto attenti a non contentarsi del dato quantitativo. Bisogna vedere cosa c’è di effettivo: parecchie associazioni sono solo sulla carta, o sono precarie, o sono travagliate da troppi problemi per poter svolgere adeguatamente la loro attività.
Per ciò che riguarda specificamente le associazioni antimafia, da recenti rilevazioni risulta che esse sono diffuse in tutta Italia ma sono concentrate soprattutto nell’Italia meridionale(78).
Anche in questo caso la prudenza è d’obbligo. Per esempio, associate a Libera, l’associazione di associazioni costituitasi nel 1995, sono 600 organizzazioni, ma molte associazioni, per esempio quasi tutte le sezioni locali di associazioni nazionali, si occupano di altro e la loro “antimafiosità” si risolve nella partecipazione a qualche manifestazione e, sporadicamente, alle riunioni di coordinamenti o cartelli. Altre sono precarie o esistono solo di nome.


I movimenti come reti

Recentemente è stata proposta una prospettiva di analisi dei movimenti come reti. I movimenti sono stati definiti “reti di interazioni informali tra una pluralità di individui, gruppi e/od organizzazioni, impegnati in conflitti di natura politica e/o culturale, sulla base di una specifica identità collettiva”(79). Tale percorso di ricerca è stato presentato come complementare e non alternativo ai filoni d’analisi consolidati. La network analysis studia soprattutto le reti di movimento come precondizione dell’azione e anche come prodotto di essa.
I movimenti attuali differiscono da quelli preesistenti come il movimento operaio per la differente composizione sociale. Nei movimenti attuali operano soprattutto le “nuove classi medie”: “gruppi sociali giovani, ad alta scolarità, e con occupazione prevalente nel settore dei servizio – in generale nel terziario pubblico secondo alcuni […], in particolare nel settore educativo, secondo altri”.
In ogni caso si tratta di “un ambiente sociale favorevole allo sviluppo di un ethos diverso sia da quello dei ceti industriali che da quello della piccola borghesia commerciale”. Tali gruppi appaiono come “i più ricettivi verso nuove visioni del mondo, e in particolare verso sistemi di valori “postmaterialisti””(80).
Tale approccio può essere utile per l’attenzione rivolta alle modalità di formazione e di evoluzione dell’azione sociale e per la ricostruzione del quadro di relazioni che i movimenti intessono con il contesto; il rischio di tale impostazione è quello di un eccessivo formalismo, all’insegna di un’ennesima riproposizione della teoria dei giochi(81).

Tirando le fila possiamo dire che nella letteratura più recente sui movimenti sociali abbiamo due posizioni: la prima considera tali movimenti come “una forma particolare di organizzazione politica, accanto ai partiti e ai gruppi di pressione”; la seconda ritiene che

i movimenti non sono organizzazioni. Essi sono piuttosto reti di relazioni tra attori diversi, che possono includere o meno, a seconda delle condizioni, anche organizzazioni dotate di una struttura formale. Dal fatto che singole organizzazioni possano far parte di un movimento sociale non discende che esse possano essere assimilate a quest’ultimo; al contrario, il concetto di movimento sociale e quello di organizzazione riflettono due dinamiche sociali differenti(82).

Spesso le due accezioni convivono o si intrecciano, adattandosi ai processi reali caratterizzati dal vario combinarsi di relazioni flessibili tra organizzazioni strutturate e stabili e raggruppamenti informali e precari.


Che cos’è l’attuale movimento antimafia: dalla descrizione all’analisi

Limitandoci a una definizione descrittiva, il movimento antimafia attuale si presenta come un insieme eterogeneo di gruppi di volontariato, di spezzoni di partiti e sindacati, di singoli cittadini, che organizzano iniziative di vario tipo, attivandosi soprattutto sull’onda di grandi spinte etico-emotive.
Esso presenta una grande varietà di forme associative: centri di studio e documentazione, associazioni culturali, organizzazioni di categorie, comitati informali, familiari di vittime e una notevole varietà di iniziative: manifestazioni (cortei, sit-in), dibattiti, seminari, raccolte di firme, digiuni ecc. ecc.
L’azione del movimento è discontinua: essa procede per emergenze, come del resto l’attività repressiva statale.
Dovendo pervenire a una definizione analitica bisognerà scandagliare i seguenti punti:
– struttura e composizione sociale,
– compiti e funzioni,
– modalità d’azione,
– autonomia o eterodirezione,
– autopercezione e coscienza di sé.

Il movimento antimafia attuale è in larga parte informale o strutturato in forme di tipo associazionistico ed è interclassista o aclassista, nel senso che aggrega cittadini provenienti da varie classi e non si pone il problema della loro collocazione nel contesto sociale, ma in realtà la componente maggiore è data dal ceto medio: studenti, professionisti, in particolare insegnanti, impiegati, commercianti. Quantitativamente, si tratta di una minoranza, se si tolgono alcune manifestazioni con una notevole partecipazione, immediatamente dopo eventi particolarmente mobilitanti, come le stragi e i delitti che colpiscono personaggi che già da vivi costituivano dei punti di riferimento e che la morte consacra come eroi dell’immaginario collettivo.
Il coinvolgimento di strati popolari è molto esiguo, se non inesistente, e la ragione di ciò va ricercata a vari livelli. Sul piano economico, molte delle attività, più o meno legali, che costituiscono le loro fonti di reddito, sono collegabili con quelle svolte o sponsorizzate dai gruppi mafiosi; sul piano culturale tali strati si sentono lontani, se non avversi, a quei personaggi che invece per altri sono esempi di impegno e dedizione. Del resto, lo stesso discorso si può fare per gran parte della borghesia, non solo per quella classificabile come “borghesia mafiosa” ma anche per altri strati piccoli e medi sostanzialmente passivi.
Non sono mancati i tentativi di coinvolgere gli strati popolari, soprattutto ad opera di centri sociali operanti in quartieri, dei centri storici o periferici, dove si concentrano le masse di svantaggiati ed emarginati, ma si tratta di iniziative sporadiche, che cercano di andare oltre l’atto di testimonianza e l’assistenzialismo proiettandosi verso l’impresa sociale, incontrando molti ostacoli sul loro cammino, o di manifestazioni di desiderio che non sempre riescono a concretarsi. Anche quando si utilizzano argomenti concreti, come l’uso sociale dei beni confiscati ai mafiosi, non si può dire che si sia riusciti a coinvolgere una parte consistente della popolazione più bisognosa.
Mentre interessi e valori erano strettamente collegati all’interno del movimento contadino, oggi stentano a trovarsi assieme e si può dire che siano compresenti solo nel movimento antiracket.
Le funzioni sono articolate: mobilitazione, educazione, analisi-ricerca, denuncia, progettazione, testimonianza.
Le modalità d’azione sono le più varie, ma sempre segnate da una grande precarietà. Negli anni ’80 e ’90 si è assistito alla riproduzione di un ciclo:
– dopo i grandi delitti si hanno manifestazioni di massa con una partecipazione notevole;
– segue l’attivismo delle élites, con qualche presenza in più rispetto a prima;
– successivamente c’è un assottigliamento delle presenze e si ha la fine dell’esperienza collaborativa con l’eventuale costituzione di una nuova associazione formata dalle persone più attive nella fase di collaborazione che, provenendo da associazioni smantellate o in crisi o non avendo alle spalle precedenti esperienze associative, hanno maturato la decisione di dar vita a un nuovo soggetto associativo che continui le attività ritenute più significative della fase di lavoro comune.
Possiamo dire che si tratta di un movimento in larga parte congiunturale, riflesso delle congiunture delittuose. La contrapposizione a una criminalità organizzata in forma permanente di una società civile anch’essa organizzata permanentemente, di cui spesso si parla, è solo uno slogan. In ogni caso, anche a livello di aspirazione, essa rivela una concezione di tipo meccanicistico, come se si trattasse del confronto tra due gruppi omologhi, mentre l’attività antimafia dovrebbe materializzare ed esaltare l’alternatività.
Sul piano del linguaggio e dell’espressività, si intrecciano tradizioni diverse, ereditate dal movimento operaio o da movimenti più recenti, per esempio quello pacifista. Così troviamo manifestazioni lineari e circolari, catene umane, fiaccolate, sit-in ecc. Spesso un ruolo rilevante ha la partecipazione di ragazzi e bambini, con modalità diverse da quelle adottate dagli adulti.
Il movimento si autodefinisce autonomo ma non sempre lo è: spesso opera in maniera più o meno palese l’eterodirezione, sotto forma di colonizzazione politica(83). Con la crisi della forma-partito, l’eterodirezione si è ridotta ma ciò non significa necessariamente conquista dell’autonomia. Permane la dipendenza dalle istituzioni o da un singolo leader più o meno carismatico.
Opera una contraddizione di fondo: l’aspirazione a un profondo rinnovamento generalizzato deve fare i conti con forze inadeguate e la mancanza di un progetto. La consapevolezza che la mafia non è solo un fenomeno criminale, che essa è legata alle istituzioni e che quindi un’attività antimafia non può non implicare una critica dello Stato e delle istituzioni, convive con una concezione della legalità come difesa dello Stato e con la condivisione dello stereotipo della mafia come criminalità antistatuale.
L’ambivalenza nei confronti dello Stato in alcune frange è vissuta come contraddizione da risolvere nella direzione di un profondo rinnovamento del quadro istituzionale; più spesso rimane coperta dall’aspirazione legalitaria.
La coscienza di sé è pertanto variegata: alcune componenti si limitano all’attivismo e rigettano, consapevolmente o nei fatti, il problema dell’analisi, contentandosi di coltivare stereotipi come la visione della mafia e dell’illegalità come emergenza e l’aspirazione a una imprecisata, e imprecisabile, normalità(84).
A generare tale atteggiamento contribuiscono una sorta di autocensura, dettata dalla paura dello scontro e delle divisioni, dal timore che emergano le differenze con esiti esiziali per la continuità del movimento, e una certa pigrizia mentale che, per quanto riguarda le idee di mafia, porta a non discostarsi dagli stereotipi in circolazione e dal “senso comune”(85) e ad accettare acriticamente gli slogans e le frasi ad effetto che abbondano in gran parte delle liturgie antimafia. Tutto ciò va inscritto nell’attuale crisi delle ideologie, ma ha il suo peso anche una buona dose di cautela, o di opportunismo, nella consapevolezza che se si cerca di andare più a fondo, si va non solo a divisioni interne ma anche a uno scontro con le istituzioni e alla demitizzazione di personaggi considerati come carismatici.

Da questo quadro, sinteticamente abbozzato, emerge abbastanza chiaramente che non è possibile applicare meccanicamente al movimento antimafia le categorie elaborate per i movimenti sociali. Se per movimento sociale intendiamo quel che intende Melucci, il movimento antimafia non è propriamente un movimento sociale, in quanto, pur rappresentando l’opposizione tra due attori, non è volto a rompere i limiti di compatibilità del sistema.
Esso è un movimento peculiare, al cui centro sono esclusivamente o prevalentemente dei valori e che nei confronti del sistema ha un atteggiamento ambivalente. Non è contestazione globale, antisistemica, ma mirata, volta ad espellere dal seno delle istituzioni i poteri criminali.
Per un verso si vuole, in modi più o meno espliciti e consapevoli, una riforma del sistema; per un altro verso ci si richiama a principi (come giustizia, legalità, trasparenza ecc.) che sono, o almeno dovrebbero essere sulla carta, costitutivi del sistema.
Forse esso è più assimilabile allo schema duale proposto da Touraine, in cui coesistono l’anima dell’integrazione e quella della conflittualità. Scrive Nando Dalla Chiesa, che del movimento nato dopo l’assassinio del padre è stato uno dei protagonisti e dei punti di riferimento:

Ne consegue la natura peculiare del movimento antimafia. Il quale finisce per essere, al tempo stesso, pro-sistema e anti-sistema. Pro-sistema perché non si propone di ribaltare o di mutare sensibilmente i fondamenti costituzionali, i termini del contratto sociale, ma semplicemente di farne rispettare i contenuti essenziali. Anti-sistema perché contesta alla radice la qualità dell’ordine sociale che si è andato concretamente disegnando negli ultimi quattordici-quindici anni, ponendo di fatto quella che è la prima, vera “questione istituzionale”, ossia quella dell’espulsione del potere criminale dallo Stato(86).

Quindi il movimento antimafia si inserisce in questo scontro tra “law” e “order”, che ha nell’interazione mafia-istituzioni una delle manifestazioni più eclatanti, e mira a ripristinare la legalità, interrompendo quell’interazione.
La differenza tra il movimento antimafia attuale e il movimento contadino viene indicata in questi termini:

…il rifiuto della convivenza con la mafia, che ha caratterizzato nel Sud tante manifestazioni, ha un significato diverso da quello che trovava nelle lotte contadine (radicali anch’esse). Lì il rifiuto nasceva da un rapporto di sfruttamento che coinvolgeva immediatamente il ruolo di produttore del contadino, estendendosi poi alle sue intere aspirazioni di vita. E non per nulla il conflitto assumeva le sembianze del tipico conflitto di classe. Oggi il rifiuto parte dalle nozioni di cittadino, di regole di convivenza, e non parte – sicuramente non parte nel senso tradizionale del termine – da una situazione di classe(87).

A dire il vero, in una parte del movimento antimafia, quello antiracket e antiusura, i valori convivono con gli interessi di singole categorie (commercianti, piccoli imprenditori) o di aree più vaste (nel caso dell’usura) e il movimento si propone come sintesi di aspirazioni ideali, come l’affermazione della legalità, e di sollecitazioni d’ordine professionale-materiale, come il mantenimento e la riaffermazione del ruolo sociale e l’eliminazione degli esborsi monetari a estorsori e usurai. Da questo punto di vista, il movimento antiracket è ricollegabile al movimento contadino, anche se è ben lontano dall’avere le dimensioni di massa di quest’ultimo.


Una specificità italiana

Se storicamente il movimento è stato esclusivamente siciliano, negli ultimi decenni si è sviluppato un movimento contro fenomeni assimilabili alla mafia (la ‘ndrangheta calabrese, la camorra campana, i gruppi di criminali organizzati pugliesi) anche in altre regioni d’Italia e, sull’onda dell’emozione e della presa di coscienza originata dai grandi delitti (da Dalla Chiesa in poi), il movimento ha assunto dimensione nazionale. Ha certamente dimensione nazionale la campagna sull’educazione alla legalità nelle scuole.
Nel panorama internazionale il movimento antimafia costituisce una specificità italiana. Qualcosa di simile lo ritroviamo in America Latina, per esempio i sindacati dei produttori di foglia di coca in Bolivia, che per molti versi ricordano il movimento contadino fino agli anni ’50; i giornalisti uccisi per il loro impegno di documentazione e denuncia in Colombia; le Ong (Organizzazioni non governative), i comitati e le associazioni che si occupano di droga, ecologia e altri problemi in vari Paesi (si ricordi l’uccisione di Chico Mendes in Amazzonia)(88).


Il rapporto movimento-istituzioni

Lo Stato e le istituzioni nel loro complesso (dal governo centrale agli enti locali, dalla magistratura e dalle forze dell’ordine alla burocrazia) hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta e nella dissoluzione dei movimenti che hanno lottato contro la mafia e per un assetto socio-politico diverso da quello che ha prodotto la mafia e ne ha consentito lo sviluppo, e all’interno del quadro istituzionale si sono incrociate e rafforzate le ragioni per cui la mafia per un lungo periodo della sua storia si è dimostrata invincibile.
Più che di un generico ruolo filomafioso delle forze dell’ordine e della magistratura e dei rappresentanti delle istituzioni, si può parlare di forme di complicità con i mafiosi, non generalizzate ma ampiamente diffuse, derivanti dall’appartenenza dei vari soggetti agli stessi strati sociali o dall’impegno comune in difesa degli stessi interessi, per mantenere inalterati i rapporti di dominio e subalternità. Opera cioè la “fraternizzazione” di cui parlava Sutherland(89).
Dalla fine degli anni ’70 ci sono politici di governo, magistrati e pubblici funzionari impegnati contro la mafia, e ciò si spiega con lo straripare del fenomeno mafioso e con la rottura delle compatibiltà, che porta a una decisa presa di coscienza di singoli o di settori delle istituzioni. Il ruolo complessivo di queste rimane in gran parte quello di prima, ma ora al loro interno si producono e si sedimentano contraddizioni, tende ad allargarsi il numero dei pubblici funzionari impegnati, anche a rischio della vita, nell’attività di contrasto alla mafia.
Però l’esito non positivo della mobilitazione antimafia non può essere accollato per intero alle responsabilità delle istituzioni. C’è pure una sostanziale debolezza interna che si manifesta con l’isolamento delle lotte, dai Fasci alle vicende più recenti del movimento contadino, e delle persone più esposte. Questo isolamento si riproduce anche all’interno delle istituzioni, quando si tratta di magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine che pongono un particolare impegno nell’assolvere ai loro compiti, distinguendosi dai loro colleghi e diventando bersagli facilmente individuabili.
Il movimento degli ultimi anni si sviluppa sempre dopo la morte di qualcuno (Impastato, per le minoranze che si sono riconosciute nella sua esperienza; Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino per settori più ampi, anche se precariamente) e sempre, o abbastanza spesso, ignorando quanto c’era prima e il lavoro di tutti gli altri (vedi il proliferare di fondazioni). In tal modo si è sempre all’anno uno. Una storia che si ripete.
Siamo di fronte al riproporsi di un verghiano “ciclo dei vinti”? Non esattamente, nel senso che non c’è un destino predeterminato e ineluttabile, contro cui è vano lottare per impedire che si ripeta; le sconfitte non sono il prodotto di un fato insondabile, ma si spiegano all’interno del quadro globale dei rapporti di forza.
Il fatto nuovo degli ultimi anni è dato dall’incontro tra movimento antimafia e settori istituzionali che si sono attivati contro l’aggravarsi dei fenomeni criminali assimilabili a quello mafioso siciliano, ma spesso tale rapporto rimane episodico e sporadico.
Negli anni ’90 il contesto entro cui si svolge l’azione del movimento è dominato dalla crisi dei partiti e delle grandi prospettive di mutamento, per cui è comprensibile il rifugio in attività atomizzate e il rifiuto di andare oltre le pratiche quotidiane o episodiche. Il movimento antimafia non può non rimanere prigioniero dell’emotività e della precarietà se non riesce a inserirsi all’interno di una lotta complessiva per il rinnovamento, ma attualmente è impossibile definire i contorni di una prospettiva che aspiri a porsi come nuovo orizzonte programmatico. Oggi, e chissà per quanto tempo ancora, la precarietà e la parzialità sono limiti ineliminabili.

Note
(1) Cfr. U. Santino, Oltre la legalità. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” (da ora in poi Centro Impastato), Palermo 1997, p. 46.
(2) Cfr. U. Santino, Sicilia 102. Caduti nella lotta contro la mafia e per la democrazia dal 1893 al 1994, Centro Impastato, Palermo 1995, p. 5. Si muovono nell’ottica della ricostruzione di un quadro storico, a cominciare dall’ultimo decennio del secolo XIX, il libro di D. Paternostro, L’antimafia sconosciuta. Corleone 1893-1993, La Zisa, Palermo 1994 e la tesi di laurea di G. Scolaro, Il movimento antimafia siciliano. Dai Fasci dei lavoratori all’omicidio di Carmelo Battaglia, Università di Messina, anno accademico 1995-1996.
(3) Per una rassegna degli studi sulla mafia e un’esposizione sintetica della mia analisi cfr. U. Santino, La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995.
(4) Rimando al mio La mafia interpretata, cit., pp. 133 sgg. Riporto l’ipotesi definitoria verificata attraverso le ricerche svolte in questi anni: “mafia è un insieme di organizzazioni criminali, di cui la più importante ma non l’unica è Cosa nostra, che agiscono all’interno di un vasto e ramificato contesto relazionale, configurando un sistema di violenza e di illegalità finalizzato all’accumulazione del capitale e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, che si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale” (pp. 129 sg.). Da un punto di vista strutturale vanno distinti i gruppi criminali (attualmente con circa 6.000 affiliati), il blocco sociale interclassista, cioè i soggetti con cui essi interagiscono a vari livelli, i soggetti illegali-legali (capimafia, politici, amministratori, imprenditori, professionisti legati più o meno direttamente alle attività mafiose) che hanno un ruolo dominante, definibili come borghesia mafiosa. Per quanto riguarda l’evoluzione storica del fenomeno mafioso, essa è il risultato di un intreccio tra continuità e trasformazione. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, nel contesto della Sicilia occidentale, dominato da un’economia prevalentemente agricola, il blocco dominante era composto dai proprietari terrieri e dai gabelloti mafiosi che si opposero con tutte le loro forze, facendo uso della violenza, al movimento contadino impegnato nella lotta per la riforma agraria e per la conquista del potere nelle istituzioni locali.
(5) Su Impastato cfr. F. Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, storia di vita raccolta da A. Puglisi e U. Santino, La Luna, Palermo 1986; S. Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; U. Santino (a cura di), L’assassinio e il depistaggio. Atti relativi all’omicidio di Giuseppe Impastato, Centro Impastato, Palermo 1998.
(6) Cfr. il numero 25 del gennaio 1996 della rivista “Meridiana” dedicato all’Antimafia. Cfr. anche: F. Renda, Resistenza alla mafia come movimento nazionale, Rubbettino, Soveria Mannelli 1993; Idem, Per una storia dell’antimafia, in G. Fiandaca – S. Costantino (a cura di), La mafia, le mafie. Tra vecchi e nuovi paradigmi, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 65-92; J. – P. Schneider, Mafia, antimafia e la questione della “cultura”, ivi, pp. 299-324; F. Ramella – C. Trigilia, Associazionismo e mobilitazione contro la criminalità organizzata nel Mezzogiorno, in L. Violante (a cura di), Mafia e società italiana. Rapporto ’97 , Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 24-46.
(7) N. Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, Torino 1985-1995, p. 39.
(8) N. Bobbio, Società civile, in N. Bobbio – N. Matteucci (a cura di), Dizionario di Politica, Utet, Torino 1976, p. 954.
(9) Ivi, p. 956.
(10) N. Bobbio, Stato, governo, società, cit., p. 42.
(11) D. Della Porta, Movimenti sociali, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, n. 2, giugno 1996, p. 328.
(12) Le riflessioni di M. Weber sul potere carismatico in Economia e società, Comunità, Milano 1980, I, pp. 238-251; IV, pp. 218-268.
(13) D. Della Porta, op. cit., p. 315.
(14) Ivi, p. 317. La citazione è tratta da R.E. Park ed E.W. Burgess, Introduction to the Science of Sociology, University of Chicago Press, Chicago 1924.
(15) Ivi: citazione da J.R. Gusfield, The Study of Social Movements, in D.I. Sills (editor), International Encyclopaedia of Social Sciences, Collier McMillan, New York 1968, vol. 11, pp. 445-450.
(16) Ivi, p. 318.
(17) Cfr. T. Parsons (editor), Essays in Sociological Theory, Free Press, Glencoe 1942, pp. 104-123.
(18) Citazione in D. Della Porta, op. cit. , p. 319.
(19) Ivi, p. 320.
(20) N.J. Smelser, Manuale di sociologia, il Mulino, Bologna 19872, p. 490.
(21) Cfr. D. Della Porta, op. cit. , p. 322.
(22) M. Olson, La logica dell’azione collettiva. I beni pubblici e la teoria dei gruppi, Feltrinelli, Milano 1983 (ed. or. 1965). La tesi di Olson è che l’uso di concetti economici, come lo schema costi-ricavi, non basta a spiegare le dinamiche dei gruppi sociali. Per perseguire gli scopi comuni il comportamento razionale e utilitaristico deve accompagnarsi all’uso di sanzioni e incentivi, in modo da rendere compatibile il rapporto costi-benefici degli individui con quello del gruppo.
(23) D. Della Porta – M. Diani, I movimenti sociali, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1997, p. 24.
(24) A. Touraine, Le voix e le regard, Editions du Seuil, Paris 1978, p. 47.
(25) D. Della Porta, op. cit. , p. 325.
(26) A. Touraine, op. cit. , p. 49.
(27) D. Della Porta, op. cit. , p. 326.
(28) Ivi.
(29) A. Touraine, Analisi critica dei movimenti sociali, in G. Pasquino (a cura di), Le società complesse, il Mulino, Bologna 1983, p. 205.
(30) Ivi, p. 207.
(31) Ivi, p. 210.
(32) Ivi, p. 226.
(33) Ivi, p. 227.
(34) Ivi, p. 233.
(35) Ivi, p. 235.
(36) Cfr. C. Offe, I nuovi movimenti sociali. Una sfida ai limiti della politica tradizionale, in “Problemi del Socialismo”, n. 12, 1987, pp. 157-200.
(37) Cfr. C. Offe, Reflections on the Institutional Self-transformation of Movement Politics: A Tentative Stage Model, in R.J. Dalton – M. Kuechler (editors), Challenging the Political Order: New Social and Political Movements in Western Democracies, Polity Press, Cambridge 1990, pp. 232-250.
(38) A. Melucci, Sistema politico, partiti e movimenti sociali, Feltrinelli, Milano 19792, p. 96.
(39) Ivi, pp. 96 sg.
(40) Ivi, p. 97.
(41) A. Melucci, L’invenzione del presente. Movimenti, identità, bisogni collettivi, il Mulino, Bologna 1982, pp. 7 sg.
(42) Melucci fa riferimento alle ricerche di Olson, Obershall, Gamson, Tilly, Coleman, Pizzorno, Alberoni, Touraine: ivi, pp. 14 sg.
(43) Ivi, p. 15.
(44) Ivi, p. 25.
(45) Ivi.
(46) Ivi, p. 38.
(47) Ivi, pp. 41 sg.
(48) L. Manconi, Solidarietà, egoismo. Buone azioni, movimenti incerti, nuovi conflitti, il Mulino, Bologna 1990, pp. 38 sg.
(49) Ivi, p. 9.
(50) Ivi, pp. 10 sg.
(51) Ivi, p. 39. Manconi richiama la classificazione di Tarrow, che distingue tra movimenti, organizzazioni di protesta ed eventi di protesta, e aggiunge le associazioni di autotutela, frutto delle varie attività di self-help (per esempio, i comitati di familiari) che si sono diffuse negli ultimi anni. Il testo a cui si fa riferimento è: S. Tarrow, Struggling to Reform: Social Movements and Policy Change during Cycles of Protest, in Western Society Papers, Cornell University, Ithaca (New York), 1983.
(52) Ivi, p. 190.
(53) D. Mezzana, I fenomeni della cittadinanza attiva, in “Animazione sociale”, n. 6, 1992, pp. 11 sg.
(54) Cfr. G. Quaranta, Sesto potere, Liguori, Napoli 1989.
(55) D. Mezzana, op. cit. , p. 14.
(56) Ivi, p. 13. Cfr. A. Ardigò, Crisi di governabilità e mondi vitali, Cappelli, Bologna 1980; J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, il Mulino, Bologna 1986.
(57) Cfr. V. Rinaldi (a cura di), Che cos’è l’economia sociale. Il caso italiano, Liocorno Editori, Roma 1995, con una bibliografia sul tema.
(58) Si riporta il passo di Marshall in cui vengono individuati i tre elementi della cittadinanza nello Stato moderno: “Chiamerò queste tre parti o elementi il civile, il politico e il sociale. L’elemento civile è composto dei diritti necessari alla libertà individuale: libertà personale, di parola, di pensiero e di fede, il diritto di possedere cose in proprietà e di stipulare contratti validi, e il diritto di ottenere giustizia […]. Per elemento politico intendo il diritto a partecipare all’esercizio del potere politico. L’elemento sociale è la gamma che va da un minimo di benessere e sicurezza economici fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vivere la vita di persona civile secondo i canoni vigenti nella società”: T.H. Marshall, Cittadinanza e classe sociale, Utet, Torino 1976, p. 9. L’espansione dei diritti di cittadinanza viene vista come prodotto di una tendenza irreversibile allo sviluppo e tenderebbe a smussare le divisioni di classe. Per una critica alla visione di Marshall cfr. A. Giddens, La società europea negli anni Ottanta: divisioni di classe, conflitto di classe e diritti di cittadinanza, in G. Pasquino (a cura di), Le società complesse, cit., pp. 153-199. Ad avviso di Giddens, “il conflitto di classe è stato un mezzo per l’estensione dei diritti di cittadinanza”: ivi, p. 166 (corsivo nel testo).
(59) M. Walzer, Citizenship, in “Democrazia e diritto”, n. 2-3, marzo-giugno 1988, p. 51.
(60) F. Ramella, Gruppi sociali e cittadinanza democratica. L’associazionismo nella letteratura sociologica, in “Meridiana”, n. 20, maggio 1994, p. 122. Per un quadro delle problematiche sviluppatesi nel corso degli anni ’80 cfr. L. Balbo, Le politiche sociali, i diritti di cittadinanza: riflessioni su un percorso e una mappa, in “Democrazia e diritto”, n. 2-3, 1988, cit., pp. 141-153. Una raccolta degli studi più significativi in D. Zolo (a cura di), La cittadinanza. Appartenenza, identità, diritti, Laterza, Roma-Bari 1994. Per un approccio filosofico cfr. S. Veca, Cittadinanza. Riflessioni filosofiche sull’idea di emancipazione, Feltrinelli, Milano 1990.
(61) F. Ramella, op. cit., pp. 122 sg.
(62) Ivi, pp. 123 sg.
(63) Cfr. G. Cirillo Rampolla, Suicidio per mafia, La Luna, Palermo 1986, prefazione di P. Marchese e introduzione di G. Fiume; L. Notarbartolo, Il caso Notarbartolo, Editrice Il Vespro, Palermo 1977; Idem, La città cannibale. Il memoriale Notarbartolo, Novecento, Palermo 1994 (ed. or. 1949).
(64) G. Turnaturi, Associati per amore. L’etica degli affetti e delle relazioni quotidiane, Feltrinelli, Milano 1991, p. 86.
(65) Ivi, p. 89.
(66) Sul ruolo delle donne familiari di vittime di mafia cfr. F. Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, cit.; A. Puglisi, Sole contro la mafia, La Luna, Palermo 1990; R. Siebert, Le donne, la mafia, il Saggiatore, Milano 1990; Idem, La mafia, la morte, il ricordo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; Id., Mafia e quotidianità, il Saggiatore – Flammarion, Milano 1996.
(67) Cfr. E.C. Banfield, The Moral Basis of a Backward Society, The Free Press, Glencoe, Ill., 1958; trad. italiana: Una comunità del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna 1961; nuova edizione con il titolo Le basi morali di una società arretrata, a cura di D. De Masi, il Mulino, Bologna 1976, con interventi di vari studiosi. Sul familismo cfr.: G. Gribaudi, Familismo e famiglia a Napoli e nel Mezzogiorno, in “Meridiana”, n. 17, maggio 1993, pp. 13-42; Idem, Il paradigma del “familismo amorale”, in P. Macry – A. Massafra (a cura di), Fra storia e storiografia. Scritti in onore di Pasquale Villani, il Mulino, Bologna 1995, pp. 337-354; P. Ginzborg, Famiglia, società civile e Stato nella società contemporanea: alcune considerazioni metodologiche, in “Meridiana”, n. 17, cit., pp. 179-208, e Familismo, in Idem (a cura di), Stato dell’Italia, il Saggiatore, Milano 1994, pp. 78-82. Ginzborg è tornato sull’argomento in L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato. 1980-1996, Einaudi, Torino 1998, pp. 185 sgg. Gribaudi propone di abbandonare il termine “familismo”, perché troppo vago e onnicomprensivo; Ginzborg ritiene che possa essere utilizzato come “concetto esplicativo”, a patto che venga precisato e contestualizzato storicamente.
(68) Cfr. G. Turnaturi – C. Donolo, Familismi morali, in C. Donolo – F. Fichera, Le vie dell’innovazione. Forme e limiti della razionalità politica, Feltrinelli, Milano 1988, pp. 164-185.
(69) G. Turnaturi, op. cit. , p. 101.
(70) Cfr. Iref, Rapporto sull’associazionismo sociale, Cens, Cernusco sul Naviglio (Milano) 1993.
(71) Cfr. Fondazione italiana per il volontariato, Annuario del volontariato sociale italiano, Roma 1994, p. XXI.
(72) Cfr. Iref, op. cit.
(73) La ricerca condotta dall’Imes è stata pubblicata nel volume a cura di C. Trigilia, Cultura e sviluppo. L’associazionismo nel Mezzogiorno, Meridiana libri, Donzelli, Roma 1995.
(74) A. D’Ari – C. Graziani – S. Menna, Il volontariato metropolitano in Italia, Federazione italiana per il volontariato, “Quaderni di volontariato”, n. 10, Roma 1996.
(75) R.D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993, p. 135. Sul libro di Putnam si vedano le osservazioni critiche di S. Lupo, Usi e abusi del passato. Le radici dell’Italia di Putnam, in “Meridiana”, n. 18, settembre 1993, pp. 151-168.
(76) Anche altri studiosi americani sottolineano la scarsa presenza di atteggiamenti di tipo partecipativo nella società italiana degli anni ’50 e ’60: cfr. G. Almond – S. Verba, The Civic Culture: Political Attitudes and Democracy in five Nations, Princeton University Press, Princeton 1963; J. La Palombara, Italy: Fragmentation, Isolation, Alienation, in L.W. Pie – S. Verba (editors), Political Culture and Political Development, Princeton University Press, Princeton 1965.
(77) F. Ramella, Mobilitazione pubblica e società civile, in “Meridiana” n. 22-23, gennaio-maggio 1995, p. 123.
(78) Cfr. F. Ramella – C. Trigilia, Associazionismo e mobilitazione contro la criminalità organizzata nel Mezzogiorno, in L. Violante (a cura di), Mafia e società italiana. Rapporto ’97 , cit., pp. 24-46.
(79) M. Diani, Le reti di movimento: una prospettiva di analisi, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, n. 3, settembre 1995, p. 343.
(80) Ivi, p. 352.
(81) Ivi, pp. 359 sgg.
(82) D. Della Porta – M. Diani, I movimenti sociali, cit., p. 31.
(83) Cfr. C. Trigilia (a cura di), Cultura e sviluppo, cit., pp. 195 sgg.; F. Ramella, Gruppi sociali e cittadinanza democratica. L’associazionismo nella letteratura sociologica, cit., p. 123.
(84) Rimando al mio Oltre la legalità. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, cit. Sul tema cfr. G.C. Caselli, La normalità come progetto, in “Micromega”, n. 1, febbraio-marzo 1996, pp. 13-18.
(85) Sugli stereotipi sulla mafia rimando ai miei La mafia interpretata, cit.; La borghesia mafiosa. Materiali di un percorso d’analisi, Centro Impastato, Palermo 1994, pp. 320-337. Sul senso comune cfr. P. Jedlowski, “Quello che tutti sanno”. Per una discussione sul concetto di senso comune, in “Rassegna Italiana di Sociologia, n. 1, gennaio-marzo 1994, pp. 49-77.
(86) N. Dalla Chiesa, Gli studenti contro la mafia. Note (di merito) per un movimento, in “Quaderni piacentini”, nuova serie, n. 11, dicembre 1983, p. 58.
(87) N. Dalla Chiesa, Il movimento degli studenti, rielaborazione dell’articolo già citato, pubblicato come capitolo del volume P. Arlacchi – N. Dalla Chiesa, La palude e la città. Si può sconfiggere la mafia, Mondadori, Milano 1987, pp. 117 sg.
(88) Sul movimento dei produttori di foglia di coca boliviani e sul ruolo delle Ong in America Latina cfr. U. Santino – G. La Fiura, Dietro la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993, pp. 269 sgg. In Colombia negli ultimi 20 anni sono stati uccisi più di 100 giornalisti: cfr. i rapporti annuali di Reporters sans frontières, l’organizzazione internazionale che si batte per la libertà di stampa. Su Chico Mendes cfr. V. Bonanni, Chico Mendes e la lotta dei seringueiros dell’Amazzonia, Datanews, Roma 1991.
(89) E.H. Sutherland, White Collar Crime, Yale University Press, New Haven – London 1983; trad. italiana: Il crimine dei colletti bianchi, Giuffrè, Milano 1987, p. 324. Sull’argomento rimando a U. Santino – G. La Fiura, L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1990, pp. 71 sgg.

Pubblicato su “Città d’Utopia”, n. 29, maggio 2000, pp. 11-21.