Le Nazioni Unite e il crimine transnazionale,
ovvero: la giungla del capitalismo globale

Umberto Santino

La conferenza mondiale ministeriale delle Nazioni Unite sul crimine organizzato transnazionale, svoltasi a Napoli dal 21 al 23 novembre 1994, sotto la presidenza di Silvio Berlusconi e con la partecipazione di 140 paesi e di numerose organizzazioni internazionali, si è conclusa con l’approvazione di una dichiarazione politica e di un documento finale dal titolo ambizioso: «Piano mondiale d’azione contro la criminalità transnazionale organizzata».

I punti principali di tale piano: definizione comune del concetto di criminalità organizzata e adozione di una legislazione omogenea e di misure che incoraggino la collaborazione dei membri delle organizzazioni criminali; promozione di attività educative per sviluppare una cultura della moralità e della legalità; sviluppo della cooperazione internazionale, rafforzando l’assistenza bilaterale e multilaterale e aiutando i paesi in sviluppo e in transizione ad adeguare i loro sistemi penali e giudiziari; misure contro il riciclaggio dei proventi delle attività criminali, confisca dei patrimoni illeciti e limitazione del segreto finanziario.

Non è passata la proposta di una convenzione internazionale e sul tema del riciclaggio si sono registrate notevoli divergenze.

Le linee fondamentali dei documenti preparatori, richiamate nel discorso introduttivo del Segretario generale Boutros Ghali e su cui si sono avute larghe convergenze, si possono così sintetizzare: il crimine organizzato è diventato un fenomeno mondiale, presente sia nei paesi ricchi che nei paesi poveri. Oggi può parlarsi di una criminalità transnazionale con proporzioni sempre più vaste e attività diversificate. Ai terreni tradizionali (prostituzione, traffico di stupefacenti e di armi) si sono aggiunti il riciclaggio del denaro sporco, il traffico di tecnologia nucleare, il commercio di organi, l’emigrazione clandestina. Siamo ormai lontani dalla criminalità tradizionale, fondata soprattutto sugli appoggi locali e radicata in aree regionali e che ricorreva all’intimidazione e alla violenza; oggi il crimine transnazionale tende ad acquisire carattere impersonale ed anonimo; le stesse organizzazioni criminali tradizionali sono diventate multinazionali del crimine.

Le cause sono da ricercare nella permeabilità delle frontiere, nell’apertura delle economie nazionali, nella velocità degli scambi internazionali e nell’evoluzione dei canali finanziari mondiali: tutte forme di progresso se regolamentate giuridicamente. Fintanto che l’economia capitalistica si limitava ai paesi, per lo più democratici, che avevano familiarità con lo Stato moderno, il liberalismo si articolava attorno a due poli: il mercato e la norma di diritto. Oggi la mondializzazione dell’economia ha modificato la situazione e in molte regioni si è sviluppato un mercato senza Stato e senza regole, qualcosa di molto simile a una giungla. E quale organizzazione scaturisce dalla giungla? La mafia. Infatti il crimine organizzato transnazionale sfrutta, in tutti i continenti, la debolezza delle istituzioni e dello Stato.

Esemplare è il caso dei paesi dell’Est, dove il crollo del comunismo ha determinato un indebolimento delle strutture istituzionali. Nei paesi in via di sviluppo la decadenza delle istituzioni alimenta i traffici illeciti e abbandona le popolazioni nella mani della criminalità. Ma anche nei paesi sviluppati, l’emarginazione di certe categorie sociali, lo sfaldamento dei valori hanno reso possibile l’incremento delle attività del crimine organizzato transnazionale. I conflitti e le guerre in atto agiscono inoltre da moltiplicatori dei traffici illegali. Tutto ciò ha ripercussioni negative sull’ordine internazionale. Infatti il crimine transnazionale inquina il mondo degli affari, corrompe la classe politica, penetra nelle istituzioni, si insinua nello Stato, fa vacillare le basi stesse dell’ordine democratico internazionale.

 

Una giungla chiamata capitalismo globale

La descrizione sopra riportata rispecchia la visione ormai generalmente diffusa, ricalcandone gli stereotipi, anche se non accoglie il più sponsorizzato dai media: non c’è la piovra universale ma vengono indicati diversi soggetti, tra cui i più importanti sono le mafie italiane, la mafia russa, le triadi cinesi, la yakusa giapponese, i cartelli colombiani, variamente articolati al loro interno.

Sul piano della individuazione delle cause siamo a una versione, alquanto generica, del paradigma del deficit, in questo caso deficit di Stato e di regole, connotato specifico dei paesi in transizione, ultimi arrivati o ritardatari cronici nella corsa al capitalismo, assimilabili in blocco alla “giungla”.

È fin troppo facile osservare che la mafia non è nata dalla “giungla”, non è nè un frutto esotico nè una malattia tropicale, e ci sarebbe da chiedere ai frequentatori dei megaconvegni delle Nazioni Unite se il rafforzarsi di soggetti criminali storici e la nascita di nuovi, l’estensione delle attività criminali a livello internazionale siano il prodotto di anomalie, più o meno morbose, o non si spieghino con le caratteristiche della società contemporanea e con l’affermarsi del capitalismo globale.

Il modo di produzione capitalistico domina ormai l’economia mondiale, il mercato ha piantato su tutto il pianeta le sue bandiere (qualche lembo di terra ancora resiste, e per affrettare la resa si può sempre ricorrere all’embargo) e ciò non può non rallegrare i ministri e i funzionari convenuti a Napoli, ma la globalizzazione comporta qualche “inconveniente” che non può essere messo nel conto delle disfunzioni evitabili e delle devianze da reprimere.

L’approfondimento dei divari tra paesi sviluppati e paesi “in via di sviluppo” ma in realtà condannati ad ulteriore sottosviluppo, l’acuirsi dei conflitti, la crescita della disoccupazione anche nelle aree centrali, la finanziarizzazione dell’economia, l’impossibilità di estendere il modello occidentale che già dilapida il grosso delle risorse disponibili, la portata e l’inarrestabilità dei flussi migratori verso i paesi più ricchi: sono fenomeni strutturali, sistemici, non congiunturali e patologici, legati a una crisi che è inscritta in un modello di sviluppo quantitativo e diseguale, che produce troppe merci, in gran parte inutili e dannose, incentiva gli sprechi e il consumismo, espelle lavoro, violenta l’ambiente

Secondo i dati di rapporti ufficiali dell’ONU o di agenzie collegate, pubblicati nel 1993 e 1994, il 30% della popolazione mondiale, cioè 2 miliardi e mezzo di persone, non ha un impiego produttivo. I disoccupati sono cresciuti anche nei paesi sviluppati: 36 milioni nei paesi OCSE e 20 milioni nell’Unione Europea. L’innovazione dei processi produttivi richiede sempre minore quantità di lavoro e una serie di lavorazioni si sposta inseguendo la forza lavoro a basso costo nelle aree periferiche, ma questo non comporta la diminuzione dei divari. Il 23% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse. Già nel corso degli anni ’80 il reddito pro capite è diminuito in circa quaranta paesi sottosviluppati; l’economia dei paesi “in via di sviluppo”, basata sulla produzione di materie prime che valgono sempre meno, è diventata sempre più dipendente. Un miliardo di persone vive in condizioni di indigenza. Se continua il trend attuale, nel 2020 saremo 10 miliardi e l’84% abiterà nel Terzo Mondo o periferia che dir si voglia. Non ci si può meravigliare se è cominciata la fuga dai tanti Sud del mondo.

La ricetta della Banca Mondiale per i paesi sottosviluppati è perentoria: possono sfuggire al loro destino solo i paesi che per fronteggiare la crisi del debito hanno introdotto politiche fiscali e monetarie conservatrici e hanno attuato riforme economiche nel senso della privatizzazione e della liberalizzazione commerciale, cioè offrono convenienti possibilità di investimento al capitale privato. I flussi finanziari verso i paesi sottosviluppati sono sempre meno pubblici e sempre più privati, sotto forma di investimenti diretti esteri. Poco importa se spianare la strada alle grandi corporations con le politiche di “aggiustamento strutturale” significa distruggere l’economia locale e gettare sul lastrico milioni di persone.

Produrre e competere sono i dogmi del neoliberismo ma il mondo invece che un alveare di api operaie è diventato un grande casinò. Stando ai dati della Banca dei regolamenti internazionali, sul mercato finanziario ogni giorno si svolgono transazioni per 880 miliardi di dollari (altre fonti danno un valore di 1.000 miliardi) ma gli scambi commerciali effettivi raggiungono un valore di circa 3.600 miliardi di dollari l’anno, quasi quattro giornate del valore globale.

Gran parte di questi capitali è capitale caldo, in circuitazione permanente, che si compone di tre bacini: il capitale sporco, di provenienza illegale; il capitale grigio che nasconde l’identità dei detentori e il capitale in fuga dai paesi ricchi per sfuggire al fisco o dai paesi del Terzo Mondo in cerca di rifugi sicuri e di rimunerazioni convenienti. La liberalizzazione della circolazione e la creazione di grandi mercati regionali (quello europeo, il Nafta nordamericano, l’Apec del Pacifico) favoriscono la simbiosi tra i vari capitali.

Parlare di neofeudalesimo, di principi, vagabondi e mendicanti del duemila (si veda Georges Corm, Il nuovo disordine mondiale, Bollati Boringhieri, Torino, 1994) non è una metafora suggestiva: in effetti c’è un forte rilancio delle rendite, che ha come protagonisti grandi e piccoli speculatori, mentre grandi masse di popolazione si spostano verso il Nord e i processi di emarginazione sociale producono nuove povertà nel cuore stesso delle capitali del capitalismo globale.

La scena è dominata dai colossi finanziario-industriali transnazionali che però non sono apolidi, ma fanno capo agli Stati Uniti, al Giappone e all’Europa centrale. Le loro strategie scavalcano gli Stati nazionali, messi in crisi anche da spinte etniche centrifughe, ma le illusioni nate dal crollo del muro di Berlino sono durate pochissimo: la nascita di un effettivo governo mondiale non è all’ordine del giorno e tanto meno la convivenza pacifica.

Il “capitalismo senza nemico” pratica il neoliberismo come ricerca del massimo profitto all’insegna della deregulation. Se si accettano queste caratteristiche di fondo del sistema capitalistico, invocare lo Stato-sentinella, dire che ci vogliono le regole sembra un discorso di elementare buon senso ma in realtà è il massimo dell’astrazione.

 

Il ruolo dell’accumulazione illegale

In questo contesto la crescita dell’accumulazione illegale e il proliferare di gruppi criminali di tipo mafioso (cioè che coniugano attività criminali e ruoli economico-sociali) è insieme risposta alla crisi e ai processi di aggravamento dei divari sociali e territoriali e utilizzazione di tutte le convenienze offerte dalle contraddizioni sistemiche del capitalismo.

Questi fenomeni si sviluppano sia nelle aree centrali che periferiche. In queste ultime la crisi dell’economia legale, fino allo smantellamento di interi settori, come per esempio in Bolivia la chiusura delle miniere di stagno, rende le attività illegali l’unica forma di accumulazione in grado di assicurare guadagni rapidi e crescenti, anche se gran parte dei profitti viene risucchiata verso i centri. L’esempio classico è l’affermazione della piazza finanziaria di Miami grazie all’afflusso dei cocadollari. Nelle aree centrali i protagonisti dell’accumulazione illegale sono soprattutto i soggetti marginali, di più o meno recente immigrazione, ma essi interagiscono con il contesto sociale anche ai livelli più alti, con le operazioni di riciclaggio e di investimento dei capitali.

Gli economisti sono in adorazione davanti a un mercato ideale consacrato alle transazioni legali (solo recentemente gli economisti italiani hanno scoperto la mafia, con un convegno svoltosi nell’ottobre del 1992) e sono sempre più impegnati nella produzione di modelli astratti la cui unica preoccupazione è l’eleganza formale. Ma il mercato reale è un’altra cosa e alla teoria dei giochi preferisce i giochi forse meno eleganti ma più convenienti che si intrecciano tra economia legale, sommersa e illegale. Le tre economie non sono corpi estranei ma scomparti di un unico mercato multidimensionale, distinguibili ma non separabili. Ovviamente i rapporti fra gli operatori in tali scomparti sono complessi, sviluppandosi su una gamma molto ampia che può andare dalla compenetrazione e identificazione alla conflittualità, dallo scambio permanente al business occasionale, dalla convivenza pacifica alla guerra aperta, per cui non è possibile operare criminalizzazioni o assoluzioni in blocco ma bisogna studiarli nella loro concretezza.

L’accumulazione illegale può essere la stampella di un’accumulazione legale in crisi ma può svilupparsi anche senza crisi, all’interno di un’interazione fisiologica tra legale e illegale. Così essa assume le vesti di accumulazione originaria nei luoghi o per i soggetti sociali “ultimi arrivati”, presentandosi come “via criminale al capitalismo”, e quelle di accumulazione deregolata, che si impone per le convenienze offerte dalle pratiche illegali (disponibilità di capitali a basso costo, vantaggi nel controllo della forza lavoro e nell’acquisizione di mezzi di produzione etc.), configurandosi come “via criminale del capitalismo”.

Di fronte a una realtà così complessa e così indigesta, non sorprende che non solo i convegnisti delle Nazioni Unite ma anche i campioni più noti e più “progressisti” dell’antimafia nazionale, accomunati dal credo neoliberista (con o senza correttivi e contrappesi), vedano tutto sotto forma di devianze e di patologie ed elaborino piani e strategie che mirano a liberare l’economia e la politica da simili mostruosità. Il problema è sfrattare la giungla dal villaggio globale, non ristrutturare un villaggio globale che è sempre più simile alla giungla.

 

Proibire e reprimere, unanimismi e gioco delle parti

Il documento approvato all’unanimità al vertice di Napoli ripropone una politica all’insegna della continuità, fondata su due pilastri: il proibizionismo delle droghe e la repressione. La novità è nel tentativo di internazionalizzazione di modelli legislativi e giudiziari attualmente presenti solo in alcuni Stati e principalmente in Italia e negli Stati Uniti.

La convenzione di Vienna del 1988 è un dogma indiscutibile e il fallimento del proibizionismo, nonostante sia diventato sempre più palese, non induce a correzioni di tiro, forse anche perchè le agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di droghe dovrebbero essere smantellate o radicalmente riconvertite.

Il problema centrale è la repressione, con il ricorso sempre più massiccio alle risorse del diritto penale, e l’adozione della fattispecie “associazione a delinquere di tipo mafioso”, elaborata dal legislatore italiano con la legge antimafia del 1982, sulla falsariga della “conspiracy” introdotta negli Stati Uniti nel 1970, può considerarsi il frutto più significativo delle tre giornate napoletane.

L’unanimità si è fermata sulla soglia di temi come il segreto bancario e il riciclaggio. Se ci limitiamo a registrare le posizioni ufficiali, gli schieramenti sono chiari: ad opporsi all’abolizione del segreto bancario sono gli staterelli che funzionano da “paradisi fiscali” e che rigettano tale denominazione come un marchio infamante (il capodelegazione delle Barbados ha dichiarato che è preferibile parlare per quelle isole di “regime di tasse morbide”) mentre secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti i paesi più industrializzati, con in testa quelli del G7, avanzano con maggior forza la richiesta di regolamentazione antiriciclaggio. Ma i paradisi fiscali proliferano nelle vicinanze di Stati Uniti ed Europa, lavorano a servizio delle economie più ricche e non hanno l’hobby del “fai da te”. Più che una contrapposizione effettiva sembra un gioco delle parti che rimanda alla contraddizione tra tendenze di fondo e regole in controtendenza. Gli Stati più ricchi sanno perfettamente che la liberalizzazione della circolazione dei capitali favorisce la simbiosi tra capitali legali e illegali e che le misure antiriciclaggio, anche nel caso che vengano applicate, rischiano di essere un’inadeguata misura-tampone. Ma corrono questo rischio perchè il capitale ha bisogno di circolare liberamente, anche se in gran parte è capitale speculativo, come le stesse agenzie ufficiali riconoscono.

 

Breve sguardo sugli scenari del 2000 e un tocco di colore locale

I criminologi, anche i più organici alle Nazioni Unite, parlano di un’ interazione tra soggetti criminali e legislazione di contrasto e di un duplice “effetto specchio”, nel senso che è prevedibile un processo di omologazione tra le organizzazioni criminali da un lato e le legislazioni dall’altro. Più queste si omogeneizzano e si perfezionano più i criminali si attrezzano per sfuggire alla repressione e cogliere le opportunità che si presentano a livello internazionale. È un gioco a “guardie e ladri” sempre più complesso e sofisticato.

Questo significa che rafforzare e internazionalizzare la repressione non serve a molto se si riproducono e aggravano le cause che incentivano la criminalità. Se il villaggio globale rimane quel che è oggi, e per di più si aggravano le tendenze in atto, il pianeta sarà sempre più popolato di padrini, ovviamente al passo con i tempi, forse più simili al cartello di Cali che alla macellerie di Medellín e di Totò Riina.

Alla conferenza di Napoli come alle altre scadenze nel calendario delle Nazioni Unite si tenta di esorcizzare una giungla che è già diventata paesaggio quotidiano. Come tocco di colore locale, all’ombra del Vesuvio la presidenza è toccata a un certo Berlusconi, infuriato perchè l’avviso di garanzia lo ha raggiunto proprio in quei giorni e non ha certo contribuito a rendere più luminosa l’aureola di condottiero dei crociati anticrimine.

Un giornalista svizzero ha commentato: chiedere a Silvio Berlusconi di presiedere una conferenza sulla criminalità organizzata, a parte la questione delle tangenti, è una farsa napoletana. E gli svizzeri di personaggi come Berlusconi se ne intendono.

 

Iniziative delle Nazioni Unite sul crimine organizzato

Nel 1950 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dispose la creazione di un comitato consultivo di esperti e l’organizzazione di congressi quinquennali sulla prevenzione del crimine e sulla giustizia penale.

L’interesse per le nuove dimensioni nazionali e transnazionali della criminalità comincia con il quinto congresso tenutosi a Ginevra nel 1975 e si sviluppa nei congressi successivi, a Caracas nel 1980, a Milano nel 1985 e a L’Avana nel 1990. Nel dicembre del 1988 a Vienna viene approvata la Convenzione delle Nazioni Unite contro il traffico illecito di droghe narcotiche e sostanze psicotrope, che ribadisce la scelta proibizionista operata in precedenti convenzioni internazionali.

Nel 1991 è stato creato l’UNDCP (United Nations Drug Control Programme) che accorpa le funzioni precedentemente svolte dall’UNFDAC (United Nations Fund for Drug Abuse Control) e da altre agenzie antidroga

Nel 1992 viene creata una Commissione per la prevenzione del crimine e la giustizia penale, con sede a Vienna, che ha tra i suoi compiti prioritari la lotta contro il riciclaggio del capitale e contro la criminalità economica. La Commissione tiene delle sessioni annuali. La terza sessione si è svolta dal 26 aprile al 6 maggio 1994 e ha affrontato tre temi: il controllo della criminalità nazionale e transnazionale e della criminalità economica ed ecologica; la prevenzione della criminalità urbana e della delinquenza minorile; il miglioramento dei sistemi di giustizia penale.

Dal 17 al 21 giugno 1994, su iniziativa del Consiglio consultivo scientifico (ISPAC: International Scientific and Professional Advisory Council) con sede a Milano, si è svolta a Courmayeur la conferenza sulla prevenzione e il controllo del riciclaggio del denaro, che ha sollecitato la creazione di una rete mondiale di controllo dei proventi del crimine, proponendo la limitazione del segreto bancario e la denuncia delle transazioni sospette.

Appuntamenti per il 1995: il nono congresso si terrà a Tunisi dal 3 al 14 aprile, mentre dal 30 maggio al 9 giugno si terrà a Vienna la quarta sessione della Commissione istituita nel 1992. Nel marzo del 1995 si terrà a Copenaghen il vertice mondiale sullo sviluppo sociale.

Pubblicato in “Alternative”, n.1, maggio-giugno 1995, pp. 17-22 e in U. Santino, Mafie e globalizzazione, Di Girolamo, Trapani, 2007.