I recenti sviluppi della cosiddetta “trattativa” tra Stato e mafia

Intervista di Giovanni Burgio a Umberto Santino

Sin dall’arresto di Totò Riina nel gennaio ’93, appena sei mesi dopo le stragi del ’92 e dopo venticinque anni di latitanza, era apparso del tutto evidente che c’era stata la volontà dello Stato di reagire alla intollerabile arroganza dei boss. Quindi era logico pensare che le più alte autorità competenti dell’epoca fossero d’accordo, consenzienti e informate sui passi necessari da fare per ottenere questo risultato. Ed evidentemente, tutto quanto veniva concordato e scambiato verbalmente e non certamente attraverso documenti scritti.
Ecco, questo intento, questa volontà, con tutto quello che ne derivava, contatti, soffiate, confidenze, avvicinamenti, ecc., possono chiamarsi “trattativa”? E in che cosa si sarebbe contrattato o ceduto da parte dello Stato? Nella realtà, dopo le stragi del ’92-93, non si arrestarono tutti i più importanti latitanti? (Certo, eccetto Provenzano che sembra avere avuto un ruolo fondamentale in questi contatti.) Non fu approvato 41-bis? Non ci fu un periodo durissimo per i mafiosi in carcere?

Innanzitutto va detto che l’interazione tra mafia e soggetti istituzionali, in varie forme, non è un’eccezione, non si limita a qualche episodio isolato, ma fa parte della storia della mafia e delle istituzioni, a tutti i livelli. La mia definizione della mafia come “soggetto politico” ha due risvolti: uno interno, nel senso che l’associazione mafiosa è un gruppo politico, cioè ha un suo ordinamento, opera su un territorio, ha un apparato per applicare sanzioni a chi non rispetta le sue regole; un altro esterno, nel senso che la mafia concorre alla produzione della politica, cioè determina, o contribuisce a determinare, le decisioni e le scelte riguardanti la gestione del potere e la distribuzione delle risorse. L’ha fatto nella società a economia prevalentemente agraria, spalleggiando i proprietari terrieri che assieme agli industriali del Nord formavano il blocco dominante; ha continuato a farlo in epoche successive, sostenendo prima la Democrazia cristiana e poi i nuovi detentori del potere, anche se il ruolo di baluardo contro il comunismo si è perso per strada, in seguito al fallimento del socialismo reale e all’archiviazione del Partito comunista.
C’è da dire inoltre che tutta la legislazione antimafia nel nostro Paese è all’insegna dello stereotipo dell’emergenza: la mafia esiste quando spara, è un fenomeno di cui preoccuparsi quando c’è la montagna di morti, diventa una “questione nazionale” quando uccide Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino. Così la legge antimafia del 1982 viene dieci giorni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa, la legislazione premiale per i collaboratori di giustizia e il carcere duro (il 41 bis) dopo le stragi degli anni ’90. Gli arresti, i processi, le condanne vengono dopo i grandi delitti e le stragi.
Per quanto riguarda la “trattativa”, oggetto delle indagini in corso, ci si riferisce a vicende successive alle stragi del ’92 e del ’93 e ai contatti tra rappresentanti delle forze dell’ordine e Vito Ciancimino, rivelati dalle dichiarazioni del figlio Massimo, che ha portato alla luce il famigerato “papello”. Ne parlo nel mio Don Vito a Gomorra. Il giovane Ciancimino si è comportato come se fosse davanti alle telecamere, centellinando le dichiarazioni fino allo scoop finale con la presentazione del foglietto con le richieste dei mafiosi e di un altro documento con le richieste del padre.
Da queste dichiarazioni risulterebbe che Riina è stato arrestato grazie alla collaborazione di Provenzano e il protrarsi della latitanza di quest’ultimo fino al record dei 43 anni, può spiegarsi con il ruolo di calmieratore della violenza esercitato da Provenzano, che è stato uomo di tutte le stagioni: killer con Liggio, stragista con Riina, mediatore e “pacificatore” negli ultimi anni.
Com’è noto il problema riguarda in particolare l’applicazione del 41 bis e il suo ammorbidimento per mettere fine alle stragi. Da quel che risulta dalle sue dichiarazioni, nel 1993 l’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso decise di non rinnovare il 41 bis per parecchi mafiosi. Ha sempre sostenuto che l’ha fatto di sua iniziativa ma a quanto pare questa linea era condivisa da altri. Altro aspetto è la sostituzione al ministero degli Interni di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino, considerato più “morbido”. In questo contesto si collocherebbe la strage di via D’Amelio con la morte di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta. Borsellino sarebbe stato ucciso perché si sarebbe opposto alla trattativa.
Tutto questo sta venendo fuori solo negli ultimi anni e si è assistito a uno spettacolo penoso, con politici che solo adesso ricordano, e solo parzialmente, preoccupati più di difendere se stessi che di contribuire a ricostruire per intera la verità.
Si pone un problema di fondo: lo Stato può “trattare” con chi fa ricorso alla violenza e alle stragi come i terroristi e i mafiosi? Tutti ricordiamo la vicenda che portò all’uccisione di Aldo Moro, frutto della scelta di non trattare con le Brigate rosse. Con la mafia il discorso è diverso per quello che ricordavo all’inizio. Dentro un’interazione che può considerarsi permanente si è pensato che l’unico modo per fare cessare le stragi fosse venire incontro in qualche modo alle richieste dei mafiosi. Almeno lo si dica esplicitamente invece di continuare all’infinito lo spettacolo delle bugie o delle mezze verità e dei ricordi dopo decenni di smemoratezza.

- Il professore Fiandaca sostiene che in questi casi in cui si cerca di tutelare l’incolumità della società nel suo insieme, non si può neanche configurare una qualche ipotesi di reato.

Giovanni Fiandaca ha detto che bisognerebbe individuare esattamente la fattispecie di reato. Si tratta di favoreggiamento, di concorso esterno o, come lui ricorda, dell’articolo 338 del codice penale, cioè di “violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario” o dell’articolo 289 che riguarda la violenza o minaccia contro un organo costituzionale? E se la “trattativa” mirava a far cessare le stragi si può parlare di scelta discrezionale, condivisibile o meno, eticamente stigmatizzabile, ma non ci sarebbe un reato. Ma non si può non tenere conto dell’assassinio di Borsellino, se si riesce a dimostrare in sede giudiziaria che esso è stato causato dalla sua opposizione alla trattativa. In ogni caso l’accertamento della verità è un atto dovuto alle vittime della violenza mafiosa e a tutti i cittadini.

- C’è da parte di alcuni inquirenti un qualche intento politico-ideologico nel perseguire chi allora ricopriva gli incarichi di responsabilità? Alcuni magistrati, infatti, non sono d’accordo con l’impostazione accusatoria.

Questa è un’accusa non nuova, che ritorna ogni volta che ci sono di mezzo politici e rappresentanti delle istituzioni. In Italia il principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge è sancito dalla Costituzione ma stenta ad affermarsi. Che nel palazzo di giustizia di Palermo ci siano visioni diverse, soprattutto sul rapporto mafia-politica, non è una novità. La mia preoccupazione è che l’esposizione di alcuni magistrati, anche per la loro partecipazione a incontri pubblici, li faccia diventare bersaglio non solo degli attacchi sulla stampa ma soprattutto di ritorsioni mafiose, che non sono mai da escludere, anche se sembra che i mafiosi abbiano imparato la lezione: alcuni delitti hanno provocato effetti boomerang ed è preferibile sospendere la violenza verso l’alto e agire nell’ombra.

- Gli ultimi risvolti di questa presunta trattativa hanno coinvolto il Presidente della Repubblica. E’ ipotizzabile da parte di alcuni una strumentalizzazione a fini propagandistico-elettorali attuali di questa vicenda?

La lettera di Napolitano alla Procura generale della Cassazione è venuta dopo le lamentele dell’ex ministro Nicola Mancino, che temendo di essere chiamato in causa, e infatti è indagato per aver detto il falso, ha chiesto interventi a suo favore ricorrendo a minacce e ricatti. Senza le richieste di Mancino la lettera del Presidente della Repubblica non ci sarebbe stata. Chiedere un coordinamento tra le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che si occupano delle stragi, sembra quanto di più ovvio e normale possa esserci ma in realtà, in quel contesto, significava mettere, o tentare di mettere, sotto controllo Palermo. Il tentativo non è riuscito perché il procuratore nazionale Pietro Grasso non si è prestato, mettendo per iscritto che non c’era nessuna ragione per avocare le indagini. E si è ritornato a parlare di dare un taglio alle intercettazioni, strumento indispensabile per le indagini.
Qualcuno strumentalizza? Non mi pare che chi chiede che si faccia chiarezza fino in fondo, anche per ciò che riguarda il ruolo del Quirinale, si debba considerare uno strumentalizzatore. Non condivido la levata di scudi contro l’oltraggio alla Patria. L’Italia è un Paese di scarsa memoria e con una forte inclinazione a oscurare la verità. Ritengo che la verità, anche la più scomoda, sia indispensabile se vogliamo vivere in uno Stato che somigli a una democrazia. Ricordo quello che abbiamo fatto per il depistaggio delle indagini per l’assassinio di Peppino Impastato, ricorrendo alla Commissione parlamentare antimafia. Abbiamo fatto ristampare il volume Peppino Impastato anatomia di un depistaggio, con la relazione della Commissione approvata nel 2000, perché è un caso unico nella storia dell’Italia repubblicana. Sono stati individuati come responsabili del depistaggio il procuratore capo Gaetano Martorana e l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, poi promosso generale. Ho più volte proposto che quello che si è fatto per Peppino Impastato si faccia per le stragi, da Portella della Ginestra a piazza Fontana, a quelle di Capaci e di via D’Amelio, e altri delitti su cui non c’è una verità giudiziaria, o è solo parziale. Ma dubito che questa proposta nel quadro attuale possa essere accolta.

Pubblicato su “centonove”, 6 luglio 2012, con il titolo: Mafia-stato, meglio la verità.